La mafia paga chi piega una funzione dello Stato. L’ideologia può convincere chi la esercita a piegarla gratuitamente. Cambiano la ricompensa e il metodo di reclutamento; non cambiano il favore prodotto e il danno alla legalità.
Un’inchiesta sul caso Ravenna e sul confine oltre il quale il dissenso contro i Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) può trasformare il giudizio professionale in uno strumento per neutralizzare una procedura dello Stato.
In questo dossier
- Il punto di partenza
- 1 Che cos’è davvero un CPR
- 2 La falla è nella procedura non a Ravenna
- 3 Sessantaquattro persone tre esiti
- 4 I dieci che non si fanno visitare
- 5 Non serve inventare una malattia
- 6 Un caso concreto Moussa Cissé
- 7 Prima dello scandalo c’era già una campagna
- 8 Il modulo finisce alla Questura
- 9 Cocco il referente che fa la mappatura
- 10 Le chat e il dissenso nel certificato
- 11 Il metodo senza mazzetta
- 12 Da Ravenna a una rete nazionale
- 13 Il movente ideologico
- 14 La connotazione politica
- 15 Quando l’avvocato prepara la storia
- 16 Ikaros e la rete a pagamento
- 17 L’informazione prima della Questura
- 18 Asilo vulnerabilità e orientamento sessuale
- 19 Il problema è come si usa il potere
- 20 Non è obiezione di coscienza
- 21 Il contraddittorio tra scienza e coscienza
- 22 La sinistra i CPR e la disobbedienza
- 23 La domanda che resta
- Conclusione Il potere della convinzione
- Fonti documentali
Il punto di partenza
Questa storia comincia con trentaquattro certificati medici contestati a Ravenna. Ma se la si guarda soltanto da Ravenna, si perde il punto. L’inchiesta giudiziaria parte da lì; il fenomeno che emerge dagli atti, dai documenti pubblici e dalle reti che negli anni hanno costruito una battaglia contro i Centri di permanenza per il rimpatrio è molto più largo.
Il tema di questo dossier non è stabilire se i CPR siano giusti o sbagliati. Non è neppure decidere al posto dei giudici se ogni certificato sia falso. La domanda è un’altra: che cosa succede quando chi dispone di un potere professionale o istituzionale ritiene moralmente o politicamente sbagliata una regola e usa proprio quel potere per impedirne l’applicazione?
Il medico dispone di una firma che può fermare un trasferimento. L’avvocato conosce i passaggi che consentono di ottenere o mantenere un titolo di soggiorno. Il mediatore conosce la lingua, la procedura, le vulnerabilità da segnalare. L’operatore legale spiega i diritti. Il funzionario pubblico può incidere sul procedimento. Ognuno di questi ruoli esiste per una ragione legittima. Il problema nasce quando il ruolo smette di servire la funzione per la quale esiste e diventa lo strumento con cui si persegue un obiettivo politico, ideologico o economico diverso.
È qui che il paragone con le reti criminali diventa provocatorio ma non gratuito: il movente può cambiare, il risultato pratico può convergere. C’è chi piega una regola perché viene pagato e chi può arrivare a piegarla perché si sente moralmente autorizzato a farlo.
1 Che cos’è davvero un CPR
CPR significa Centro di permanenza per il rimpatrio. È il luogo nel quale può essere trattenuto lo straniero irregolare quando l’espulsione o il rimpatrio non possono essere eseguiti immediatamente. Il Prefetto adotta il provvedimento di espulsione; il Questore ne cura l’esecuzione e può disporre il trattenimento, che deve poi essere sottoposto al controllo dell’autorità giudiziaria.
La visita sanitaria che ci interessa non decide se uno straniero debba essere espulso. Decide se le sue condizioni di salute siano compatibili con la permanenza in una comunità ristretta. È una distinzione decisiva: il medico non cancella l’espulsione, ma può rendere impossibile l’uso dello strumento attraverso il quale lo Stato intende eseguirla.
La direttiva del Ministero dell’Interno del 19 maggio 2022 disciplina l’organizzazione dei CPR e la valutazione sanitaria. A Ravenna, dal 26 settembre 2022, un protocollo tra Prefettura e Azienda Unità Sanitaria Locale (AUSL) della Romagna formalizza il percorso. Nel maggio 2025 arriva la procedura aziendale PA 302, che disciplina contesti, professionalità coinvolte e modalità di rilascio della certificazione. Le visite sono attivate dalle Questure.
Questo significa una cosa semplice: il migrante non sceglie normalmente un medico privato e non compra un certificato come si compra un certificato per la palestra. È lo Stato che lo porta dentro il circuito sanitario pubblico per ottenere un giudizio necessario alla propria procedura.
2 La falla è nella procedura non a Ravenna
Uno dei passaggi più importanti dell’intera vicenda è che la fragilità non nasce a Ravenna. Nasce dalla struttura stessa della procedura. Il giudizio medico preventivo può impedire l’ingresso nel CPR e, in quella fase, non passa automaticamente attraverso un secondo vaglio giudiziario sul merito clinico.
