In questo dossier
- La notte del 16 ottobre
- La mattina dopo
- Tre giorni dopo, le parole di Ranucci
- Prima della bomba c'era già un progetto
- Ranucci e la porta che non appare completamente chiusa
- Il sondaggio prende forma dopo l'esplosione
- Gli uomini della bomba
- Lavitola davanti al giudice
- Il favore che l'amico non può rivendicare
- L'importante avvocato
- Conte, il campo largo e un volto nuovo
- Due percorsi che arrivano nella stessa scena
- Quello che le carte penali cercano, e quello che può restarne fuori
- La scena che rimane
- Fonti
La bomba davanti a una casa di Campo Ascolano, un progetto per portare un giornalista a Palazzo Chigi, un faccendiere deciso a tornare nei palazzi e un importante avvocato rimasto senza nome.
La notte del 16 ottobre
Alle 22 circa del 16 ottobre 2025, in viale Po, a Campo Ascolano, l'oscurità fu interrotta da un'esplosione. L'ordigno era stato collocato all'esterno della villetta in cui vive Sigfrido Ranucci, giornalista, autore e conduttore di Report. La deflagrazione investì l'automobile del giornalista, danneggiò quella della figlia e colpì il muro perimetrale e il cancello della proprietà. Non ci furono morti e non ci furono feriti. La figlia di Ranucci, secondo il racconto reso nelle ore successive, era passata da quel punto poco prima. Il fatto che nessuno fosse rimasto coinvolto non rendeva l'azione innocua: chi accende una miccia davanti a un'abitazione non può governare ogni movimento, ogni ritardo, ogni persona che sopraggiunge.
Nelle prime ore nessuno conosceva la matrice. Report aveva attraversato negli anni interessi economici, criminalità organizzata, politica, affari pubblici e privati. La scorta accompagnava Ranucci dal 2021. Nel giugno 2024 due proiettili erano stati trovati vicino alla sua abitazione. Nei giorni precedenti la nuova stagione della trasmissione erano stati annunciati altri servizi. Ogni pista poteva apparire plausibile e, proprio per questo, nessuna poteva essere scelta senza l'indagine.
Gli investigatori raccolsero la denuncia, cercarono immagini delle telecamere, analizzarono il luogo e ricostruirono i movimenti. Nella zona, alcuni residenti ricordarono altri scoppi, avvertiti il 27 settembre e il 4 ottobre. Potevano essere episodi senza rapporto con l'attentato oppure prove effettuate da chi voleva misurare il rumore, i tempi di reazione e l'attenzione del quartiere. Anche questa possibilità sarebbe stata affidata alle verifiche, non alle prime impressioni.
La mattina dopo
La notizia uscì dalle strade di Campo Ascolano e raggiunse in poche ore televisioni, giornali, istituzioni e partiti. Arrivarono messaggi di solidarietà da maggioranza e opposizione. Alle 11.22 del 17 ottobre Giuseppe Conte annunciò pubblicamente che a mezzogiorno sarebbe stato davanti alla casa di Ranucci. Scrisse che bisognava esserci. Prima aveva telefonato al giornalista; poi trasformò la telefonata in una presenza fisica.
Un ex presidente del Consiglio non si muove senza conseguenze visibili. Con lui arrivano la scorta, gli uomini della sicurezza, i cronisti, le telecamere e l'attenzione politica. Le autorità presenti gestirono naturalmente l'accesso al luogo. Non risulta che Conte abbia intralciato le indagini. Resta la scelta: mentre la matrice era ancora sconosciuta, il leader del Movimento 5 Stelle volle stare davanti a quella casa e volle annunciarlo prima di arrivare.
Davanti ai giornalisti Conte non disse di conoscere chi avesse organizzato l'attacco. Disse anzi che la matrice non era conosciuta. Collocò però immediatamente l'episodio dentro una cornice politica e civile: un attentato al giornalismo, alla libertà di informazione e alla democrazia, capace di ricordare i momenti più bui della storia italiana. Era una lettura del significato pubblico dell'esplosione, non l'indicazione di un mandante.
Gli altri leader nazionali espressero solidarietà, ma non risulta una presenza altrettanto immediata davanti all'abitazione. Le ragioni potevano essere molte: prudenza, impegni, sicurezza, rispetto del lavoro investigativo oppure una diversa valutazione del peso politico di quella scena. Conte scelse di esserci. Nei giorni successivi il Movimento 5 Stelle promosse una manifestazione per Ranucci; il 21 ottobre, a Roma, vi parteciparono anche le altre componenti del campo largo.
