In questo dossier
  1. 1. SCHLEIN NON È STATA SCELTA DAL PARTITO: È STATA SCELTA DALLE PRIMARIE
  2. 2. LA MAPPA E LE AUTOSTRADE CHE NON DOVEVANO ESSERCI
  3. 3. DALLE CLASSI ALLE CATEGORIE
  4. 4. LA POLITICA DELLA VICINANZA
  5. 5. BEKO: ESSERE AL FIANCO NON SIGNIFICA AVERE IL POTERE DI DECIDERE
  6. 6. FEDERALISMO EUROPEO: NON È UNA GAFFE
  7. 7. L'ESERCITO EUROPEO: LA SOVRANITÀ CHE CAMBIA PROPRIETARIO
  8. 8. RIARMO: I PROIETTILI DI SÁNCHEZ FANNO MENO MORTI?
  9. 9. DUBLINATI: QUANDO LA PROPAGANDA TORNA INDIETRO
  10. 10. FEDERALISMO, IMMIGRAZIONE E IDENTITÀ: QUALE «NOI»?
  11. 11. IL CAMPO LARGO: QUANDO L'IDENTITÀ DIVENTA COALIZIONE
  12. 12. IL BASTIAN CONTRARIO: E SE FOSSE TUTTO COERENTE?
  13. CONCLUSIONE — MOLTA PRESENZA, POCHI RISULTATI
  14. Fonti documentali
  15. Nota di metodo

1. SCHLEIN NON È STATA SCELTA DAL PARTITO: È STATA SCELTA DALLE PRIMARIE

Nel 2023 c'è un dettaglio che oggi pesa più di quanto sembrasse allora. Nei congressi di circolo, cioè tra gli iscritti del Partito Democratico, Stefano Bonaccini arrivò primo con il 52,87 per cento. Schlein si fermò al 34,88 per cento.

Il risultato venne ribaltato alle primarie aperte: Schlein vinse e diventò segretaria. La base organizzata del partito aveva preferito Bonaccini; l'elettorato più largo delle primarie scelse lei.

Non è un dettaglio statistico. Schlein vinse perché rappresentava una rottura. Prometteva di riportare il PD a sinistra, superare il Jobs Act renziano, combattere precarietà e disuguaglianze, introdurre il salario minimo, rafforzare sanità e scuola pubblica, spingere sulla transizione ecologica, cambiare la politica migratoria, sostenere lo ius soli e mettere i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali e altre identità (LGBTQIA+) al centro della nuova identità del partito.

Era una mappa con molte tappe e una direzione apparentemente chiara.

Tre anni dopo, la domanda non è più dove voleva andare. È quante di quelle tappe abbia realmente raggiunto e quante volte, nel frattempo, abbia cambiato strada.

2. LA MAPPA E LE AUTOSTRADE CHE NON DOVEVANO ESSERCI

Schlein si presentò come alternativa al PD moderato e renziano. Aveva promesso di chiudere con il Jobs Act, con la stagione delle compatibilità e con un partito spostato verso il centro. Oggi, mentre costruisce il campo largo, riapre il rapporto con Matteo Renzi.

Non è una normale trattativa fra partiti diversi. È il ritorno della stagione da cui Schlein aveva promesso di emancipare il Partito Democratico. Se la rottura vale finché non servono quei voti, non è più una rottura.

È come programmare dieci tappe su una mappa scegliendo espressamente di evitare autostrade, pedaggi e traghetti. Poi, a metà viaggio, sali in autostrada, paghi il pedaggio e prendi pure il traghetto. Puoi farlo. È solo un altro viaggio.

Schlein è stata scelta perché offriva alla sinistra del PD una formula riconoscibile: sinistra sociale e sinistra identitaria. Oggi i simboli restano a sinistra, ma il baricentro reale torna verso il centro e verso il renzismo che Schlein era arrivata per superare.

3. DALLE CLASSI ALLE CATEGORIE

Il Partito Democratico ha radici diverse, ma una parte importante della sua cultura politica viene dalla storia della sinistra italiana: lavoro, salari, fabbrica, sindacato, Stato sociale, antifascismo, conflitto tra interessi economici e tutela delle fasce più deboli.