Il 24 marzo 2026, in Commissione Affari costituzionali del Senato, una proposta parlamentare firmata dai senatori Lisei e Berrino descrive in modo esplicito il problema: il giudizio di incompatibilità espresso prima dell’accesso al CPR non è sottoposto a ulteriore controllo e può determinare la rimessa in libertà dello straniero. La proposta chiede di spostare gli accertamenti sanitari all’ingresso nel centro e di sottoporre l’eventuale inidoneità al vaglio dell’autorità giudiziaria.
È un passaggio politico, non una sentenza. Ma certifica l’esistenza di un problema normativo nazionale: una valutazione sanitaria nata per proteggere la salute può diventare, se usata impropriamente, il punto attraverso cui viene vanificata un’intera procedura di espulsione.
La falla non è ravennate. Ravenna è il luogo dove la falla è diventata un’inchiesta.
3 Sessantaquattro persone tre esiti
Tra settembre 2024 e gennaio 2026, sessantaquattro cittadini stranieri destinati alla procedura CPR vengono accompagnati al reparto di Malattie infettive di Ravenna per la valutazione sanitaria. I numeri che emergono dall’inchiesta sono semplici e impressionanti.
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| Esito | Persone | Quota | Effetto |
|---|---|---|---|
| Non idonei | 34 | 53,1% | Niente trasferimento al CPR |
| Rifiuto della visita | 10 | 15,6% | Niente certificazione preventiva / niente trasferimento in quei casi |
| Altri casi | 20 | 31,3% | Procedura non bloccata da questi due motivi |
Quarantaquattro persone su sessantaquattro, il 68,75 per cento, non vengono trasferite al CPR per una delle due ragioni: trentaquattro per non idoneità medica, dieci perché rifiutano la visita. Secondo quanto rappresentato dalla Procura al giudice per le indagini preliminari (GIP), dieci di quelle quarantaquattro persone avrebbero poi commesso complessivamente circa venti reati.
Questo ultimo dato non rende il medico responsabile di ciò che una persona commette dopo essere stata rimessa in libertà. Serve però a misurare una cosa diversa: una firma, oppure l’assenza stessa di una visita, può produrre conseguenze amministrative molto concrete.
4 I dieci che non si fanno visitare
I trentaquattro certificati sono il centro dell’inchiesta giudiziaria. Ma dal punto di vista del sistema i dieci rifiuti sono forse ancora più inquietanti. Dieci persone su sessantaquattro: il 15,6 per cento, quasi una su sei.
Rifiutare la visita non è la stessa cosa che fingersi malati. Non è una reazione istintiva. È una scelta che presuppone almeno la conoscenza dell’esistenza di quella visita e della possibilità di sottrarsi all’accertamento. Nel campione ravennate non è un episodio singolo: accade dieci volte.
Non sappiamo chi abbia informato ciascuna di quelle persone. Non serve inventarlo. Il fenomeno che il numero documenta è già sufficiente: una leva procedurale specifica era conosciuta e utilizzata. E se in un solo nodo quasi una persona su sei rifiuta proprio l’accertamento che precede il trattenimento, la domanda nazionale è inevitabile: quanto è conosciuta quella leva fuori da Ravenna?
Qui non interessa processare i dieci migranti. Interessa capire quanto possa essere debole una procedura che affida il proprio funzionamento a un passaggio sanitario che, in determinate condizioni operative, può essere neutralizzato semplicemente non arrivando al giudizio.
Va precisato il punto operativo: i dieci rifiuti di Ravenna riguardano la visita preventiva prima del trasferimento. Non ne deriva la regola generale secondo cui chiunque, una volta già dentro un CPR, possa semplicemente rifiutare un esame e uscire. Il problema che emerge dal caso ravennate è proprio l’effetto della mancata certificazione nella fase che precede l’ingresso.
La proiezione nazionale
Dieci rifiuti su sessantaquattro visite equivalgono al 15,625 per cento: quasi una persona su sei. Il dato appartiene al solo campione ravennate e non può essere trasferito automaticamente all’intero Paese. Permette però di misurare la dimensione potenziale del problema.
Se la stessa incidenza si riscontrasse su mille visite preventive, i rifiuti sarebbero circa 156; su cinquemila, circa 781; su diecimila, oltre 1.560. Nel 2024 sono stati registrati 6.164 ingressi nei CPR italiani: applicare, a puro titolo illustrativo, la percentuale ravennate a un flusso di quelle dimensioni restituirebbe circa 963 casi.
Non è una stima nazionale. Gli ingressi nei centri non coincidono con il numero delle visite preventive e non comprendono proprio chi viene fermato prima del trasferimento. Il denominatore necessario è un altro: quante visite siano state richieste in Italia, quante siano state rifiutate, quante abbiano prodotto una non idoneità e quanti trasferimenti siano stati conseguentemente interrotti.
L’assenza pubblica di quel dato è parte della domanda investigativa. Se il 15,6 per cento ravennate non fosse un’anomalia locale, il numero nazionale sarebbe molto più grande dei dieci episodi dai quali parte questa inchiesta.
