Un adolescente che scende in piazza contro il Governo viene descritto come una persona consapevole. Comprende il costo della vita, la politica estera, il lavoro, la scuola e i diritti. La sua presenza diventa una scelta civile; la sua voce viene presentata come quella di una generazione. Se quello stesso adolescente rompe una vetrina, saccheggia un negozio o aggredisce un agente, la maturità che gli era stata attribuita scompare. Torna a essere soltanto un minore esposto al disagio, alla povertà, all'emarginazione e alla repressione.

In questo dossier
  1. La maturità a intermittenza
  2. La responsabilità che la sinistra non riesce ad attribuire
  3. Il decreto cambia il punto di partenza
  4. Quattro su cinquemila
  5. I quattordicimila non sono cinquemila
  6. Imputabile non significa punito
  7. Il carcere usato per non discutere
  8. I genitori che compaiono soltanto nel bosco
  9. L'autorità negata ai genitori
  10. Gli adulti che vendono modelli ai ragazzi
  11. Il diritto di protestare non è un diritto sulle cose degli altri
  12. La condanna che dura fino al però
  13. Il no che Mattarella non ha mai detto
  14. La responsabilità non si divide si somma
  15. Fonti

La maturità a intermittenza

La responsabilità comincia allora a rimbalzare. Non è del ragazzo, perché è minorenne. Non è dei genitori, perché non possono controllarlo in ogni momento. Non è di chi organizza e sostiene la mobilitazione, perché ha condannato formalmente la violenza. Non è di chi la giustifica con il contesto sociale, perché sostiene di voler soltanto comprenderla. Non è di chi offre modelli culturali fondati sul denaro facile e sulla visibilità, perché una canzone o un programma televisivo non obbligano nessuno a imitarli.

Ognuna di queste affermazioni contiene una parte di verità. Usate insieme producono però un risultato preciso: rimangono i danni, i feriti e i costi, ma non rimane un responsabile.

Adulti quando portano consenso alla protesta, bambini quando devono rispondere delle conseguenze.

Il contesto può spiegare una condotta senza cancellarne l'autore. L'età può modificare il grado della responsabilità senza trasformarla in inesistenza. L'influenza degli adulti può aggiungere responsabilità politiche, educative e culturali senza sottrarre quella del ragazzo che ha scelto di agire. È proprio questa somma che il racconto pubblico evita: ogni responsabilità viene usata per neutralizzare l'altra.

La responsabilità che la sinistra non riesce ad attribuire

La contraddizione non consiste nel pretendere che un quattordicenne sia trattato come un adulto. Consiste nell'attribuirgli una maturità variabile secondo l'utilità politica del momento. Quando protesta contro il Governo, il ragazzo sarebbe capace di capire il presente meglio degli adulti. Quando deve rispondere di una devastazione, diventa il prodotto passivo di condizioni che altri avrebbero creato.

Lo stesso meccanismo si estende agli adulti che lo circondano. I genitori vengono descritti come impotenti davanti ai social e alla strada. Le organizzazioni politiche e sindacali non rispondono degli effetti della mobilitazione perché non hanno ordinato materialmente le aggressioni. Gli artisti rivendicano il diritto di parlare ai giovani, ma non quello di essere giudicati per i modelli che rendono desiderabili. La magistratura difende l'efficacia dell'accertamento dell'imputabilità, ma il dibattito non chiarisce quante responsabilità producano una conseguenza effettivamente percepibile.

Non serve inventare un unico colpevole. Serve impedire che la pluralità dei livelli diventi il modo per assolverli tutti. Il ragazzo risponde del gesto. Il genitore risponde dell'educazione e della vigilanza concretamente possibili. Chi mobilita risponde politicamente dell'ambiente che costruisce. Chi parla a milioni di adolescenti risponde culturalmente dei messaggi che vende. Lo Stato risponde della chiarezza e dell'effettività delle conseguenze previste.