Schlein non cancella questi temi. Li affianca però a una nuova grammatica politica molto più identitaria: LGBTQIA+, Pride, cittadinanza, discriminazioni, linguaggio inclusivo, ambientalismo, minoranze, antifascismo come categoria quotidiana di contrapposizione.

Queste battaglie esistevano già prima di lei. Il punto non è attribuirgliene l'invenzione. Con Schlein, però, entrano stabilmente nel modo con cui il PD definisce se stesso e spesso anche il proprio avversario.

La vecchia sinistra parlava soprattutto di classi. La nuova sinistra parla sempre più di categorie.

E quando una categoria politica diventa anche categoria morale, il rischio è semplice: chi non aderisce non è soltanto un avversario. Diventa arretrato, reazionario, discriminatorio, talvolta fascista.

Oggi la parola «fascista» viene spesso utilizzata molto oltre il fascismo storico. Può diventare un'etichetta totale: immigrazione, ordine pubblico, identità, diritti civili, perfino comportamenti quotidiani. Più il termine si allarga, meno descrive un'ideologia precisa e più diventa uno strumento di delegittimazione.

UNO SGUARDO SULL'UOMO conia questa formula:

IL COMUNISMO ITALIANO È QUEL COMUNISMO CHE PERMETTE A UN RICCO DI CHIAMARE FASCISTA UN POVERO.

Non è una definizione storica del comunismo: è il giudizio editoriale su una sinistra che, perdendo il conflitto economico di vista, può trasformare il dissenso sociale in una colpa morale.

4. LA POLITICA DELLA VICINANZA

Schlein costruisce la propria immagine attraverso una presenza costante. Pride, fabbriche, piazze, manifestazioni, vertenze, festival, comizi. Il messaggio è sempre riconoscibile: «sono qui, sono con voi».

Ma la politica non si misura soltanto nella vicinanza. Si misura in ciò che quella vicinanza produce.

Sul lavoro questo diventa evidente. Un lavoratore che perde il posto in una fabbrica metalmeccanica non vale più di un lavoratore che perde il posto in un'impresa edile, in un supermercato, in un panificio o nella logistica. Per questo esistono strumenti generali di tutela, come gli ammortizzatori sociali e la Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego.

Lo Stato può trattare diversamente una crisi industriale solo quando esiste un interesse strategico generale: una filiera essenziale, una produzione indispensabile, una capacità nazionale che sarebbe difficile ricostruire. È il motivo per cui una crisi dell'acciaio nazionale non è automaticamente equivalente alla chiusura di qualunque stabilimento privato.

La tutela del lavoratore deve essere uguale. L'intervento sull'impresa può essere diverso.

Ed è qui che la presenza politica va misurata: se difendi il lavoro, devi interessarti anche ai lavoratori che non hanno un grande cancello, una sigla sindacale forte e una telecamera davanti.

5. BEKO: ESSERE AL FIANCO NON SIGNIFICA AVERE IL POTERE DI DECIDERE

L'8 settembre 2026 Schlein è andata allo sciopero dei lavoratori Beko nello stabilimento di Melano, a Fabriano. Ha accusato l'azienda di non rispettare gli impegni sugli investimenti, sulla produzione e sull'occupazione e ha sostenuto che la politica dovesse «alzare la voce» al fianco dei lavoratori.

La vertenza è reale. Gli investimenti promessi, i livelli produttivi, la cassa integrazione e gli accordi sottoscritti sono materia concreta. Ma anche qui bisogna distinguere i ruoli.

Sindaco, Regione, ministeri competenti, organizzazioni sindacali e rappresentanze dei lavoratori hanno strumenti istituzionali o negoziali. Possono convocare tavoli, verificare accordi, condizionare incentivi, applicare norme e negoziare le conseguenze occupazionali.

La segretaria nazionale del PD non può obbligare una multinazionale privata a continuare a produrre frigoriferi, lavatrici o elettrodomestici in uno stabilimento se l'impresa decide, rispettando la legge, di riorganizzare la propria attività.