5 Non serve inventare una malattia
Un altro equivoco cade leggendo il materiale preparato per i sanitari. Il modello di non idoneità diffuso nel 2024 non ruota necessariamente attorno a una diagnosi clamorosa. Non serve scrivere che il paziente ha l’Ebola, una cardiopatia inesistente o una patologia inventata.
Nel fac-simile pubblicato nell’ambito della campagna contro i CPR entrano elementi come anamnesi incompleta, tempo insufficiente per approfondire, mancanza di documentazione clinica e limiti della vita in comunità ristretta. In altre parole, anche l’incertezza può diventare un pezzo della motivazione conclusiva.
Questo spiega perché il meccanismo, se usato in modo strumentale, non richieda necessariamente la complicità attiva del beneficiario. Una persona può trovarsi fuori dal CPR senza che qualcuno debba raccontarle di avere una malattia che non ha. Il punto dell’inchiesta, infatti, non è che tutti i pazienti abbiano simulato una patologia: è il modo in cui alcuni medici avrebbero trasformato la valutazione clinica in una non idoneità aprioristica o pianificata.
6 Un caso concreto Moussa Cissé
Il caso di Moussa Cissé mostra materialmente come potesse funzionare una non idoneità senza una patologia eclatante. Secondo l’ordinanza del GIP riportata dall’Agenzia Nazionale Stampa Associata (ANSA) nell’aprile 2026, le analisi del sangue e del torace del ventinovenne senegalese non avevano evidenziato patologie. Nonostante ciò, era stato giudicato non idoneo facendo riferimento all’incompletezza degli esami, alla mancanza di un’anamnesi disponibile e al tempo ritenuto insufficiente per un approfondimento clinico.
Cissé era quindi uno dei trentaquattro beneficiari dei certificati contestati dalla Procura. Il suo caso non dimostra da solo che gli altri certificati fossero falsi, ma rende concreto il nodo che abbiamo individuato: la non idoneità poteva poggiare non sulla diagnosi di una malattia incompatibile con il CPR, bensì sull’impossibilità dichiarata di escludere problemi ulteriori.
C’è poi un altro dato emerso dalle ricostruzioni delle chat: tra il 10 settembre 2025 e il 16 gennaio 2026 nessuno degli stranieri sottoposti a quella visita a Ravenna avrebbe ottenuto l’idoneità; una delle dottoresse avrebbe firmato undici non idoneità consecutive. È uno dei motivi per cui l’accusa non legge quei numeri come una semplice successione casuale di valutazioni cliniche.
7 Prima dello scandalo c’era già una campagna
La cronologia impedisce di raccontare Ravenna come l’inizio di tutto. Nel febbraio 2024 viene pubblicata una bozza di certificazione di non idoneità alla vita nel CPR. Il 1° marzo 2024 la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e la rete “Mai più lager – No ai CPR” lanciano una campagna nazionale rivolta al personale sanitario, chiedendo una presa di coscienza sulle condizioni dei centri e mettendo a disposizione strumenti e materiali.
La campagna è pubblica. Non è un gruppo clandestino. Ed è proprio questo che rende il passaggio successivo politicamente interessante: il metodo, le argomentazioni e il modello circolano prima che la Procura apra l’inchiesta.
Nel febbraio 2025 la Funzione Pubblica della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (FP CGIL) Lombardia organizza con la rete No CPR un incontro specifico sul ruolo del personale sanitario nella detenzione amministrativa. Tra i relatori c’è Nicola Cocco, infettivologo della SIMM e membro della stessa rete. L’iniziativa parla apertamente di attivismo contro i CPR e di proposte operative.
Questo non dimostra un reato. Dimostra però che l’idea politica, il circuito associativo e il lavoro rivolto ai professionisti sanitari esistono prima dell’esplosione giudiziaria. Non siamo davanti a otto medici che, per coincidenza, maturano tutti nello stesso momento il medesimo dubbio etico.
8 Il modulo finisce alla Questura
L’inchiesta parte nel luglio 2025 da un errore apparentemente banale. Secondo le ricostruzioni basate sugli atti, insieme a un certificato arriva alla Questura anche la bozza del modulo prestampato utilizzato per la non idoneità. La Polizia chiede chiarimenti e comincia a scavare.
È un dettaglio decisivo perché ribalta la prospettiva. Non è la Questura a partire da una teoria politica contro i medici: nelle sue mani arriva un documento concreto che mostra l’esistenza di una traccia condivisa. Da quel momento le verifiche portano alle chat, ai conteggi, alla mappatura e infine all’allargamento nazionale del settembre 2026.
Ed è dentro questo contesto che la frase sugli “sbirri maledetti” acquista il suo peso: le forze dell’ordine non sono un soggetto astratto della discussione politica, ma l’apparato che sta verificando certificazioni destinate a incidere sull’esecuzione dei trasferimenti.
9 Cocco il referente che fa la mappatura
Nel giugno 2024 Nicola Cocco scrive a una dottoressa di Ravenna chiedendo copie delle certificazioni perché sta tenendo una “mappatura”. ANSA lo descrive come una sorta di referente dei colleghi sul tema. Nel settembre 2026, quando l’indagine si allarga a livello nazionale, RaiNews riferisce che secondo l’accusa sarebbe lui a guidare il gruppo.
