Oggi chiunque può parlare di qualsiasi argomento e raggiungere migliaia di persone. Non servono competenze né un’autorevolezza riconosciuta: spesso basta apparire affidabili. La rete offre a tutti la possibilità di esprimersi, ma non distingue automaticamente chi conosce un argomento da chi parla semplicemente con sicurezza.
In questo dossier
- Il punto di partenza
- La notizia non viaggia intatta
- Il falso più efficace contiene qualcosa di vero
- L’indignazione accelera la condivisione
- La comunità è un filtro
- Quando la conferma sostituisce la verifica
- La memoria politica seleziona i fatti
- Dalla rete alla strada
- Quando il coordinamento è documentato
- La responsabilità delle piattaforme
- Il contraddittorio necessario
- Una responsabilità distribuita
- Conclusione
- Fonti
Il punto di partenza
Questa apertura è un progresso reale. Ha permesso a persone prima escluse dai mezzi di comunicazione di raccontare esperienze, mostrare abusi, contestare ricostruzioni ufficiali e costruire comunità. Ma lo stesso accesso consente a un errore, a una bugia o a una lettura parziale di presentarsi con la forma esterna di una notizia. Il confine non passa tra giornalisti e cittadini, né tra testate e social. Passa tra ciò che può essere controllato e ciò che chiede di essere creduto.
Lo schermo a volte diventa la patria delle leggende metropolitane. Non perché Internet abbia inventato il racconto falso, ma perché lo rende immediato, replicabile e misurabile. Una voce ascoltata al bar si fermava spesso al quartiere. Un contenuto digitale può attraversare più piattaforme, essere tradotto, tagliato, commentato e ripubblicato. A ogni passaggio conserva l’aspetto di qualcosa già visto da altri e quindi, per molti, già confermato.
Il problema non riguarda una sola parte politica. Destra e sinistra possono scegliere fatti veri che proteggono la propria memoria e ignorare quelli che la disturbano. Il terzo punto di vista non consiste nel fingere di non avere idee: consiste nel non permettere alle idee di modificare la notizia. Un fatto resta tale anche quando favorisce la parte avversa; un’interpretazione resta tale anche quando coincide con la nostra.
La notizia non viaggia intatta
La rappresentazione più semplice della disinformazione immagina un autore che inventa una bugia e un pubblico che la riceve. Nella realtà la catena è più complessa. Un contenuto può nascere corretto e venire deformato al quinto passaggio. Può nascere falso e ricevere, strada facendo, dettagli veri che lo rendono credibile. Può circolare in versioni opposte nello stesso momento, senza che una elimini l’altra.
La falsificazione non deve trovarsi all’origine. Basta spostare una data, cambiare una città, tagliare alcuni secondi di un filmato o aggiungere una frase che il documento originale non contiene. La versione alterata può poi ottenere maggiore visibilità dell’originale. Chi la condivide non è necessariamente complice: può essere convinto di correggere un silenzio, difendere il proprio gruppo o avvertire altri di un pericolo.
Questo rende insufficiente la domanda «chi ha pubblicato per primo?». Occorre seguire la trasformazione. L’originale può restare disponibile mentre copie più emotive prendono strade autonome. Screenshot e video scaricati perdono il contesto; titoli e didascalie diventano il nuovo contenuto; il commento di chi inoltra può sostituire ciò che era scritto nella fonte.
Anche il destinatario produce informazione. Legge un post, ne ricava un significato e lo racconta a un’altra persona. Quella seconda persona può non vedere mai il contenuto iniziale. La rete non è quindi soltanto un tubo che trasporta messaggi: è un insieme di persone che li interpretano, li abbreviano e talvolta li esasperano.
Il falso più efficace contiene qualcosa di vero
Gli elefanti che volano sono facili da riconoscere. La disinformazione più efficace raramente è così generosa con chi legge. Usa spesso un’immagine autentica, un episodio realmente accaduto o una dichiarazione esistente. L’inganno entra nel contesto.
- Un filmato vero viene presentato come attuale anche se risale a mesi o anni prima.