Tre giorni dopo, le parole di Ranucci
Il 19 ottobre Ranucci fu intervistato da Monica Maggioni a In mezz'ora. Erano trascorsi soltanto tre giorni dall'esplosione. Il giornalista spiegò che Report toccava un numero tale di interessi da rendere difficile individuare l'origine dell'attacco. Parlò della possibilità che dietro l'azione vi fosse qualcuno legato alla criminalità oppure capace di servirsene.
Nello stesso ragionamento disse di non credere a mandanti politici diretti, perché la politica dispone di altri strumenti per esercitare pressione. Aggiunse però un'immagine diversa: qualcuno poteva aver pensato di fare un favore a qualche amico. In quel momento il nome di Valter Lavitola non era pubblicamente associato alla bomba. La frase non lo indicava e non dimostrava che Ranucci conoscesse l'autore. Poteva essere una valutazione professionale costruita sui molti ambienti attraversati dalle inchieste di Report.
Mesi più tardi quelle parole sarebbero state rilette alla luce di una ricostruzione inattesa: non un nemico che voleva fermare Ranucci, ma un amico che avrebbe voluto favorirlo; non un ordine politico diretto, ma uomini di modesta caratura criminale incaricati di eseguire l'azione; non un attentato destinato a farlo tacere, bensì un gesto che, nelle intenzioni attribuite al mandante, avrebbe dovuto aumentarne protezione, notorietà o valore politico. La somiglianza tra la frase del 19 ottobre e ciò che sarebbe emerso nel 2026 non stabilisce da sola che Ranucci avesse riconosciuto Lavitola. Rende però quella dichiarazione parte necessaria della cronologia.
Prima della bomba c'era già un progetto
Per comprendere la vicenda bisogna tornare indietro, a quando davanti alla casa non c'erano vetri rotti, automobili danneggiate e cronisti. Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci si conoscevano da anni. Il loro non era il rapporto occasionale tra un giornalista e un uomo incontrato una volta per raccogliere una confidenza. Si frequentavano, cenavano insieme, si scrivevano e parlavano con grande continuità. Ranucci avrebbe poi descritto contatti quasi quotidiani.
Lavitola portava con sé una biografia ingombrante: la direzione dell'Avanti!, i rapporti con Silvio Berlusconi e con uomini vicini alla destra, le relazioni internazionali, le vicende giudiziarie, il carcere e la successiva marginalizzazione. Per un giornalista d'inchiesta poteva rappresentare una fonte capace di conoscere retroscena, interessi e persone. Per Lavitola, al contrario, l'amicizia con il volto di Report poteva diventare qualcosa di più di un rapporto personale.
Dalle chat citate negli atti emerge che già nel 2024 Lavitola immaginava un futuro politico per Ranucci. Non si limitava a consigliargli prudenza o a lodarne il lavoro televisivo. Gli scriveva che nel giro di due anni avrebbe potuto diventare presidente. Pensava a Palazzo Chigi e, accanto al futuro capo del governo, immaginava per sé il ruolo di Gianni Letta: il consigliere, il mediatore, l'uomo che conosce porte e corridoi.
Quell'immagine raccontava anche il tornaconto di Lavitola. Se Ranucci fosse diventato una figura politica, l'amico che ne aveva intuito per primo il potenziale avrebbe potuto presentarsi come indispensabile. Non era necessario che il progetto fosse già un partito, una lista o una candidatura formalizzata. Era sufficiente che restasse vivo abbastanza a lungo da consentire a Lavitola di cercare numeri, contatti e finanziamenti.
Ranucci e la porta che non appare completamente chiusa
Ranucci ha sempre negato di aver deciso di candidarsi. Ha sostenuto che Lavitola conoscesse la sua indisponibilità e ha ricordato di aver respinto altre proposte politiche. Non risulta indagato per aver partecipato alla preparazione dell'attentato; nelle valutazioni della giudice è la vittima di una manipolazione e del tradimento di una persona considerata amica.
Le conversazioni pubblicate mostrano tuttavia che l'argomento politico non fu pronunciato una sola volta e subito dimenticato. Lavitola insisteva. Ranucci ascoltava, rispondeva, talvolta ironizzava. Quando il progetto prese la forma di un questionario destinato a misurare il gradimento di una sua eventuale candidatura, il giornalista corresse e integrò alcune domande. Commentò i nomi inseriti nello scenario, definendone alcuni improbabili, e condivise un messaggio ricevuto da una persona che gli attribuiva grande popolarità.