Non serve cercare un improbabile “capo sopra il capo”. Nel nostro dossier Cocco è ciò che emerge dagli atti e dalle ricostruzioni dell’inchiesta: la figura di riferimento e di raccordo. Il punto non è stabilire chi abbia firmato il primo certificato della storia. Il punto è chi raccoglie le certificazioni, chi le mappa, chi è in contatto con professionisti di territori diversi e chi viene indicato dagli investigatori come referente.
Secondo ANSA, in un dialogo del luglio 2025 acquisito agli atti e citato nell’ordinanza cautelare, Cocco scrive: “Gli facciamo il culo a sti sbirri maledetti”. La frase sarebbe successiva all’interrogatorio in Questura di una dottoressa. Non dimostra da sola la falsità di un certificato, ma documenta il linguaggio di contrapposizione verso le forze dell’ordine incaricate di verificare atti destinati a incidere sull’esecuzione dei trasferimenti.
10 Le chat e il dissenso nel certificato
Le conversazioni acquisite nell’indagine sono il punto in cui la tesi ideologica smette di essere una nostra interpretazione. In una delle chat, secondo il materiale riportato anche in atti parlamentari, compare una frase netta: il modo per esprimere dissenso sarebbe la non idoneità. In altre conversazioni si parla della necessità di restare uniti, di una scelta etica, di una campagna No CPR, di moduli da adattare e riscrivere.
Una dottoressa manifesta addirittura contrarietà alla non idoneità data a priori se non esistono ragioni specifiche. Questa obiezione interna è preziosa perché dimostra che il problema veniva percepito anche all’interno del gruppo: una cosa è valutare caso per caso, un’altra è partire dall’obiettivo politico e cercare poi la forma professionale per raggiungerlo.
Il 17 marzo 2026 il GIP di Ravenna, nelle motivazioni delle misure cautelari, parla di forte coinvolgimento ideologico ed emotivo e di condotte realizzate in un’ottica di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione irregolare. Non è una definizione della nostra redazione. È la lettura giudiziaria cautelare del materiale raccolto.
Prima viene l’idea: il CPR va contrastato. Poi arriva il potere: la firma del medico. Il punto dell’inchiesta è capire quando l’una ha cominciato a usare l’altro.
11 Il metodo senza mazzetta
Immaginiamo che un’organizzazione criminale avesse pagato alcuni medici per rilasciare certificati di non idoneità destinati a impedire il trasferimento di determinate persone nei CPR. Nessuno esiterebbe a definire mafioso il meccanismo: utilizzare una funzione sanitaria, una firma e una struttura pubblica per neutralizzare una procedura dello Stato e favorire i beneficiari dell’operazione.
Nell’inchiesta di Ravenna non emerge, allo stato delle fonti pubbliche, il pagamento di denaro. Secondo l’accusa, alcuni medici avrebbero perseguito lo stesso fine operativo per convinzione ideologica: impedire i trasferimenti attraverso certificazioni predeterminate. L’ambito è lo stesso, la leva è la stessa e l’effetto ricercato è lo stesso. Cambiano il modo in cui il professionista viene spinto ad agire e la ricompensa che ne ricava: economica nel primo caso, morale, politica o identitaria nel secondo.
Il comportamento mafioso comincia quando chi riceve un’autorità per applicare una regola decide che quell’autorità è diventata sua. La usa come vuole, favorisce chi sceglie e impedisce allo Stato di ottenere il risultato previsto dalla legge. La ricompensa non deve essere necessariamente economica. Può consistere nel potere esercitato, nell’approvazione del gruppo o nella soddisfazione personale di avere imposto la propria convinzione.
Se le accuse saranno confermate, l’assenza di denaro non renderà meno mafioso il comportamento. Dimostrerà soltanto che una funzione pubblica può essere piegata senza bisogno di comprarla, quando chi la esercita considera la propria convinzione superiore alla legge. Qui “mafioso” descrive il metodo e il comportamento; non attribuisce ai medici rapporti con organizzazioni mafiose né formula una contestazione ai sensi dell’articolo 416-bis del codice penale.
La mafia paga chi piega una funzione dello Stato. L’ideologia può convincere chi la esercita a piegarla gratuitamente. Cambiano la ricompensa e il metodo di reclutamento; non cambiano il favore prodotto e il danno alla legalità.
12 Da Ravenna a una rete nazionale
Il 16 settembre 2026 la Procura di Ravenna allarga drasticamente il perimetro. La Polizia, con il Servizio centrale operativo (SCO) di Roma e le Squadre Mobili territoriali, esegue ventitré perquisizioni nei confronti di sanitari in più città: Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese. Le ricostruzioni Rai aggiungono che la stessa bozza di modulo risulta utilizzata o circolata anche a Ferrara, Forlì e Matera.