Il decreto cambia il punto di partenza

Il decreto sulla sicurezza pubblica e sulla criminalità minorile approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre e presentato alle Camere dopo l'emanazione del Presidente della Repubblica interviene su più piani. Per chi ha compiuto quattordici anni introduce la presunzione della capacità di intendere e di volere fino a prova contraria. Prevede inoltre misure verso i genitori, procedure risarcitorie più rapide, nuovi strumenti per le manifestazioni violente e l'arresto in flagranza differita anche nei casi stabiliti per i minorenni.

La modifica dell'articolo 98 non rende automaticamente colpevole ogni indagato e non elimina l'accertamento del fatto. Cambia però il punto dal quale il procedimento parte. Prima la capacità del ragazzo tra quattordici e diciotto anni doveva essere accertata positivamente. Con la nuova disciplina è l'eventuale immaturità a dover essere dimostrata. Il giudice e il pubblico ministero conservano i propri poteri; nella pratica, tuttavia, chi sostiene che quel ragazzo non fosse capace di comprendere e volere deve portare elementi concreti.

È qui che il cambiamento diventa anche educativo. Se la difesa e la famiglia non contestano la capacità del minore, riconoscono che l'età non cancella automaticamente il significato dell'azione. Non significa accettare la colpevolezza, che deve ancora essere provata. Significa non usare l'adolescenza come una zona nella quale la responsabilità può essere rinviata all'infinito.

Le misure verso i genitori seguono lo stesso principio. Non sono ancora risultati prodotti né condanne già applicate. Sono strumenti introdotti da verificare nell'uso concreto. Ma riportano nella norma un soggetto quasi assente dal racconto degli scontri: la famiglia.

Quattro su cinquemila

Il procuratore per i minorenni di Milano Luca Villa ha definito inutile la modifica dell'imputabilità. L'argomento è stato rilanciato con una formula perfetta per la radio e per i social: soltanto quattro casi di non imputabilità su cinquemila procedimenti. Presentato così, il numero sembra chiudere il confronto prima ancora di aprirlo.

La precedente dichiarazione pubblica disponibile indicava però un dato diverso: a Milano, in un anno, circa cinquemila procedimenti e un solo proscioglimento per immaturità; quattro casi risultavano sommando Milano, Roma e Napoli. Un caso su cinquemila in una città e quattro casi in tre città non costituiscono la stessa frazione. Se durante la trasmissione è stato fornito un nuovo dato omogeneo, spettava a chi lo formulava indicarne territorio, periodo e categoria. Se non è stato fornito, il riassunto ha unito un numeratore e un denominatore che provenivano da perimetri differenti.

Un caso su cinquemila a Milano e quattro casi in tre città non sono la stessa frazione.

La distorsione non è soltanto aritmetica. Cinquemila procedimenti non significano cinquemila ragazzi, cinquemila rinvii a giudizio, cinquemila condanne o cinquemila pene. Un fascicolo aperto, una persona presa in carico dai servizi, una messa alla prova, una sentenza e una detenzione misurano fasi e popolazioni diverse. La semplicità del rapporto quattro su cinquemila nasconde proprio ciò che dovrebbe essere mostrato.

I quattordicimila non sono cinquemila

Nel primo semestre 2025 gli Uffici di servizio sociale per i minorenni avevano in carico 19.670 persone. La distribuzione secondo l'età della prima presa in carico comprende 1.365 quattordicenni, 3.379 quindicenni, 4.623 sedicenni e 5.124 diciassettenni. La somma della fascia tra quattordici e diciassette anni è 14.491.

Minorenni per età alla prima presa in carico
Età alla prima presa in caricoPersone
14 anni1.365
15 anni3.379
16 anni4.623
17 anni5.124
Totale 14–1714.491

Questi 14.491 non sono il numero nazionale dei procedimenti aperti nel semestre. Sono persone presenti nei carichi degli uffici, classificate secondo l'età della prima presa in carico, e comprendono percorsi iniziati in periodi precedenti. Non possono quindi essere sostituiti ai cinquemila procedimenti milanesi per costruire una nuova percentuale.