Alla domanda scherzosa se stesse già misurando i corridoi di Palazzo Chigi rispose: ancora no. La risposta può essere letta come ironia, cortesia verso un amico insistente o curiosità. Non equivale all'accettazione di una candidatura. Allo stesso tempo, rende difficile descrivere l'intero progetto come una fantasia di cui Ranucci non volle mai conoscere nulla. La giudice ha parlato di apertura o quantomeno curiosità, senza trasformarla in consenso all'attentato.
Questa distinzione è decisiva. Discutere un questionario politico non significa autorizzare una provocazione, una minaccia o una bomba. Conoscere l'ambizione di Lavitola non significa conoscerne ogni iniziativa. Ma la continuità delle conversazioni consente di comprendere perché Lavitola potesse convincersi che quella partita non fosse definitivamente chiusa.
Il sondaggio prende forma dopo l'esplosione
Il progetto politico precede l'attentato, ma gran parte della sua organizzazione documentata viene dopo. Tra marzo e giugno 2026 Lavitola cerca di trasformare l'idea in una rilevazione strutturata. Il 12 marzo incontra Michelino Davico; nei giorni successivi coinvolge gruppi giovanili e persone che potrebbero contribuire alla raccolta dei dati. Si parla di un'agenzia demoscopica, di costi e di soggetti disposti a finanziare il lavoro.
Il questionario confronta la popolarità di Ranucci con quella di Elly Schlein e Giuseppe Conte e misura lo spazio per un terzo candidato capace di parlare all'elettorato del centrosinistra. Non è ancora un sondaggio completato e pubblicato. È una macchina in costruzione: domande, ipotesi, persone da convincere e denaro da trovare. Il progetto viene sospeso il 29 giugno, quando l'indagine sull'attentato comincia a raggiungere pubblicamente gli uomini che avrebbero collocato l'ordigno.
Stefano Cappellini ha raccontato che Lavitola lo contattò a metà febbraio 2026 parlandogli inizialmente di un personaggio misterioso capace di diventare il nuovo volto del centrosinistra. Il nome di Ranucci sarebbe arrivato il 9 giugno. Cappellini considerò l'idea irrealistica: secondo lui il giornalista non avrebbe avuto la forza per superare Schlein e Conte. Lavitola, invece, avrebbe insistito sulla possibilità che Ranucci unificasse l'area, arrivando a evocare un orientamento attribuito a Romano Prodi sulle primarie.
Lavitola parlava anche di sostenitori esterni. In una versione citò un esponente dell'Internazionale socialista che sarebbe arrivato nel suo ristorante e avrebbe indicato Ranucci come una delle figure europee capaci di contrastare la destra sovranista. In un'altra evocò ambienti del Partito Democratico americano. I nomi non sono stati resi pubblici e queste ricostruzioni provengono dallo stesso Lavitola, uomo descritto anche da alcuni interlocutori come capace di inventare scenari e di ingrandire le proprie relazioni. Possono indicare contatti reali, millanterie oppure un miscuglio delle due cose.
Gli uomini della bomba
Il 30 giugno 2026 quattro persone vengono arrestate come presunti esecutori materiali dell'attentato. Le ricostruzioni descrivono una catena composta da uomini che non appartengono al livello più alto della criminalità organizzata. L'azione sarebbe stata affidata attraverso intermediari, mantenendo distanza tra chi l'aveva concepita e chi accese materialmente la miccia.
Questa scelta può essere spiegata in più modi. Rivolgersi a una struttura mafiosa riconoscibile avrebbe aumentato costi, pretese e rischio di ricatto. Uomini di minore esperienza potevano apparire più controllabili e più facilmente sacrificabili. Potevano però anche commettere errori, modificare il piano, scegliere un esplosivo più potente o non valutare la presenza di persone. La versione resa successivamente da Lavitola insiste proprio su una distanza tra il gesto che avrebbe immaginato e quello realmente compiuto.
Secondo la difesa, Lavitola avrebbe voluto alcuni colpi contro un muro o un'azione dimostrativa capace di ottenere un rafforzamento della scorta. Gli esecutori avrebbero scelto autonomamente di utilizzare un ordigno. Questa distinzione potrà incidere sulla ricostruzione delle responsabilità individuali, ma non cancella il passaggio originario: se l'ammissione viene confermata, fu Lavitola a mettere in moto una catena destinata a produrre un evento violento davanti alla casa dell'amico.