Nove medici risultano complessivamente indagati nella ricostruzione di RaiNews del 17 settembre; per la Procura gli indizi di un’associazione a livello nazionale comprendono il modulo comune, gli incontri, la propaganda sui social e la campagna No CPR. Cocco viene indicato come referente e, secondo l’accusa, figura di guida.
Questo è il momento nel quale smette di avere senso parlare di “microproblema ravennate”. Ravenna resta il punto dal quale parte l’indagine giudiziaria, ma il fenomeno investigato attraversa regioni, ospedali, infettivologi e psichiatri.
Non conosciamo ancora il numero complessivo delle non idoneità contestabili prodotte in Italia. Non possiamo trasformare in statistiche ipotesi come mille, cinquemila o diecimila casi. Ma il fatto che la Procura cerchi documenti, chat e dispositivi in numerose città serve esattamente a capire quanto fosse esteso il metodo.
13 Il movente ideologico
Nel filone Ravenna non emerge, allo stato delle fonti pubbliche, una contestazione di corruzione, mazzette o pagamento per singolo certificato. Il percorso passa attraverso strutture pubbliche, personale sanitario pubblico e procedure attivate dalle Questure.
Se l’impianto accusatorio venisse confermato, il paradosso sarebbe persino più forte della classica corruzione: lo Stato avrebbe utilizzato proprie risorse e proprie strutture per ottenere un accertamento necessario alla procedura, mentre alcuni degli atti prodotti all’interno di quella stessa struttura sarebbero stati utilizzati per neutralizzarla.
La motivazione che emerge dagli atti è politica e ideologica. Il GIP parla di contestazione del sistema; le chat parlano di scelta etica; la campagna No CPR esiste pubblicamente; Cocco rivendica di avere costruito una campagna sulla patogenicità dei centri e nega di avere istigato qualcuno a produrre falsi.
Il denaro, quindi, non è l’unico collante possibile di una rete capace di interferire con una procedura. Una convinzione condivisa può produrre coordinamento, disciplina, circolazione di strumenti, supporto reciproco e continuità operativa senza che nessuno debba passare una busta.
La mafia si fa pagare per corrompere e piegare le regole. L’ideologia le piega gratis. Ma il risultato è praticamente identico: aggirare le regole dello Stato.
14 La connotazione politica
La matrice politica del movimento che fa da sfondo alla campagna anti-CPR è documentabile. Le mobilitazioni milanesi della rete “Mai più lager – No ai CPR” hanno coinvolto centri sociali, associazioni antirazziste, sindacati e formazioni della sinistra. Nel dicembre 2018 ANSA registra la presenza, tra gli altri, di Camera del Lavoro, Associazione ricreativa e culturale italiana (ARCI), Rifondazione Comunista, Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), Federazione Impiegati Operai Metallurgici (FIOM), Partito Comunista Italiano (PCI) e Cobas. Nel febbraio 2019 un corteo della stessa area rivendica apertamente la disobbedienza a quelle che definisce leggi razziste.
Nel 2025 FP CGIL Lombardia collabora direttamente con la rete No CPR in un incontro dedicato al ruolo dei sanitari e all’attivismo contro la detenzione amministrativa. Cocco vi partecipa come medico della SIMM e membro della rete.
Per questo è corretto definire l’ambiente politico-culturale come riconducibile alla sinistra antirazzista, sindacale e antagonista. Non significa dire che “la sinistra falsifica certificati”. Significa descrivere la matrice politica del movimento nel quale la campagna nasce e si sviluppa.
E qui la provocazione diventa ancora più chiara: su questo specifico tema l’ideologia indica anche la direzione. Una cultura politica che considera i CPR uno strumento da abolire o contrastare ha una spinta coerente verso il blocco del trattenimento; una cultura politica favorevole a rimpatri più rapidi avrebbe, sullo stesso tema, una spinta opposta. L’ideologia non è neutra: può orientare l’uso del potere.
15 Quando l’avvocato prepara la storia
Per capire perché questo dossier non riguarda soltanto i medici bisogna guardare altri casi italiani già documentati. Nel gennaio 2020 la Questura di Bologna descrive un’indagine su un sistema nel quale un avvocato, o una collaboratrice, sottoponeva gli stranieri a una sorta di interrogazione preparatoria prima dell’appuntamento con l’Ufficio Immigrazione.
Secondo la Polizia, il legale verificava che gli assistiti sapessero ripetere nome dell’ospitante, indirizzo, composizione del nucleo familiare e altre informazioni. L’indagine sostiene che quelle domiciliazioni fossero false e che, quando mancava un domicilio, intervenisse un altro soggetto per procurare una dichiarazione di ospitalità. Quarantuno gli indagati. La Questura parla anche di rilevante ritorno economico.
Qui il confine è chiarissimo: preparare una persona a raccontare bene la verità è assistenza legale; prepararla a sostenere una rappresentazione che si sa falsa è un’altra cosa. Gli strumenti esteriormente sono identici — colloquio, documenti, simulazione delle domande — ma cambia ciò che si mette dentro la procedura.