Può intervenire nel dibattito pubblico, dichiarare solidarietà e chiedere ad altri soggetti di agire. Non può sedere al tavolo in nome dello Stato, della Regione o dei lavoratori; non può negoziare un piano industriale, firmare accordi o imporre investimenti.

La sua presenza davanti al cancello è un atto politico e comunicativo: esprime solidarietà, ma non modifica da sé la trattativa.

E qui torna la domanda centrale:

LA VICINANZA DI SCHLEIN AIUTA DAVVERO LE PERSONE O AIUTA SOPRATTUTTO SCHLEIN A FAR VEDERE CHE È VICINA?

6. FEDERALISMO EUROPEO: NON È UNA GAFFE

A Cernobbio Schlein ha detto che bisogna superare l'unanimità nell'Unione Europea perché con l'unanimità non si riesce a governare neppure un condominio. Non è una battuta isolata.

Nel 2026 ha più volte definito il PD federalista europeo, chiesto di cambiare i Trattati, superare i veti nazionali, rafforzare gli investimenti comuni e costruire una maggiore capacità politica europea.

Qui la sua linea è perfino coerente. Schlein vuole spostare sovranità dagli Stati verso l'Unione.

Ma proprio per questo il progetto va spiegato fino in fondo. L'unanimità non è solo una lentezza burocratica. Nelle materie più sensibili serve anche a garantire che una decisione fondamentale possa ancora essere definita decisione dell'Unione, e non decisione della maggioranza contro una parte dell'Unione.

QUANDO UNA DECISIONE EUROPEA SMETTE DI ESSERE LA DECISIONE DELL'UNIONE E DIVENTA LA DECISIONE DELLA MAGGIORANZA CONTRO UNA PARTE DELL'UNIONE?

7. L'ESERCITO EUROPEO: LA SOVRANITÀ CHE CAMBIA PROPRIETARIO

Nel luglio 2026 Schlein ha detto che bisogna puntare a un unico esercito europeo. Ma un esercito unico non è una fotografia di ventisette uniformi davanti alla stessa bandiera.

Significa comando comune, intelligence, pianificazione, procurement, ricerca, sistemi d'arma, logistica, personale, regole d'impiego, bilancio e responsabilità politica comuni.

Oggi l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) svolge già gran parte della funzione di integrazione militare occidentale: standard, interoperabilità, comandi, pianificazione e difesa collettiva. Se gli Stati Uniti riducono progressivamente il proprio peso convenzionale in Europa, una maggiore responsabilità europea può avere senso. Ma questo non significa automaticamente che serva un esercito federale dell'Unione.

C'è poi il problema della proprietà. Se l'Italia finanzia missili, droni, satelliti o altre capacità comuni e una maggioranza europea decide di usarli in un conflitto che l'Italia non vuole, chi decide davvero? Se ogni Stato può bloccare l'uso della propria quota, il veto rientra dalla finestra. Se non può, quella sovranità è stata ceduta.

E se uno Stato esce dall'Unione? Che cosa accade alla quota di capacità che ha finanziato?

Un altro nodo è industriale. Una spesa nazionale può essere indirizzata verso imprese, ricerca, occupazione e filiere nazionali. Una spesa federale europea mira al beneficio comune, ma non garantisce automaticamente che ogni Stato riceva un ritorno industriale proporzionale a ciò che versa.

Il nostro dossier sulla macchina militare britannica ha già mostrato come difesa, industria, occupazione, logistica e influenza possano diventare parti dello stesso circuito. Se l'Europa vuole trasformarsi in potenza militare, deve spiegare anche chi beneficerà economicamente di quella trasformazione.

8. RIARMO: I PROIETTILI DI SÁNCHEZ FANNO MENO MORTI?

Schlein critica il riarmo nazionale e l'obiettivo NATO del 5 per cento, sostenendo che l'Europa debba spendere in modo più coordinato, comune ed efficiente.

Quindi non rifiuta la capacità militare. Rifiuta soprattutto il modo nazionale di costruirla.