Dimostrano però perché il perimetro non è un dettaglio. Se un procuratore parla di cinquemila procedimenti e il pubblico comprende cinquemila minorenni giudicati, l'informazione è già cambiata. Se il dato viene poi usato per dichiarare inutile un intero decreto, che contiene norme rivolte anche ai genitori e ai minori non imputabili, la statistica non descrive più una realtà: seleziona la parte utile a una conclusione politica.

Rimane inoltre senza risposta la domanda più importante per le fasce più giovani: quanti quattordicenni arrivano alla denuncia, al procedimento, al giudizio e a una conseguenza effettiva? Il dato aggregato sull'immaturità non ricostruisce questo percorso. Dire che quasi nessuno viene dichiarato incapace non significa dimostrare che il sistema attribuisca responsabilità in modo rapido, comprensibile e concreto.

Imputabile non significa punito

L'imputabilità risponde a una domanda preliminare: il ragazzo poteva comprendere il significato del fatto e determinarsi di conseguenza? Una risposta positiva non prova che abbia commesso il reato, non stabilisce la pena e non lo manda automaticamente in carcere. Nel processo minorile esistono archiviazioni, irrilevanza del fatto, perdono giudiziale, messa alla prova, misure di comunità, pene sospese, misure cautelari e detenzione.

Le relazioni milanesi citate nel dibattito riportano migliaia di nuovi procedimenti contro autori noti, richieste di rinvio a giudizio e di archiviazione, sentenze di improcedibilità, messe alla prova e condanne arrivate all'ufficio esecuzione. Le voci appartengono però ad anni, fasi e insiemi che possono sovrapporsi. Sommarle o dividerle come se descrivessero la stessa coorte produrrebbe una percentuale falsa.

Proprio questa impossibilità statistica espone il problema. La comunicazione pubblica sa dire quasi con certezza quanti ragazzi non sono stati dichiarati imputabili, ma non riesce a mostrare con la stessa chiarezza quanti procedimenti arrivino a una conseguenza, quanto tempo occorra e quale misura venga realmente eseguita. Se quasi tutti risultano capaci di intendere e di volere ma soltanto una quota ridotta percepisce una conseguenza concreta, la discussione non può fermarsi all'articolo 98.

Dichiarare un ragazzo capace di capire e poi non fargli comprendere l'esito concreto della propria condotta è il modo peggiore di parlare di educazione.

La domanda non è se riempire le carceri minorili. È se il sistema riesca a collegare un gesto a una conseguenza riconoscibile. Una messa alla prova seria, il risarcimento del danno, il lavoro di comunità, una prescrizione rispettata o una misura educativa eseguita possono avere più significato del carcere. Ciò che non educa è la distanza indefinita tra l'azione e il suo esito.

Il carcere usato per non discutere

Ogni proposta sulla responsabilità minorile viene rapidamente tradotta nella formula mandare i bambini in galera. È una scorciatoia che consente di evitare il merito. Tra l'impunità e il carcere esiste l'intero sistema della giustizia minorile. Negare questa pluralità permette di rappresentare qualsiasi cambiamento come repressione e qualsiasi richiesta di conseguenze come vendetta.

Un sedicenne non diventa adulto perché viene giudicato. Viene giudicato secondo regole costruite per la sua età. La protezione consiste nella proporzione, nelle garanzie e nella finalità educativa; non nella cancellazione dell'autore. Se il minore è abbastanza maturo da essere trasformato in simbolo politico, non può diventare privo di volontà soltanto davanti a una contestazione penale.

La deterrenza non nasce dall'annuncio di pene spettacolari, ma dalla credibilità della conseguenza. Un ragazzo deve sapere che distruggere un negozio può significare processo, obblighi, risarcimenti e costi per la propria famiglia. Non perché la paura sostituisca l'educazione, ma perché anche il limite fa parte dell'educazione.

Il conto che arriva alla famiglia

Anche il costo della difesa appartiene alle conseguenze rimosse dal racconto. Un difensore d'ufficio non è automaticamente gratuito. Il patrocinio a spese dello Stato dipende dai requisiti previsti; negli altri casi la famiglia deve sostenere le spese legali, oltre all'eventuale risarcimento dei danni. Il processo minorile non riguarda quindi soltanto il ragazzo e lo Stato: entra concretamente nel bilancio familiare.