Lavitola davanti al giudice
Nell'agosto 2026 Lavitola compare davanti alla giudice e ammette di essere il mandante. Fino a poche settimane prima aveva respinto le accuse, dichiarandosi sconcertato. Ora offre una spiegazione: avrebbe agito per favorire Ranucci, aumentando la protezione garantita al giornalista. La confessione non chiude il caso; apre il problema del movente.
La giudice definisce il racconto fumoso, generico, privo di riscontri e non pienamente credibile. Rileva che Ranucci disponeva già della scorta da anni e che la sua notorietà non aveva bisogno di essere creata da un'esplosione. Ritiene possibile che Lavitola stia riducendo il proprio ruolo e non abbia raccontato tutto. La Procura colloca l'attentato dentro il progetto politico: ogni attacco accresceva l'immagine pubblica di Ranucci e poteva avvicinarlo al salto immaginato dal faccendiere.
In una conversazione intercettata, Lavitola avrebbe osservato che ogni attacco faceva crescere ulteriormente Ranucci e lo avrebbe invitato a cogliere l'occasione, altrimenti avrebbe rischiato la salute. La frase, attribuita dagli atti, unisce in modo inquietante esposizione, opportunità e pericolo. Non dimostra che Ranucci conoscesse la bomba, ma mostra il modo in cui Lavitola leggeva gli attacchi: non soltanto come minacce, bensì come capitale spendibile.
Resta possibile che Lavitola abbia agito per un'ossessione personale, convinto di poter costruire da solo il futuro dell'amico e il proprio ritorno. Resta possibile che cercasse di inserirsi in un interesse politico già esistente attorno a Ranucci. Resta anche possibile che abbia ingrandito contatti e promesse per attribuire al progetto una consistenza che non aveva. Le carte rese pubbliche mostrano la sua iniziativa; non identificano un accordo con Conte, con il Movimento 5 Stelle o con altri partiti.
Il favore che l'amico non può rivendicare
Se l'attentato doveva essere un favore, Lavitola non poteva presentarsi da Ranucci e rivendicarlo apertamente. Avrebbe dovuto trasformare il risultato in credito senza confessare il mezzo: consigliare il giornalista, spingerlo ad accettare il nuovo ruolo pubblico, accelerare il sondaggio e mostrarsi come l'uomo capace di leggere prima degli altri ciò che stava accadendo.
Dopo l'esplosione, però, il rischio investigativo cresce. L'ordigno ha prodotto un rumore nazionale, la figlia di Ranucci è passata vicino al luogo e l'azione avrebbe potuto causare conseguenze molto più gravi. Se gli esecutori hanno modificato il piano, Lavitola può aver compreso che il favore si era trasformato in una trappola. Può aver scelto il silenzio per paura. Può anche aver continuato a lavorare al progetto politico confidando che la catena non sarebbe arrivata fino a lui.
Il sondaggio sviluppato nei mesi successivi suggerisce che l'idea non venne abbandonata dopo la bomba. Lavitola continuò a parlare di Ranucci come possibile leader, cercò interlocutori e finanziamenti e coinvolse il giornalista nella revisione del questionario. Questo comportamento può essere quello di un uomo convinto che il proprio piano stia funzionando; può essere anche quello di un millantatore che sfrutta un evento non più controllabile per dare credibilità alle proprie ambizioni.
L'importante avvocato
Il 9 luglio 2026, mentre il progetto del sondaggio diventa pubblico, Ranucci racconta di avere respinto l'idea di entrare in politica anche davanti a un importante avvocato che poco tempo prima lo aveva contattato per proporgliela. Non pronuncia il nome dell'avvocato. Non indica il giorno, il mese o il luogo del colloquio. La dichiarazione viene pubblicata quasi nove mesi dopo l'attentato.
L'espressione poco tempo prima non permette di collocare con sicurezza il contatto. Potrebbe riferirsi alla primavera del 2026, ai mesi immediatamente successivi all'esplosione oppure a un periodo ancora diverso. Non dimostra che la proposta precedesse il 16 ottobre 2025. Questa collocazione, presente nelle prime ricostruzioni del dossier, non può essere conservata come un fatto.
Il profilo di Giuseppe Conte è compatibile con la descrizione soltanto in termini generali: è un avvocato importante, è il leader di una forza politica e si presentò a casa di Ranucci poche ore dopo l'attentato. Ma in Italia esistono altri avvocati con peso politico, istituzionale o personale sufficiente a formulare una proposta. Senza un nome o una data, attribuire la frase a Conte significherebbe trasformare una possibilità in un'identificazione.