E qui il riferimento a Pedro Sánchez diventa politicamente scomodo. La Spagna ha rivendicato una percentuale del prodotto interno lordo (PIL) inferiore ai nuovi obiettivi massimi, ma contemporaneamente ha aumentato fortemente i miliardi destinati alla difesa.

Usare soltanto la percentuale sul PIL permette di raccontare «meno riarmo» anche quando la spesa militare reale aumenta.

Schlein accusa Meloni di riarmare l'Italia, ma prende a modello Sánchez mentre la Spagna aumenta pesantemente la spesa militare.

QUINDI I PROIETTILI DI SÁNCHEZ FANNO MENO MORTI?

Se il riarmo è un problema morale, dovrebbe esserlo indipendentemente dal colore politico del governo. Se invece il problema è chi gestisce la spesa, allora bisogna smettere di vendere la discussione come «armi sì o armi no» e ammettere che il vero conflitto è su chi decide, chi compra e dove ricade il ritorno economico.

9. DUBLINATI: QUANDO LA PROPAGANDA TORNA INDIETRO

Sul fronte migratorio abbiamo già ricostruito un caso emblematico. Nel 2016-2017 Schlein combatteva il criterio del primo Paese d'ingresso previsto dal sistema di Dublino. Nel 2024, da segretaria del PD, guida un partito i cui eurodeputati votano a favore dell'Asylum and Migration Management Regulation, il regolamento che sostituisce Dublino III.

Il nuovo testo introduce un meccanismo di solidarietà, ma non cancella completamente la responsabilità dei Paesi di primo ingresso. Quando nel 2026 i trasferimenti verso l'Italia tornano politicamente visibili, Schlein attacca il governo.

Il punto non è attribuirle un voto personale che non ha espresso. Il punto è che il suo partito ha accettato un compromesso europeo e la sua segretaria può poi utilizzare politicamente gli effetti più scomodi di quel compromesso sul piano interno.

Approfondimento diretto: UNO SGUARDO SULL’UOMO — DUBLINATI, IL BOOMERANG CHE ARRIVA DA LONTANO.

10. FEDERALISMO, IMMIGRAZIONE E IDENTITÀ: QUALE «NOI»?

Se Schlein vuole davvero un'Europa più federale, più riconoscibile e capace di agire come un soggetto politico unitario, allora deve esistere anche un «noi» europeo sufficientemente forte da sostenere quella costruzione.

Gli Stati europei non sono semplici perimetri amministrativi. Si sono formati, con percorsi diversi, attraverso istituzioni, lingue, diritto, religioni, economie, guerre, scuole, simboli, tradizioni e culture civiche. Francia, Germania, Italia, Spagna, Polonia e Portogallo non sono identici. Eppure ciascuno ha costruito una comunità politica riconoscibile.

Un federalismo europeo serio dovrebbe riuscire a sovrapporre una nuova appartenenza a quelle esistenti senza dissolverle. Non basta trasferire competenze a Bruxelles: serve una cultura civica comune, un senso di appartenenza e una disponibilità reciproca ad accettare doveri e decisioni comuni.

Una persona di origine indiana, pakistana, ugandese, siriana o congolese che sia realmente integrata in Francia, Germania, Italia o Portogallo appartiene alla comunità politica di quello Stato. In un'Europa federale è parte del «noi» europeo proprio perché è francese, tedesca, italiana o portoghese.

Ma integrazione e dissoluzione non sono sinonimi. Integrare significa entrare in una comunità esistente, accettandone regole, diritti, doveri e nucleo civico fondamentale. Non significa che la comunità debba ridefinirsi integralmente a ogni nuovo ingresso.

E se l'Europa vuole ragionare davvero come una sola comunità economica, prima di presentare l'immigrazione extraeuropea come risposta strutturale alla denatalità o alle pensioni dovrebbe anche utilizzare fino in fondo il proprio mercato interno: mobilità del lavoro, formazione, riconoscimento delle qualifiche e trasferimento di lavoratori disponibili tra Stati membri.

Un disoccupato portoghese, polacco, italiano o francese, in una vera logica federale, non dovrebbe essere percepito come forza lavoro straniera. Dovrebbe essere forza lavoro interna.