- Una scena ripresa in una città viene attribuita a un’altra.
- Un fatto isolato viene descritto come comportamento generale senza dati che lo dimostrino.
- Una frase autentica viene separata dalla domanda, dalla replica o dalle condizioni che ne definivano il significato.
- Un’immagine artificiale viene inserita tra fotografie reali e riceve da quelle la propria credibilità.
Durante le proteste francesi dell’ottobre 2026, VerificaRTVE ha ricostruito casi diversi ma convergenti. Un video del 2025 con una ghigliottina è stato presentato come scena delle proteste in corso. Riprese del 2022 e del 2023 sono state riutilizzate come immagini attuali. Fotografie di incendi, bandiere sulla Torre Eiffel e aggressioni a persone anziane sono state generate o modificate con intelligenza artificiale e diffuse come documentazione. Il punto non è compilare un inventario dei falsi. È osservare come materiali di natura diversa abbiano composto la stessa impressione: un Paese interamente fuori controllo.
Una singola immagine falsa può essere smentita. Più difficile è correggere la sensazione complessiva costruita da decine di frammenti. Dopo la smentita, la persona può dimenticare il dettaglio ma conservare il giudizio che quel dettaglio aveva contribuito a creare.
L’indignazione accelera la condivisione
Uno studio pubblicato su Science nel 2024 da Killian McLoughlin e altri autori ha esaminato oltre un milione di link su Facebook, 44.529 messaggi su Twitter e due esperimenti con 1.475 partecipanti. I risultati mostrano che le fonti classificate come disinformative suscitavano più indignazione delle fonti affidabili e che l’indignazione favoriva la condivisione. Gli utenti risultavano inoltre più disponibili a condividere contenuti falsi capaci di suscitare rabbia senza averli prima aperti.
Lo studio non autorizza a considerare falsa ogni notizia indignante. Una violenza vera può e deve indignare. Mostra però un vantaggio competitivo: chi vuole far circolare un contenuto sa che rabbia, paura e disgusto riducono il tempo dedicato alla verifica. La reazione diventa parte della distribuzione.
Per questo visualizzazioni, condivisioni e commenti hanno un peso diverso dai «mi piace». Un contenuto può essere visto da centinaia di migliaia di account anche se la pagina che lo pubblica ha un pubblico molto più piccolo. Il dato di esposizione misura una capacità di raggiungere persone; non dimostra quante abbiano creduto, approvato o agito. Confondere queste misure trasforma una metrica di piattaforma in una prova sociale che non possiede.
Anche il formato conta, ma non serve trasformare l’indagine in un corso sulle piattaforme. Feed, reel, storie, gruppi e canali svolgono funzioni diverse. Alcuni contenuti raggiungono soprattutto persone già vicine alla pagina; altri vengono proposti fuori dal pubblico abituale. La distinzione importante è tra una platea casuale e una comunità fidelizzata. Una comunità selezionata nel tempo non deve essere convinta da zero: riconosce il linguaggio, i temi e l’identità di chi pubblica.

La comunità è un filtro
Una pagina non raccoglie soltanto numeri. Se pubblica con continuità sugli stessi temi, seleziona progressivamente persone che condividono interessi, paure o obiettivi. I commenti e le discussioni rafforzano questa selezione. Chi non si riconosce nel tono si allontana; chi trova conferma resta, interagisce e invita altri.
Telegram, Instagram e gli altri ambienti non hanno la stessa funzione, ma possono lavorare insieme. Una pagina pubblica offre visibilità e identità; un canale o una chat mantengono il contatto e trasformano il pubblico in una comunità più stabile. Le persone che discutono, contestano e rilanciano contribuiscono comunque alla crescita della rete e possono riportare nuovi utenti verso la pagina principale.