16 Ikaros e la rete a pagamento
L’Operazione Ikaros della Polizia di Stato a Crotone mostra il modello opposto a quello ideologico. Qui il motore è il denaro. L’indagine descrive due associazioni con ramificazioni nazionali e internazionali, composte da stranieri, avvocati compiacenti, mediatori culturali, poliziotti dell’Ufficio Immigrazione, un dipendente della Prefettura presso la Commissione territoriale e un agente della Polizia locale.
Secondo la Polizia, venivano predisposte false residenze, false assunzioni e documentazione destinata a ottenere forme di protezione internazionale o titoli di soggiorno. I richiedenti pagavano. Alcuni arrivavano dall’Iraq con visto turistico per comparire agli appuntamenti della procedura e poi tornavano nel Paese dal quale sostenevano di dover essere protetti.
Questo caso serve al confronto centrale del dossier: una rete può piegare una procedura per guadagno, oppure può farlo perché considera politicamente ingiusta la procedura stessa. Il movente è diverso. Il punto comune è l’utilizzo organizzato delle competenze e delle posizioni per ottenere un risultato che la regola non avrebbe prodotto.
17 L’informazione prima della Questura
Il sistema dell’accoglienza e dell’asilo è costruito, legittimamente, per informare il migrante. Negli hotspot vengono spiegate la normativa, la possibilità di chiedere protezione internazionale e le principali tutele. Nei centri operano mediatori, operatori legali, associazioni e avvocati. Chi non ha mezzi può accedere al patrocinio a spese dello Stato.
L’informazione può iniziare perfino prima dello sbarco. EMERGENCY descrive il lavoro dei mediatori culturali a bordo della Life Support: ascolto, informazione sui diritti e sulla possibilità di chiedere protezione, individuazione delle vulnerabilità e successiva segnalazione alle autorità e alle organizzazioni a terra.
Questa rete di informazione non è di per sé un problema. È una garanzia. Il problema nasce quando la conoscenza di una garanzia diventa conoscenza della leva da attivare indipendentemente dall’esistenza reale della condizione che quella garanzia dovrebbe proteggere.
I dieci rifiuti di Ravenna diventano interessanti proprio qui: non ci dicono chi abbia spiegato cosa a chi, ma dimostrano che una scelta procedurale specifica era conosciuta da una quota non marginale dei soggetti sottoposti alla visita.
18 Asilo vulnerabilità e orientamento sessuale
La certificazione sanitaria non è l’unico punto in cui una dichiarazione personale può cambiare il percorso amministrativo. La protezione internazionale esiste proprio per impedire che una persona venga rimandata dove rischia persecuzioni o trattamenti inumani. Le vulnerabilità sanitarie, psicologiche, la tratta, la tortura, la persecuzione politica o religiosa e l’orientamento sessuale possono avere un peso decisivo.
Sul tema dell’orientamento sessuale la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito limiti rigorosi: lo Stato non può pretendere prove intime, test o dettagli sessuali invasivi; allo stesso tempo, la semplice dichiarazione non è automaticamente vera e resta soggetta a valutazione di credibilità.
Questo crea inevitabilmente una zona in cui la tutela della dignità e la necessità di verificare la storia convivono con difficoltà. Durante questa indagine non abbiamo trovato una fonte italiana solida che documenti una rete organizzata che suggerisca sistematicamente di dichiararsi omosessuali. Il meccanismo, però, mostra perché la qualità dell’assistenza legale e dell’intermediazione sia decisiva: il sistema deve proteggere chi dice la verità senza trasformare la protezione in una formula da recitare.
Lo stesso legislatore europeo contempla il rischio di uso dilatorio delle garanzie. Il Regolamento UE 2024/1348 disciplina il caso di domande successive presentate al solo scopo di ritardare o impedire l’esecuzione di una decisione di rimpatrio. Non è una leggenda metropolitana: è un rischio previsto dalla normativa europea.
19 Il problema è come si usa il potere
Medico, avvocato, mediatore, operatore di accoglienza, volontario di un’organizzazione non governativa (ONG), funzionario pubblico: nessuna di queste categorie è sospetta per definizione. Al contrario, molte esistono proprio per impedire abusi e garantire diritti. Sarebbe intellettualmente disonesto trasformare l’assistenza in un indizio di colpevolezza.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che la funzione renda automaticamente virtuoso chi la esercita. I casi giudiziari mostrano il contrario: competenze legali, sanitarie e amministrative possono essere usate sia per proteggere un diritto vero sia per costruire un percorso falso.
È qui che torna il cuore di questa inchiesta. Il potere non è soltanto quello del politico o del poliziotto. È anche la firma del medico, la conoscenza dell’avvocato, il ruolo del mediatore, la posizione del funzionario. Più una procedura è complessa, più chi la conosce dispone di un potere che chi è appena entrato nel sistema non possiede.
20 Non è obiezione di coscienza
Il paragone con l’obiezione di coscienza aiuta a capire la differenza. Quando la legge riconosce un’obiezione, il professionista dichiara la propria posizione e si astiene dall’atto secondo regole trasparenti. Non falsifica il presupposto dell’atto per ottenere di nascosto lo stesso risultato.