La visione di Schlein sembra un federalismo europeo costruito su una filosofia hippy: confini più deboli, cittadinanza più larga, immigrazione come risorsa e identità sempre più fluide.

In pratica, una filosofia in cui tutti si vogliono bene, le guerre sembrano quasi un incidente del passato, tutti possono sfilare sui carri e chiamarsi Maria anche con la barba.

Per quanto possa essere nobile come pensiero, il problema è che non corrisponde al mondo che questa generazione si trova davanti.

Questo ventennio è stato così povero di riferimenti e valori condivisi che proprio certi ragionamenti della politica moderna sembrano rappresentarlo meglio di qualunque slogan.

Non una nuova visione.

Il vuoto.

11. IL CAMPO LARGO: QUANDO L'IDENTITÀ DIVENTA COALIZIONE

Il campo largo è come chiedere a Pinocchio quale sia la marionetta che gli piace di più.

Meglio Arlecchino? Pappagone? Pulcinella? Balanzone?

Chi rappresenta meglio lo spirito del teatro dei burattini?

È meglio Pulcinella, perché è più vicino al Sud e ai suoi problemi, oppure Arlecchino per rappresentare il Nord? Balanzone può occuparsi della parte più colta e professorale, mentre Pappagone tiene insieme il caos.

E visto che il campo dovrebbe essere davvero largo, perché fermarsi all'Italia?

Possiamo aggiungere Guignol per la Francia e la Tía Norica per la Spagna. Pinocchio potrebbe rispondere che tutte le marionette sono importanti: ciascuna ha il suo pubblico, la sua storia, la sua voce.

A quel punto non è più una coalizione.

È una compagnia internazionale di teatro di figura. Ma il campo largo non dovrebbe essere il teatro dei consensi. Dovrebbe essere la realtà di ciò che serve a un popolo. Per rafforzare le proprie tesi Schlein cerca spesso modelli fuori dall'Italia: Sánchez per la sinistra progressista, Macron per l'Europa federalista. Una linea che ha bisogno continuo di modelli altrui mostra che il suo copione non basta ancora a se stesso.

Peccato che poi si torni alla politica vera.

Il PD continua a sostenere l'Ucraina anche con mezzi militari. Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra chiedono invece una discontinuità sull'invio di armi. Sul federalismo europeo le differenze restano altrettanto visibili: il PD si definisce federalista e vuole modificare i Trattati e superare l'unanimità; Movimento 5 Stelle (M5S) e Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) non presentano la stessa architettura politica e mantengono posizioni molto più caute o differenti soprattutto su difesa e riarmo.

In pratica, Elly Schlein sembra riuscire in un piccolo capolavoro politico: su alcune scelte decisive, quando arriva il momento di votare, il PD finisce per convergere con la destra; poi, davanti alle telecamere e sui social, tornano gli slogan abbastanza larghi da tenere insieme Conte, Bonelli e il resto del campo.

Così sono tutti contenti.

Resta da capire fino a quando lo saranno gli italiani.

Fino a quando saranno disposti ad ascoltare le urla di chi non governa e che, troppo spesso, sembra non riuscire nemmeno a costruire un'opposizione riconoscibile?

Ops, dimenticavo: l'opposizione ormai non si fa più in Parlamento. Si fa sui social.

E lì, tra immunità, slogan e propaganda, il confine con lo spettacolo è diventato sottilissimo.

D'altronde, si sa: le marionette servono a far divertire il pubblico pagante.

Venghino, signori e signore. Venghino.

12. IL BASTIAN CONTRARIO: E SE FOSSE TUTTO COERENTE?

Un'inchiesta seria deve provare a demolire anche la propria tesi.

Esiste una lettura alternativa. Schlein potrebbe essere molto più coerente di quanto sembri se il progetto fosse questo: meno sovranità nazionale, più sovranità europea; meno eserciti autonomi, più capacità comune; meno veti, più decisione collettiva; cittadinanza più inclusiva; identità politica fondata soprattutto su valori civici progressisti europei; coalizione larga come unico strumento realistico per battere il centrodestra.

Dentro questa architettura molte apparenti contraddizioni diventano pezzi dello stesso disegno.