Il caso italiano del Movimento 17 ottobre mostra perché occorre distinguere la struttura dalla responsabilità penale. Secondo le cronache di ANSA e RaiNews del 25 e 26 ottobre 2026, Youssef Siher era indicato dagli inquirenti come amministratore dei canali Instagram e Telegram del movimento; la pagina Instagram aveva raccolto circa 48.000 follower e il gruppo Telegram oltre 11.000 iscritti. Alla data di questo dossier le contestazioni erano ancora al vaglio giudiziario e la Procura aveva chiesto la custodia cautelare. Le stesse cronache precisavano che non risultavano collegamenti diretti già accertati tra gli amministratori e gli autori degli scontri del 17 e 18 ottobre.
Il dato utile per questa indagine non è una condanna anticipata. È la funzione editoriale del gestore. Chi amministra una pagina risponde di ciò che pubblica direttamente e decide le regole dello spazio. Non diventa automaticamente autore di ogni frase scritta da migliaia di partecipanti, ma non è neppure un passante estraneo al funzionamento del canale. Sceglie chi può scrivere, che cosa resta visibile, quali messaggi vengono fissati e quale tono viene tollerato. Questa responsabilità di gestione va distinta, caso per caso, dalla responsabilità giuridica per le condotte altrui.
La chat crea inoltre una selezione. Chi entra trova persone già concentrate sullo stesso tema, osserva quali interventi ricevono attenzione e impara rapidamente il linguaggio interno. La maggioranza può essere composta da utenti autentici e in buona fede. Proprio per questo una rete umana può diventare un amplificatore molto efficace senza essere una rete di bot e senza che tutti conoscano gli obiettivi di chi l’ha costruita.
Quando la conferma sostituisce la verifica
Molte persone credono di controllare una notizia perché la cercano su una testata di cui si fidano. Se quella testata offre una lettura compatibile con le loro convinzioni, la ricerca si conclude. Non è stata verificata l’origine del documento, né la completezza dei dati: è stata verificata la consonanza con una voce riconosciuta.
Questo meccanismo esiste a destra, a sinistra e fuori dalla politica. La fiducia non è irrazionale in sé. Nessuno può ripetere personalmente ogni indagine, e una società funziona anche grazie ad autorità riconosciute. Il problema nasce quando la fiducia diventa appartenenza e l’appartenenza decide in anticipo quali prove meritino attenzione.
Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute rileva in Italia una fiducia generale nelle notizie del 32 per cento, sotto la media globale indicata dal rapporto. Le testate percepite come più neutrali ottengono livelli di fiducia più alti, mentre quelle con un profilo partigiano tendono a essere credute soprattutto da chi condivide lo stesso orientamento. Il dato non dimostra che una testata schierata menta. Mostra che il marchio politico può diventare una scorciatoia con cui il pubblico valuta la credibilità.
La televisione aveva già orientamenti riconoscibili molto prima dei social. L’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) misura regolarmente il pluralismo politico e sociale nelle emittenti. Il web ha aggiunto una frattura: il frammento può separarsi dalla testata. Un minuto di intervista circola senza il programma, una frase senza la domanda, un grafico senza la metodologia. Chi riceve il frammento spesso non sa più chi abbia scelto il taglio originario.
Anche più articoli possono dare un’illusione di verifica se riprendono tutti la stessa fonte. Dieci ripetizioni non sono dieci prove indipendenti. Il controllo comincia quando si risale al documento, si ricostruisce la cronologia e si confrontano fonti che non dipendono l’una dall’altra.
La memoria politica seleziona i fatti
Un fatto vero può essere usato in modo falso senza cambiarne una parola. Basta presentarlo come bilancio completo di una persona, di un governo o di un’epoca. Chi difende un personaggio ricorda l’opera pubblica, la riforma o il risultato favorevole e riduce il resto a propaganda avversaria. Chi lo avversa può cancellare anche i risultati documentabili perché teme che riconoscerli equivalga ad assolverlo.
Il metodo razionale rifiuta entrambi i ricatti. Riconoscere un risultato non rende santo chi lo ha ottenuto; documentare un crimine non rende falso ogni altro fatto. La notizia viene alterata quando la selezione è nascosta e una parte viene presentata come il tutto.