Nel caso CPR l’accusa non contesta ai medici di avere manifestato contro i centri o di essersi rifiutati pubblicamente di condividere una politica. Contesta l’uso della certificazione sanitaria come strumento per impedirne l’applicazione. È qui che il dissenso politico e l’esercizio della funzione smettono di essere la stessa cosa.
21 Il contraddittorio tra scienza e coscienza
I medici e i loro difensori respingono l’impostazione accusatoria. Sostengono che nei certificati non ci siano falsità ma ascolto, cura e autonomia professionale. Il Sant’Orsola ha difeso le proprie dottoresse richiamando il principio di scienza e coscienza. Cocco ha negato di avere istigato qualcuno a redigere falsi certificati e ha rivendicato una campagna pubblica sulla patogenicità dei CPR.
Questa difesa merita di essere presa sul serio. Un medico non è un agente di pubblica sicurezza e non deve trasformarsi nell’esecutore sanitario di una politica. Se ritiene che un paziente non possa essere trattenuto, ha il dovere di scriverlo.
Ma proprio per questo il confine è netto. “Scienza e coscienza” tutela l’autonomia del giudizio clinico. Non può diventare una licenza per predeterminare il risultato in base alla posizione politica sul CPR. Se il giudizio nasce prima della visita — “il modo per esprimere dissenso è la non idoneità” — la funzione medica cambia natura.
Il contraddittorio, quindi, non cancella il problema: lo definisce. Da una parte il diritto-dovere del medico di non certificare ciò che ritiene clinicamente falso; dall’altra il dovere di non trasformare il certificato in un voto politico.
La stessa regola vale nella direzione opposta. Tradirebbe la funzione anche un medico favorevole ai rimpatri che dichiarasse idonea una persona clinicamente incompatibile con il trattenimento. Il problema non è quale ideologia prevalga, ma che il risultato politico venga deciso prima del giudizio professionale.
22 La sinistra i CPR e la disobbedienza
La connotazione politica del movimento anti-CPR non va nascosta né gonfiata. È un fatto storico. Le mobilitazioni che accompagnano la rete “Mai più lager – No ai CPR” nascono dentro un ambiente composto da associazioni antirazziste, centri sociali, sindacati e partiti della sinistra. In manifestazioni pubbliche viene rivendicata anche la disobbedienza a leggi considerate razziste.
È dentro questo ambiente che negli anni successivi la battaglia incontra il mondo sanitario. Non significa attribuire a un partito la responsabilità penale di un certificato. Significa riconoscere che il movente politico dell’abolizionismo dei CPR ha una collocazione precisa e che, secondo la Procura e il GIP, quella motivazione avrebbe inciso concretamente sulle condotte di alcuni professionisti.
Su questo specifico tema la domanda provocatoria è inevitabile: un medico politicamente favorevole ai CPR e ai rimpatri avrebbe avuto lo stesso impulso a usare la non idoneità come forma di dissenso? La risposta non serve a giudicare un’intera area politica. Serve a mostrare che l’ideologia può dare una direzione all’uso della funzione.
23 La domanda che resta
Quanto è grande il fenomeno? Oggi non lo sappiamo. Conosciamo sessantaquattro casi ravennati, trentaquattro non idoneità contestate, dieci rifiuti di visita, una rete nazionale sotto indagine, un modulo comune circolato in numerose città, incontri, campagne e un referente indicato dagli investigatori.
Non sappiamo quanti casi analoghi siano avvenuti in tutta Italia prima che una bozza di modulo finisse per errore nelle mani della Questura. Non sappiamo quante persone abbiano conosciuto le falle della procedura attraverso il normale circuito dell’assistenza e quante, eventualmente, siano state orientate a utilizzarle in modo strumentale.
Ma non serve inventare un numero per vedere il problema. Quando una procedura nazionale contiene un punto debole, una rete nazionale diffonde strumenti per intervenire proprio su quel punto e un’inchiesta trova professionisti collegati in più città, la domanda non è più se esista un caso locale. La domanda è quante volte il sistema abbia funzionato così senza che nessuno se ne accorgesse.
Conclusione Il potere della convinzione
Una democrazia vive anche grazie alla possibilità di contestare le proprie leggi. Si manifesta, si ricorre ai tribunali, si fa politica, si chiede al Parlamento di cambiare una norma, si denuncia un centro considerato disumano. Tutto questo è parte del sistema.
Il problema comincia quando chi possiede un potere particolare decide che la propria convinzione gli consente di usare quel potere per ottenere, dall’interno della procedura, ciò che non è riuscito a ottenere attraverso la politica.
È qui che il medico non è più soltanto medico. L’avvocato non è più soltanto avvocato. Il funzionario non è più soltanto funzionario. La funzione diventa una leva.
La mafia conosce da sempre il valore delle leve: compra firme, silenzi, complicità e informazioni. L’ideologia può ottenere lo stesso risultato senza denaro, quando chi possiede una funzione la trasforma in un potere personale e decide a chi la regola debba applicarsi.