Dire a un figlio che una devastazione può costringere i genitori a pagare l'avvocato e i danni non significa minacciarlo con la vendita automatica della casa. Significa rendergli visibile una conseguenza che il linguaggio astratto dei diritti tende a nascondere. La responsabilità personale di un minore può produrre effetti economici sulle persone che hanno il dovere di educarlo e assisterlo.

I genitori che compaiono soltanto nel bosco

La responsabilità genitoriale viene invocata con intensità molto diversa secondo il contesto. Nel caso della famiglia di Palmoli, la scelta di vivere fuori dal modello urbano è stata valutata insieme alle condizioni abitative, sanitarie, scolastiche e relazionali. Le cronache hanno insistito sull'assenza di utenze e sul bagno a secco esterno. Il Comune ha riferito che l'abitazione precedente disponeva di servizi e che il bagno interno era stato rimosso per una scelta di vita ambientale.

Una toilette a secco non chiude da sola il giudizio su una famiglia. Può essere gestita correttamente oppure male; servono controlli sui reflui, sull'igiene e sulle condizioni reali. La parola latrina, usata come verdetto, sostituisce l'accertamento con il disgusto.

Nello stesso Paese dieci persone, tra cui otto minori, hanno vissuto in quarantacinque metri quadrati in una casa Aler occupata al Lorenteggio. Lo sgombero è stato rinviato e sono stati coinvolti Comune e Prefettura proprio per la presenza dei bambini. Il confronto non dimostra che l'occupazione fosse lecita né che la casa nel bosco fosse adeguata. Mostra due reazioni pubbliche diverse davanti a condizioni abitative entrambe problematiche.

In città si cerca un'abitazione più grande. Nel bosco si prendono i bambini.

La differenza diventa ancora più evidente quando il figlio non vive nel bosco ma distrugge una città. Il discorso pubblico si riempie di scuola, disuguaglianza, disagio e diritti del minore; il genitore scompare. La nuova disciplina tenta di riportarlo nel primo quadro attraverso sanzioni amministrative e risarcimenti. Non significa che i genitori siano già stati chiamati a rispondere né che ogni condotta del figlio dimostri automaticamente un fallimento educativo. Significa che non possono essere esclusi per principio.

L'autorità negata ai genitori

Tutti vogliono fare i genitori dei figli degli altri. Gli unici ai quali non viene riconosciuto pienamente quel ruolo sono i genitori stessi.

Il genitore italiano viene spesso accusato di essere iperprotettivo e permissivo. Accompagna, giustifica, interviene presso la scuola e tenta di rimuovere ogni ostacolo. Quando il figlio supera il limite, però, la responsabilità educativa viene rapidamente sostituita da quella della società. La famiglia pretende autonomia dalle istituzioni finché l'autonomia non presenta il conto.

Nelle famiglie immigrate il problema può assumere una forma diversa. Non è una questione etnica e non autorizza generalizzazioni. Può accadere che genitori onesti e lavoratori conoscano poco l'italiano e dipendano dai figli per i rapporti con banca, posta, bollette, abbonamenti, finanziamenti, scuola e uffici. Il ragazzo impara prima a muoversi nel Paese e diventa il mediatore della famiglia. Chi controlla le informazioni e il linguaggio può sottrarsi più facilmente al controllo di chi resta formalmente responsabile.

Nelle famiglie numerose una parte della vigilanza può inoltre essere affidata ai fratelli maggiori, secondo un modello conosciuto anche dall'Italia del dopoguerra. La frase la colpa è tua perché sei più grande non appartiene a una sola cultura. Ciò che cambia nella migrazione è il rapporto fra l'autorità domestica e l'ambiente esterno: scuola, strada, social e istituzioni possono diventare accessibili al figlio prima che al genitore.