Se l'avvocato fosse stato Conte e se il colloquio fosse avvenuto durante o dopo la visita del 17 ottobre, quella presenza avrebbe anche una possibile dimensione politica ulteriore rispetto alla solidarietà dichiarata. Se invece il contatto fosse avvenuto mesi dopo, potrebbe essere stato una conseguenza della nuova visibilità acquistata da Ranucci. Se l'avvocato fosse un'altra persona, la visita di Conte e quella proposta resterebbero due vicende separate. Le tre possibilità convivono perché la fonte non consente di sceglierne una.
Conte, il campo largo e un volto nuovo
Il progetto immaginato da Lavitola non prevedeva necessariamente che Ranucci sostituisse Giuseppe Conte. Il sondaggio lo collocava come figura terza rispetto a Conte e Schlein, un possibile federatore capace di raccogliere consenso oltre i confini dei due partiti. In uno scenario simile, Ranucci avrebbe potuto diventare il volto pubblico di una coalizione, mentre i leader esistenti avrebbero mantenuto il controllo delle rispettive forze.
Per Conte, un giornalista conosciuto, percepito come indipendente e capace di parlare a un pubblico largo avrebbe potuto rappresentare un alleato, un candidato o anche soltanto un simbolo utile nella battaglia sulla libertà di informazione. Questa è una possibilità politica generale, non la prova di una proposta concreta. Prima dell'attentato non è emerso un contatto pubblico diretto tra Conte e Ranucci relativo a una candidatura.
Esisteva però una vicinanza tematica tra il Movimento 5 Stelle e la difesa di Report. Esponenti del partito avevano sostenuto Ranucci nelle controversie con la Rai e nelle sedi parlamentari. Quella vicinanza non era priva di attriti: Report aveva realizzato inchieste scomode anche per il governo Conte, compresa la vicenda del piano pandemico. Nel novembre 2025 Ranucci avrebbe detto che né il Partito Democratico né il Movimento 5 Stelle lo amavano particolarmente e che nel Movimento qualcuno considerava Report quasi una cosa propria.
Questo elemento impedisce di disegnare retroattivamente un'alleanza lineare. Conte poteva solidarizzare con Ranucci senza volerlo candidare. Poteva riconoscerne il valore politico senza aver discusso con lui alcun progetto. Poteva anche aver maturato un interesse dopo l'attentato, quando l'immagine del giornalista sotto attacco assunse una forza nuova. Nessuna di queste possibilità richiede che Conte sapesse qualcosa della bomba.
Due percorsi che arrivano nella stessa scena
Prima del 16 ottobre Lavitola coltiva da tempo l'idea di portare Ranucci in politica e di conquistare per sé un posto accanto a lui. La sera del 16 ottobre una bomba esplode davanti alla casa del giornalista. La mattina del 17 Conte telefona, annuncia la propria presenza e arriva. Il 19 ottobre Ranucci parla di criminalità utilizzata e di qualcuno convinto di fare un favore a un amico. Nei mesi successivi il progetto del sondaggio prende forma. Nel luglio 2026 Ranucci rivela il contatto di un importante avvocato. Nell'agosto Lavitola ammette di essere il mandante.
Questa sequenza non dimostra che i protagonisti condividessero lo stesso piano. Mostra che percorsi diversi finiscono per occupare la medesima scena politica. Lavitola vuole trasformare Ranucci in un possibile leader. L'attentato aumenta inevitabilmente la sua esposizione e la solidarietà attorno a lui. Conte attribuisce subito all'episodio un significato politico nazionale. Un avvocato, in un momento non precisato, propone a Ranucci di entrare in politica.
La convergenza può essere completamente indipendente. Lavitola può aver agito da solo, inseguendo un progetto personale; Conte può aver compiuto soltanto il gesto pubblico che riteneva dovuto; l'avvocato citato da Ranucci può essere un'altra persona. Può anche darsi che più ambienti avessero già individuato nel giornalista un possibile volto e che Lavitola cercasse di anticiparli. Le fonti pubbliche consentono di raccontare entrambe le direzioni, non di dichiarare quale sia quella vera.
Quello che le carte penali cercano, e quello che può restarne fuori
La Procura deve ricostruire chi ordinò l'azione, chi la organizzò, chi procurò l'esplosivo, chi raggiunse Campo Ascolano e chi accese la miccia. Deve stabilire il movente penalmente rilevante, le responsabilità individuali, le aggravanti e la credibilità delle versioni offerte dagli indagati. Non ha necessariamente il compito di raccontare ogni rapporto politico nato attorno a Ranucci se quel rapporto non partecipò alla preparazione del reato.