Il metodo mafioso non comincia con la busta di denaro. Comincia quando chi possiede una firma decide che la legge vale soltanto per chi dice lui.
Ed è per questo che il caso dei CPR va molto oltre i CPR. Riguarda una domanda che vale per qualsiasi schieramento e per qualsiasi funzione pubblica o professionale: chi controlla chi decide, in nome della propria coscienza, che una regola dello Stato non merita più di essere applicata?
FONTI DOCUMENTALI
- Ministero dell’Interno — Direttiva 19 maggio 2022, “Criteri per l’organizzazione e la gestione dei Centri di permanenza per i rimpatri”.
- Regione Emilia-Romagna — 17 febbraio 2026, comunicato sul Protocollo Prefettura di Ravenna–AUSL Romagna del 26 settembre 2022 e sulla procedura aziendale PA 302.
- ASGI — febbraio 2024, bozza di certificazione di non idoneità alla vita nel CPR.
- ASGI — 1 marzo 2024, “Inidoneità alla vita nel CPR: appello ai medici. Necessaria la presa di coscienza”, iniziativa con SIMM e Rete Mai più lager – No ai CPR.
- ANSA — 14 marzo 2026 / RaiNews TGR Emilia-Romagna — 14 marzo 2026, misure interdittive e dati sui 64 casi di Ravenna.
- ANSA — 17 marzo 2026 / RaiNews TGR Emilia-Romagna — 17 marzo 2026, motivazioni del GIP sull’“aperta contestazione” del sistema e sul coinvolgimento ideologico.
- Senato della Repubblica — 10 marzo 2026, interrogazione 4-02841 sui certificati CPR e sulle chat acquisite nell’indagine.
- Senato della Repubblica, 1ª Commissione — 24 marzo 2026, proposta sulla visita medica preventiva e sul vaglio giudiziario dell’inidoneità.
- ANSA — 16 settembre 2026, perquisizioni in varie città e contestazione dell’associazione per delinquere a Nicola Cocco.
- ANSA — 17 settembre 2026, conversazioni citate nell’ordinanza cautelare, frase sugli “sbirri maledetti”, mappatura delle certificazioni e ruolo di Nicola Cocco come referente.
- RaiNews TGR Emilia-Romagna — 16-17 settembre 2026, allargamento nazionale, città coinvolte, modulo comune e ipotesi di rete nazionale.
- ANSA — 18 settembre 2026, dichiarazioni di Nicola Cocco: negazione dell’istigazione a certificati falsi e rivendicazione della campagna sulla patogenicità dei CPR.
- ANSA — 18 settembre 2026, posizione dei difensori: “non falsi, ma ascolto e cura”.
- FP CGIL Lombardia — 4 febbraio 2025, incontro con Rete Mai più lager – No ai CPR sul ruolo del personale medico e sanitario; Nicola Cocco tra i relatori.
- ANSA — 1 dicembre 2018 e 16 febbraio 2019, manifestazioni milanesi anti-CPR con centri sociali, associazioni antirazziste, sindacati e formazioni della sinistra.
- Questura di Crotone, Polizia di Stato — Operazione Ikaros, rete con avvocati, mediatori, funzionari e pagamenti per pratiche fraudolente di protezione internazionale.
- Questura di Bologna, Polizia di Stato — 20 gennaio 2020, indagine su false domiciliazioni e preparazione degli stranieri alle risposte da fornire all’Ufficio Immigrazione.
- Ministero dell’Interno / UNHCR — materiali informativi sulla procedura d’asilo, l’assistenza legale e l’informazione negli hotspot e nei centri.
- EMERGENCY — progetto Life Support e materiali sul ruolo dei mediatori culturali a bordo nell’informazione sui diritti e sulla protezione internazionale.
- Corte di giustizia dell’Unione europea — cause riunite C‑148/13, C‑149/13 e C‑150/13, criteri e limiti nella valutazione delle domande di protezione fondate sull’orientamento sessuale.
- Regolamento (UE) 2024/1348 — procedura comune di protezione internazionale e disciplina delle domande successive presentate al fine di ritardare o impedire il rimpatrio.
- Open — marzo 2026, ricostruzione delle chat dei medici e del materiale sequestrato nell’inchiesta di Ravenna.
- Il Resto del Carlino / Corriere Romagna — marzo 2026, ricostruzioni delle chat e della circolazione del modulo prestampato.
- ANSA — 14 aprile 2026, caso Moussa Cissé: esami senza patologie evidenziate e non idoneità motivata con incompletezza degli accertamenti, anamnesi non disponibile e tempo insufficiente per approfondimenti.
- Open — 17 settembre 2026, contesto della conversazione successiva all’interrogatorio in Questura e ulteriori messaggi acquisiti nell’indagine.
- ActionAid Italia e Università degli Studi di Bari, progetto Trattenuti — dati aggiornati al 2024 sugli ingressi nei Centri di permanenza per il rimpatrio.
- Corriere Romagna — marzo 2026, ricostruzioni sull’accompagnamento in ospedale da parte della Questura e sulle visite preventive nel reparto di Malattie infettive di Ravenna.