Per questo non basta dichiararsi obiettivi. Occorre mostrare dove finisce il dato e dove comincia il giudizio. Una lettura di destra e una lettura di sinistra possono essere entrambe legittime come opinioni; nessuna delle due può cambiare una data, omettere deliberatamente una condizione decisiva o trasformare un’ipotesi in certezza. Il terzo sguardo è il controllo del fatto, non una nuova fazione.
Dalla rete alla strada
Il passaggio dalla comunicazione all’azione non è automatico. La maggior parte delle persone esposte a contenuti aggressivi non commette violenze. Una mobilitazione può nascere da condizioni economiche, decisioni politiche, conflitti sociali e organizzazioni già attive. Attribuirla ai social significa spesso confondere un mezzo con tutte le cause.
Questo non rende irrilevante la rete. Dopo l’uccisione di tre bambine a Southport nel luglio 2024, un nome falso e informazioni infondate sull’identità dell’aggressore circolarono rapidamente online. Nel rapporto Social media misinformation and harmful algorithms, pubblicato dalla Camera dei Comuni britannica nel luglio 2025, le affermazioni false o non fondate raggiunsero 155 milioni di impression su X tra il 29 luglio e il 9 agosto. Il rapporto collega la diffusione di messaggi falsi e ostili alla mobilitazione che precedette disordini e attacchi contro comunità musulmane e strutture per migranti, senza ridurre l’intera violenza a una sola causa digitale.
Il caso mostra un limite delle smentite. Quando l’identità reale dell’aggressore viene chiarita, non tornano automaticamente indietro la paura, la rabbia e le reti già attivate. La correzione compete con una narrazione che ha offerto in poche ore un colpevole, un gruppo e un motivo.
Un rapporto del 2025 realizzato da Demos con il Leverhulme Centre for the Future of Intelligence dell’Università di Cambridge ha esaminato il funzionamento delle Community Notes durante quei disordini. Lo strumento di correzione collettiva non riuscì a contenere in tempo le narrazioni più dannose. Non significa che le note siano inutili. Significa che una verifica lenta arriva svantaggiata in una crisi costruita sulla velocità.
La revisione sistematica pubblicata nel 2025 da Pablo Madriaza e altri autori ha trovato un’associazione moderata tra esposizione all’odio e comportamenti violenti offline. Quel risultato deriva però da due soli studi correlazionali, su 7.602 osservazioni, e non dimostra un rapporto di causa ed effetto. La stessa revisione non ha trovato un legame significativo con i crimini d’odio nelle aree geografiche esaminate. È un esempio utile di come un numero possa essere corretto e allo stesso tempo facilmente abusato se vengono omessi metodo e limiti.
Quando il coordinamento è documentato
La cautela non impone di negare l’esistenza di operazioni coordinate. Impone di dimostrarle. Nel 2024 il Meccanismo investigativo indipendente delle Nazioni Unite per il Myanmar ha pubblicato l’analisi di 43 pagine Facebook attive nel 2017. Sei erano state rimosse per collegamenti con soggetti accusati di gravi violazioni dei diritti umani; le altre 37 per comportamento coordinato non autentico. L’indagine ha individuato amministratori condivisi, indirizzi di rete riconducibili alle forze armate e pubblicazioni identiche diffuse a pochi minuti di distanza. Più di 10.000 post sono stati classificati come incitamento all’odio contro i Rohingya.
Questo è il tipo di prova che consente di parlare di rete coordinata: connessioni tecniche, gestione comune, contenuti replicati e cronologie compatibili. La semplice presenza di molti account, la crescita rapida di una pagina o l’esistenza di un orientamento politico non bastano.
Il precedente del Myanmar mostra anche perché le pagine apparentemente autonome possono essere più persuasive di un canale dichiaratamente istituzionale. Contenuti di intrattenimento e propaganda possono convivere; la fiducia viene costruita prima che il messaggio più aggressivo abbia bisogno di essere diffuso.