Spiegare questo meccanismo non significa assolvere. Se una famiglia vive stabilmente in Italia, comprendere almeno funzionalmente la lingua non è una pretesa ideologica. È una condizione minima per esercitare responsabilità genitoriale senza delegarla al minore. I corsi pubblici e del terzo settore esistono e sono spesso gratuiti. Su questo punto la destra ha ragione: l'integrazione linguistica dei genitori protegge anche l'autorità educativa della famiglia.

Gli adulti che vendono modelli ai ragazzi

Politici e sindacati non sono gli unici adulti che parlano ai giovani. Rapper, influencer, conduttori e talent show costruiscono modelli di successo, desiderio e riconoscimento. Non hanno gli obblighi giuridici dei genitori, ma non possono rivendicare influenza quando cercano pubblico e dichiararsi irrilevanti quando si discute degli effetti culturali di ciò che vendono.

Il disagio sociale non nasce perché un ragazzo non può comprare le scarpe da ottocento euro del proprio idolo. Nasce quando mancano casa, scuola, salute, lavoro e sicurezza. Confondere i diritti fondamentali con il desiderio di imitare uno stile di vita irraggiungibile trasforma una frustrazione commerciale in una categoria politica.

Negli anni Cinquanta chi cantava sotto la doccia poteva sognare di diventare Claudio Villa; se non ci riusciva, non per questo si sentiva autorizzato a spaccare i negozi di via Condotti. L'ambizione non elimina il sacrificio: ne è il propulsore. È ciò che permette di attraversare rifiuti, fallimenti e difficoltà. Zucchero, Michael Jackson, Tina Turner, Ray Charles, Boy George, Jimmy Somerville e Amy Winehouse hanno conosciuto povertà, discriminazione, violenza, dipendenze, rifiuti o gavette durissime. Le loro storie non dimostrano che la sofferenza produca automaticamente il successo; dimostrano che il disagio non cancella la disciplina e non trasforma ogni fallimento in un'ingiustizia da far pagare agli altri.

I talent televisivi hanno compresso anni di formazione in una sequenza visibile: provino, giudizio, eliminazione, notorietà. Il lavoro esiste, ma il montaggio lo nasconde. Per molti adolescenti il successo appare come un'unica porta custodita da una giuria, mentre scompaiono i percorsi lenti che non passano da uno studio televisivo.

Anche chi ha costruito la propria reputazione contro il conformismo deve rispondere delle parole pronunciate oggi. Frankie hi-nrg mc ha legato il proprio nome a una denuncia della ricchezza usata come maschera di superiorità. Se il messaggio rivolto ai giovani diventa il diritto a uniformarsi agli stessi simboli che quella denuncia contestava, la contraddizione non è artistica: è educativa. Il rischio è usare i ragazzi per recuperare attenzione mentre si afferma di liberarli dai modelli della visibilità.

Il diritto di protestare non è un diritto sulle cose degli altri

Willie Peyote ha contestato la condanna incondizionata della violenza contrapponendo i danni alle cose alla violenza economica e sociale prodotta da salari, affitti, prezzi e riarmo. Il messaggio non deve essere deformato in un invito letterale al saccheggio che non risulta pronunciato. Non deve però neppure essere reso innocuo.

Se l'ingiustizia economica relativizza la violenza sulle cose, qualcuno deve stabilire quali cose possano essere colpite, da chi e oltre quale soglia. La vetrina di una multinazionale, il negozio di un commerciante, un'auto parcheggiata e un mezzo pubblico non diventano beni senza proprietario perché il manifestante ritiene ingiusto il sistema economico.

Il problema non è vietare agli artisti di parlare. È chiedere loro di accettare la responsabilità culturale che deriva dal pubblico che cercano. Essere ascoltati dai figli degli altri non trasforma in genitori. Ma impone almeno di non usare l'età dei ragazzi come moltiplicatore di consenso e come attenuante quando il messaggio produce conseguenze scomode.