Ma allora bisogna dirlo chiaramente agli elettori.

Bisogna spiegare quanta sovranità si vuole trasferire, quale identità si vuole costruire, chi controllerebbe la forza militare comune, come verrebbero distribuiti costi e ritorni industriali, quale rapporto resterebbe con la NATO e fino a che punto il PD è disposto a cambiare il proprio programma per tenere insieme il campo largo.

La questione non è quindi se Schlein abbia una filosofia. Una filosofia c'è.

La questione è se quella filosofia venga presentata nella sua interezza o spezzettata in slogan diversi a seconda del pubblico.

CONCLUSIONE — MOLTA PRESENZA, POCHI RISULTATI

Schlein è arrivata alla guida del PD promettendo una direzione riconoscibile. Il dato più interessante è che gli iscritti avevano preferito Bonaccini e che furono le primarie aperte a consegnarle il partito. È nata quindi come segretaria della rottura, più che della continuità.

Da allora ha costruito un'identità molto visibile: lavoro, diritti, Pride, minoranze, cittadinanza, antifascismo, ambiente, federalismo europeo, Ucraina, difesa comune, campo largo.

Il problema non è trovare temi di cui Schlein parli. I temi sono moltissimi.

Il problema è trovare battaglie politiche concluse con un risultato riconoscibile.

Sul lavoro la sua presenza è evidente, ma gli strumenti concreti appartengono a norme, sindacati e istituzioni. Sui diritti la sua esposizione è costante, ma molte battaglie restano soprattutto identitarie. Sull'immigrazione attacca effetti di compromessi europei sostenuti dal suo stesso partito. Sul riarmo usa un linguaggio durissimo contro Meloni mentre difende un modello europeo che continua comunque a spendere in armi. Sul federalismo propone trasformazioni profonde senza spiegare fino in fondo le conseguenze sulla sovranità. Sul campo largo cerca di tenere insieme forze che divergono proprio sui dossier più strategici.

Schlein è vicina a tutti.

Ma la politica non è un album fotografico.

Alla fine resta una domanda molto più semplice di tutte le altre:

CHE COSA HA CAMBIATO DAVVERO?

Fonti documentali

  • Partito Democratico — risultati definitivi dei congressi di circolo del 2023.
  • Partito Democratico — risultati delle primarie aperte del 2023.
  • Programma politico di Elly Schlein per la segreteria del Partito Democratico, 2023.
  • ANSA — Schlein, «noi siamo federalisti europei, bene le parole di Draghi», 11 febbraio 2026.
  • Sky TG24 — dichiarazioni di Elly Schlein su esercito unico europeo, difesa comune e sostegno all'Ucraina, luglio 2026.
  • Governo spagnolo e Pedro Sánchez — dichiarazioni sulla spesa militare e sugli obiettivi NATO, 2026.
  • Consiglio dell'Unione europea — Il Consiglio adotta il Patto su migrazione e asilo, 14 maggio 2024.
  • UNO SGUARDO SULL'UOMO — DUBLINATI, IL BOOMERANG CHE ARRIVA DA LONTANO.
  • UNO SGUARDO SULL'UOMO — QUANDO LA MINACCIA PARLA CON LA VOCE DEL RE.
  • ANSA — sciopero dei lavoratori Beko a Fabriano e dichiarazioni di Elly Schlein, 8 settembre 2026.
  • RaiNews — Campo largo, tra primarie e programmi il rebus resta irrisolto, 17 agosto 2026.
  • Partito Democratico — dichiarazioni e documenti su cittadinanza, diritti LGBTQIA+, immigrazione, lavoro e inclusione.

Nota di metodo

Il dossier distingue fatti documentati, dichiarazioni politiche, deduzioni editoriali e formule satiriche. Le domande retoriche non vengono presentate come fatti. Le valutazioni sulla coerenza politica di Elly Schlein sono deduzioni editoriali costruite confrontando dichiarazioni, programmi, voti, alleanze e risultati. Le formule satiriche restano chiaramente riconoscibili come tali. Il contraddittorio è raccolto nella sezione «Il bastian contrario».