La responsabilità delle piattaforme
Le piattaforme non inventano ogni menzogna e non possono essere trattate come l’unico autore di ciò che pubblicano miliardi di persone. Progettano però l’ambiente in cui quei contenuti competono. Se il sistema premia ciò che produce reazioni rapide, indignazione e conflitto ricevono un vantaggio anche quando l’utente esprime rabbia contro la falsità del contenuto.
Il Regolamento europeo sui servizi digitali, noto come Digital Services Act (DSA), obbliga le piattaforme online di dimensioni molto grandi a valutare rischi sistemici, compresi quelli legati a disinformazione, account falsi, bot e amplificazione algoritmica. Le misure devono essere proporzionate e rispettare i diritti fondamentali, in particolare la libertà di espressione. Questo equilibrio è essenziale: combattere la manipolazione non autorizza un potere indistinto di cancellare opinioni sgradite.
La moderazione non coincide con la censura. Significa applicare regole dichiarate, rendere riconoscibili contenuti manipolati, limitare comportamenti coordinati ingannevoli e intervenire rapidamente quando un messaggio supera la critica politica e diventa minaccia o istigazione. La decisione resta contestabile e deve poter essere spiegata.
Il contraddittorio necessario
Un’indagine sulla disinformazione rischia a sua volta di produrre una narrazione troppo semplice. Quattro obiezioni devono restare visibili.
La prima è che la rete corregge anche gli errori. Utenti, giornalisti e verificatori possono trovare l’originale, geolocalizzare un video e mostrare un montaggio in tempi che i vecchi mezzi non consentivano. La persistenza dei contenuti permette sia la falsificazione sia la sua prova.
La seconda è che la popolarità non equivale alla persuasione. Una visualizzazione può durare pochi secondi; una condivisione può essere ironica o critica; un commento può contestare il post. Le metriche sono indizi sulla circolazione, non misure automatiche della convinzione.
La terza è che un pubblico omogeneo non è necessariamente manipolato. Persone con interessi comuni possono riunirsi liberamente e organizzare una protesta legittima. La mobilitazione diventa un problema investigativo quando entrano falsità documentabili, minacce, istruzioni illecite o tecniche di coordinamento ingannevole.
La quarta è che l’orientamento editoriale non coincide con la menzogna. Una testata può scegliere temi e priorità riconoscibili senza falsificare i fatti. Il problema nasce quando l’interpretazione viene travestita da dato, il contrario viene omesso in modo decisivo o la fonte non consente di controllare l’affermazione.
Queste obiezioni non indeboliscono l’indagine. Impediscono che il dossier utilizzi gli stessi meccanismi che sta descrivendo.
Una responsabilità distribuita
La catena informativa distribuisce il potere e quindi anche la responsabilità. Chi crea un falso compie un’azione diversa da chi lo condivide in buona fede. Chi gestisce una pagina ha obblighi diversi da chi legge. Una piattaforma dispone di strumenti che il singolo utente non possiede. Una testata professionale è tenuta a controlli più severi di una conversazione privata.
Queste differenze non assolvono nessuno in anticipo e non rendono tutti ugualmente colpevoli. Servono a ricostruire che cosa è accaduto. In un sistema dove ogni persona può diventare un piccolo mezzo di comunicazione, la domanda non è soltanto se abbia il diritto di parlare. È che cosa abbia fatto prima di chiedere ad altri di crederle.
La libertà di espressione protegge anche l’errore, l’opinione dura, la satira e il dissenso. Non garantisce che ogni affermazione sia vera, competente o immune da critica. La libertà si svuota quando viene usata per pretendere credibilità senza accettare il controllo.
Conclusione
Il web non ha creato la credulità, la propaganda, l’odio o la deformazione dei racconti. Ha unito in uno stesso ambiente chi produce il messaggio, chi lo distribuisce, chi lo modifica e chi reagisce. Ha ridotto il tempo tra una voce e una folla.
Pochi soggetti possono preparare un contenuto; migliaia di persone autentiche possono amplificarlo senza conoscere l’origine; altri possono alterarlo durante il percorso. Le piattaforme possono aumentarne la visibilità; una testata affine può offrirgli una conferma apparente; una comunità già selezionata può trasformarlo in appartenenza. Nessun passaggio è inevitabile, ma nessuno può essere ignorato.