La condanna che dura fino al però

La violenza si condanna con un punto. Il ma che viene subito dopo non aggiunge una spiegazione neutrale: cambia il soggetto della frase. Per pochi secondi si parla di chi ha lanciato la pietra; subito dopo si parla del Governo, degli affitti, delle scuole, dei salari, del riarmo e della repressione. L'autore materiale scompare e la responsabilità politica ritorna all'avversario.

Maurizio Landini ha condannato formalmente chi scende in piazza per provocare disordini e, nello stesso giorno, ha annunciato lo sciopero generale del 20 novembre facendolo coincidere con la mobilitazione europea degli studenti. Tre giorni dopo ha ribadito di voler stare al fianco dei giovani nella legalità. La formula separa il sindacato dagli autori materiali, ma conserva e amplia la mobilitazione.

Lo stesso schema compare nelle dichiarazioni politiche. La violenza viene respinta, poi spiegata attraverso il disagio e infine restituita al Governo come accusa. Nessuno rivendica l'aggressione; quasi tutti tentano di conservarne l'energia politica. È così che la sinistra può utilizzare i ragazzi come opposizione visibile e, nello stesso tempo, non riuscire più ad attribuire loro una responsabilità quando quella forza supera il limite.

Il sindacato non risponde penalmente degli atti commessi da altri. Risponde politicamente della mobilitazione che finanzia, organizza e rilancia. La distinzione è essenziale: serve a evitare accuse false, non a cancellare il rapporto fra potere e conseguenze.

Il no che Mattarella non ha mai detto

Anche le parole del Presidente della Repubblica sono entrate nello stesso meccanismo. Il 19 ottobre Sergio Mattarella ha definito inaccettabile ogni violenza, espresso solidarietà ai quasi duecento appartenenti alle forze dell'ordine feriti e chiesto analisi e vigilanza contro violenze esplose in modo inatteso. Il 21 ottobre, parlando ai Cavalieri del lavoro, ha affrontato impresa, studio, prospettive dei giovani, migrazione, lavoro e insicurezza per il futuro.

Nel secondo discorso non compaiono il decreto sicurezza, Giorgia Meloni, la repressione o un rifiuto pubblico dei poteri da attribuire ai militari. Nelle stesse ore le cronache hanno raccontato interlocuzioni tecniche fra gli uffici del Quirinale e il Governo sulla bozza del decreto. La disposizione che avrebbe attribuito funzioni di polizia giudiziaria ai militari non è entrata nel testo approvato.

Dalle interlocuzioni istituzionali è stato ricavato un veto personale; da un discorso generale sui giovani è stata costruita una bacchettata al Governo. Non è stato pubblicamente dimostrato che Mattarella abbia pronunciato quel no. Il 22 ottobre il Presidente ha emanato il decreto e autorizzato la presentazione alle Camere. La firma non dimostra condivisione politica di ogni disposizione, ma impedisce di attribuirgli pubblicamente parole che non risultano nei suoi atti.

La responsabilità non si divide si somma

Il decreto potrà rivelarsi efficace, insufficiente o sbagliato in alcune parti. Dovrà essere misurato sui tempi dei procedimenti, sugli esiti, sui risarcimenti, sulle misure educative, sulla capacità delle comunità e sul rispetto delle garanzie internazionali. Dichiararlo inutile attraverso un rapporto statistico costruito con perimetri diversi non è controllo del potere. È una scorciatoia comunicativa uguale e contraria a quella attribuita al Governo.

Il ragazzo non è un adulto, ma resta autore delle proprie azioni nella misura consentita dall'età e dalla maturità. Il genitore non controlla ogni minuto, ma resta responsabile dell'educazione, della vigilanza possibile e delle conseguenze economiche previste dalla legge. La magistratura deve rendere comprensibili i passaggi fra imputabilità, accertamento e misura applicata. La politica e il sindacato devono riconoscere il proprio ruolo nella mobilitazione. Gli artisti devono accettare che parlare ai figli degli altri significa esercitare influenza anche quando non produce responsabilità penale.