Un progetto di candidatura può essere politicamente enorme e penalmente irrilevante. Un colloquio con un avvocato può spiegare il clima in cui Lavitola si muoveva senza avere alcun legame con la bomba. Una visita di solidarietà può produrre un vantaggio politico senza essere stata pensata a tale scopo. Per questo gli atti giudiziari, anche quando saranno completi, potrebbero non rispondere a ogni interrogativo suggerito dalla cronologia.
Ranucci resta la persona contro la cui abitazione fu collocato un ordigno. Il suo legale lo descrive come vittima dell'attentato, del tradimento di un amico e di una successiva esposizione capace di trasformare la vittima in sospettato. Non risulta che abbia concordato l'azione. Conte non risulta coinvolto nell'indagine e non esiste un elemento pubblico che gli attribuisca conoscenze preventive. Lavitola ha ammesso di essere il mandante, ma il procedimento dovrà stabilire la portata della sua confessione, il movente e le responsabilità definitive.
La scena che rimane
Alla fine restano luoghi, date e parole. Una casa di Campo Ascolano. Due automobili danneggiate. Una figlia passata poco prima. Un giornalista sotto scorta. Un vecchio amico che da anni gli parla di Palazzo Chigi. Una frase sul favore a un amico pronunciata quando nessuno conosce ancora pubblicamente il mandante. Un leader politico che, la mattina dopo, decide che bisogna esserci. Un questionario corretto e discusso. Finanziatori evocati ma non identificati. Un importante avvocato senza nome.
Ognuno di questi elementi possiede una spiegazione autonoma. Messi uno accanto all'altro, non diventano automaticamente la prova di un accordo. Costruiscono però la storia di un progetto politico che esisteva prima che l'indagine lo rendesse pubblico, di un attentato che potrebbe essere stato concepito come un favore e di un capitale simbolico che altri, senza sapere nulla della miccia, potevano riconoscere e utilizzare.
Forse Lavitola era soltanto un uomo rimasto prigioniero della propria ambizione, convinto di poter tornare al potere inventando un leader. Forse aveva percepito un interesse reale attorno a Ranucci e temeva di essere sostituito da interlocutori più presentabili. Forse l'importante avvocato non era Conte e non aveva alcun rapporto con la visita del 17 ottobre. Forse quella visita fu esattamente ciò che apparve: solidarietà. Le carte oggi pubbliche lasciano aperte tutte queste possibilità.
La bomba esplose una volta sola. Le sue conseguenze continuarono invece a muoversi: nell'indagine, nelle chat, nei sondaggi mai completati, nelle manifestazioni, nelle dichiarazioni e nei rapporti politici. È in quel movimento, più che in una risposta anticipata, che la vicenda conserva ancora il suo significato.
Fonti
- RaiNews, 13 agosto 2026 - ammissione di Lavitola e piano politico
- RaiNews, 16 agosto 2026 - versione della difesa e scorta
- ANSA, 10 agosto 2026 - chat e progetto per Ranucci presidente
- LaPresse, 10 agosto 2026 - valutazioni della giudice e posizione di Ranucci
- Sky TG24, 13 agosto 2026 - motivazione ritenuta inverosimile e dichiarazioni incomplete
- Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2025 - dichiarazioni di Ranucci a In mezz'ora
- LaPresse, 19 ottobre 2025 - criminalità, politica e favore a un amico
- Corriere della Sera, 17 ottobre 2025 - indagini e dinamica dell'attentato
- la Repubblica, 17 ottobre 2025 - cronologia della visita di Giuseppe Conte
- Corriere della Sera, 17 ottobre 2025 - dichiarazioni di Conte davanti alla casa
- Corriere della Sera, 9 luglio 2026 - questionario, progetto politico e versione di Ranucci
- Corriere della Sera, 12 agosto 2026 - chat, correzioni e commenti sul questionario
- Corriere della Sera, 24 novembre 2025 - rapporti con Partito Democratico e Movimento 5 Stelle
- la Repubblica, 14 agosto 2026 - testimonianza di Stefano Cappellini sul sondaggio
- Open, 20 agosto 2026 - finanziatori evocati da Lavitola
- ANSA, 21 ottobre 2025 - manifestazione del campo largo per Ranucci