La risposta non è chiedere silenzio a chi non possiede un titolo. È rendere riconoscibile la differenza tra esperienza e competenza, tra opinione e documento, tra portata e consenso, tra accusa e prova. L’autorevolezza non deve essere ereditata da un ruolo; deve poter essere controllata nel modo in cui una persona usa i fatti.
Gli elefanti possono volare in un’immagine. Il problema comincia quando qualcuno usa quell’immagine per sostenere che stanno volando davvero, altri la rilanciano perché conferma ciò che desiderano e una comunità finisce per trattare il dubbio come un tradimento. È allora che lo schermo smette di essere una finestra e diventa la patria delle leggende metropolitane.
FONTI
Le fonti sono riportate per consentire il controllo dei dati e delle ricostruzioni. Nel corpo del dossier non sono stati inseriti richiami numerici: i documenti sostengono i fatti verificabili, non sostituiscono l’analisi editoriale.
- Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Pluralismo politico e sociale in televisione, dati di monitoraggio 2026.
- Camera dei Comuni del Regno Unito, Science Innovation and Technology Committee, Social media misinformation and harmful algorithms, Second Report of Session 2024–25, 11 luglio 2025.
- Cornia Alessio, Reuters Institute for the Study of Journalism, Digital News Report 2026 Italy, 16 giugno 2026.
- Demos, Leverhulme Centre for the Future of Intelligence University of Cambridge, Perry Hannah, Corsi Giulio e Malik Naema, Researching the riots An evaluation of the efficacy of Community Notes during the 2024 Southport riots, 15 luglio 2025.
- Independent Investigative Mechanism for Myanmar, Anti Rohingya hate speech on Facebook Content and network analysis, rapporto ed executive summary, 27 marzo 2024.
- McLoughlin Killian L, Brady William J, Goolsbee Aden, Kaiser Ben, Klonick Kate e Crockett Molly J, Misinformation exploits outrage to spread online, Science, volume 386, novembre 2024.
- Madriaza Pablo e altri, Exposure to hate in online and traditional media A systematic review and meta analysis of the impact of this exposure on individuals and communities, Campbell Systematic Reviews, gennaio 2025.
- Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea, Regolamento UE 2022 2065 relativo a un mercato unico dei servizi digitali Digital Services Act, 19 ottobre 2022.
- RTVE Verifica, Bulos y desinformación sobre las protestas estudiantiles en Francia, 6 ottobre 2026, aggiornato 7 ottobre 2026.
- RTVE Verifica, Desinformación sobre las protestas en Francia vídeos descontextualizados e imágenes generadas con IA, 19 ottobre 2026, aggiornato 20 ottobre 2026.
- ANSA, Youssef Siher in carcere aveva un progetto eversivo Indagata anche la moglie, 25 ottobre 2026.
- ANSA, Chiesto il carcere per Siher strategia rivoluzionaria, 26 ottobre 2026.
- RaiNews, Chi è Youssef Siher il ricercatore indagato come mente del Movimento 17 ottobre, 24 ottobre 2026.
- RaiNews, Youssef Siher è in carcere Indagata anche la moglie insieme gestivano i profili M1710, 25 ottobre 2026.
- Bartlett Frederic C, Remembering A Study in Experimental and Social Psychology, Cambridge University Press, 1932.
- Allport Gordon W e Postman Leo, The Psychology of Rumor, Henry Holt, 1947.
Criterio editoriale
I casi citati sono utilizzati per distinguere meccanismi documentabili: falso contesto, amplificazione, selezione del pubblico, verifica tardiva, coordinamento e passaggio dalla comunicazione alla mobilitazione. Le accuse giudiziarie sono riportate come accuse e non come condanne. Le associazioni statistiche non sono presentate come rapporti causali. Le fonti concorrenti non sono state usate per attribuire intuizioni o interpretazioni editoriali della testata.