Nessuno di questi livelli assolve l'altro. La povertà non cancella la libertà. L'integrazione difficile non cancella il dovere del genitore. L'età non cancella ogni capacità di comprendere. La protezione non cancella il danno. La protesta non cancella la vittima. La condanna non vale se dura soltanto fino al però.

Gli adulti non possono comparire quando c'è un diritto da rivendicare e scomparire quando arrivano le conseguenze.

La responsabilità non è una torta da dividere in fette sempre più piccole finché non rimane nulla. È una catena. Se un ragazzo distrugge, risponde del gesto. Se la famiglia non ha esercitato il controllo possibile, risponde del proprio ruolo. Se un'organizzazione ha trasformato il disagio in mobilitazione permanente, risponde politicamente dell'ambiente che ha contribuito a creare. Se un personaggio pubblico vende un modello ai giovani, non può fingere di non averli mai cercati.

Finché ogni livello continuerà a indicare quello successivo, il risultato resterà lo stesso: tutti pronti a parlare per i ragazzi e nessuno disposto a riconoscerli come persone capaci di affrontare le conseguenze delle proprie scelte.

FONTI

  • Consiglio dei ministri, comunicato n. 193 del 20 ottobre 2026 sul decreto sicurezza pubblica e criminalità minorile.
  • Presidenza della Repubblica, emanazione del decreto sicurezza e autorizzazione alla presentazione alle Camere, 22 ottobre 2026.
  • Camera dei deputati, Atto C. 3080 e audizioni in Commissione Giustizia del 7 ottobre 2026.
  • Codice penale, articoli 97 e 98; Codice civile, articoli 2048 e 403; DPR 448 del 1988; legge 184 del 1983.
  • Corriere della Sera Milano, intervista a Luca Villa sull'imputabilità dei minori, 28 luglio 2026.
  • Radio 24, Uno nessuno 100Milan, intervento di Luca Villa e successivo resoconto social di Alessandro Milan, ottobre 2026.
  • Ministero della Giustizia, Analisi dei servizi minorili, dati convalidati al 30 giugno 2025.
  • Corte d'Appello di Milano, Relazione sull'amministrazione della giustizia nell'anno 2025, inaugurazione anno giudiziario 2026.
  • Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Milano, relazione per l'anno giudiziario 2026.
  • Camera dei deputati e Senato della Repubblica, relazioni sullo stato dell'ordine e della sicurezza pubblica.
  • La7, cronache sulla famiglia residente nel bosco a Palmoli e sulle condizioni dell'abitazione, dicembre 2025.
  • Il Centro, intervista al sindaco di Palmoli sulle condizioni della casa e sul bagno a secco, dicembre 2025.
  • RaiNews TGR Lombardia, dieci persone in quarantacinque metri quadrati e rinvio dello sgombero al Lorenteggio, agosto 2026.
  • Comune di Milano e CPIA, rete dei corsi di italiano per adulti stranieri, 2026.
  • Sky TG24, dichiarazioni di Fedez sulle proteste e sui modelli proposti dagli artisti, 20 ottobre 2026.
  • La Stampa, intervento di Willie Peyote al Fabrique sul rapporto fra violenza materiale e violenza economica, 21 ottobre 2026.
  • Confederazione Generale Italiana del Lavoro, bilancio consuntivo 2024.
  • ANSA, annuncio dello sciopero generale CGIL del 20 novembre e dichiarazioni di Maurizio Landini, 17 e 20 ottobre 2026.
  • ANSA e Sky TG24, dichiarazioni di Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli successive agli scontri, 16–21 ottobre 2026.
  • Presidenza della Repubblica, intervento alla trentanovesima Assemblea annuale delle Province d'Italia, 19 ottobre 2026.
  • Presidenza della Repubblica, intervento alla consegna delle insegne ai Cavalieri del lavoro, 21 ottobre 2026.
  • ANSA, ricostruzioni sul confronto tecnico fra Quirinale e Governo e sul mancato inserimento dei poteri di polizia giudiziaria ai militari, 21 ottobre 2026.
  • Uno Sguardo sull'Uomo, Dal dissenso organizzato alla violenza autoalimentata, 17 ottobre 2026.