In questo dossier
- 1. IL CANADA NON CAMBIA CAMPO: COSTRUISCE UN’ALTERNATIVA
- 2. LA POTENZA DEGLI STATI UNITI NASCEVA ANCHE FUORI DAI LORO CONFINI
- 3. IL POTERE PIÙ EFFICACE È QUELLO CHE NON SEMBRA POTERE
- 4. IL MONOPOLIO CULTURALE È FINITO
- 5. DALLA CONVENIENZA AL CONTROLLO
- 6. POTENZA ESTERNA E FRAGILITÀ INTERNE
- 7. L’EUROPA SCOPRE CHE LA DIPENDENZA PUÒ ESSERE UN RISCHIO
- 8. SPAZIO, SATELLITI E IL PARADOSSO MUSK
- 9. L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: IL VANTAGGIO STATUNITENSE PIÙ DIFFICILE DA RECUPERARE
- 10. L’UNIONE COME MOLTIPLICATORE DI SOVRANITÀ
- 11. IL SISTEMA FINANZIARIO: IL LEGAME CHE NON SI SPEZZA RAPIDAMENTE
- 12. IL RIDIMENSIONAMENTO NON È IL CROLLO
- 13. TRUMP PUÒ PASSARE. LE ALTERNATIVE RESTANO
- CONCLUSIONE — QUANTO PESANO DAVVERO GLI STATI UNITI?
- FONTI DOCUMENTALI
Donald Trump ha reagito con durezza all’ipotesi di portare il rapporto tra Canada e Unione europea (UE) a un livello mai raggiunto prima. Ursula von der Leyen ha proposto per Ottawa una formula ancora da definire, quella di “membro associato”, accompagnandola con un progetto molto concreto: difesa, energia, intelligenza artificiale (AI), tecnologie quantistiche, cybersicurezza, materie prime critiche, batterie e Artico. Trump ha definito l’idea ridicola e ha avvertito che, qualora Washington la considerasse ostile, l’Europa potrebbe essere colpita da dazi molto pesanti o da restrizioni commerciali.
A prima vista sembra l’ennesimo scontro commerciale della presidenza Trump. Ma il Canada non sta semplicemente cercando un nuovo accordo commerciale. Sta cercando di ridurre una dipendenza. E l’Unione europea non gli sta offrendo soltanto un mercato: gli sta offrendo accesso a programmi industriali, difesa comune, ricerca, energia, materie prime e infrastrutture strategiche.
Il caso Canada–UE è una reazione isolata a Trump, oppure il segnale che una parte dell’Occidente sta iniziando a ridurre una dipendenza dagli Stati Uniti costruita in decenni?
Se la risposta fosse sì, Trump avrebbe reso visibile un problema che va ben oltre il suo mandato. Perché la forza degli Stati Uniti non è mai stata costituita soltanto dai loro cittadini, dal prodotto interno lordo (PIL) o dall’apparato militare. È stata moltiplicata da alleati, mercati, governi, imprese, consumatori e intere generazioni che hanno considerato naturale, conveniente e desiderabile vivere dentro un sistema centrato sugli Stati Uniti.
1. IL CANADA NON CAMBIA CAMPO: COSTRUISCE UN’ALTERNATIVA
Il Canada resta il Paese occidentale più integrato con gli Stati Uniti per geografia, commercio e sicurezza. La quota statunitense sulle esportazioni canadesi resta enorme, e la difesa del continente nordamericano continua a poggiare anche sul Comando di difesa aerospaziale del Nord America (NORAD). Parlare di separazione sarebbe irrealistico.
Ma Ottawa sta facendo qualcosa che fino a pochi anni fa avrebbe avuto un peso politico minore: sta costruendo alternative permanenti. Nel giugno 2026 il Canada è diventato il primo Paese non europeo ammesso allo strumento Security Action for Europe (SAFE), il programma europeo che finanzia acquisti comuni e produzione industriale della difesa. L’accordo è stato firmato nel febbraio 2026, applicato provvisoriamente da aprile e concluso formalmente dal Consiglio dell’Unione europea il 15 giugno. Si innesta sul partenariato UE-Canada per sicurezza e difesa firmato già nel giugno 2025.
Nello stesso periodo Ottawa ha rafforzato la cooperazione con l’Europa su energia, ricerca, materie prime critiche e industria. Ha scelto la tedesca Thyssenkrupp Marine Systems (TKMS) come fornitore preferenziale per una nuova flotta di sottomarini e ha cercato maggiore integrazione con strutture di sicurezza guidate da Paesi europei.
Questo non significa che il Canada stia abbandonando Washington. Significa qualcosa di più sottile: vuole evitare che Washington rimanga l’unico centro dal quale dipendono sicurezza, commercio e tecnologia. È la differenza tra alleanza e dipendenza. Un alleato può restare indispensabile in alcuni settori; una dipendenza diventa pericolosa quando chi la controlla dimostra di essere disposto a usarla come strumento di pressione.
2. LA POTENZA DEGLI STATI UNITI NASCEVA ANCHE FUORI DAI LORO CONFINI
Gli Stati Uniti hanno costruito nel Novecento un potere molto più grande della propria popolazione. La loro forza non coincideva con il numero dei cittadini statunitensi. Il vero moltiplicatore era formato da ciò che esisteva fuori dagli Stati Uniti ma funzionava dentro un sistema centrato su Washington.
Dopo la Seconda guerra mondiale Washington contribuì alla ricostruzione europea, sostenne l’integrazione economica e politica del continente e garantì la sicurezza occidentale attraverso l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). I documenti diplomatici statunitensi dell’epoca parlano apertamente di un sostegno “costante e incrollabile” all’integrazione europea e collegano tale integrazione alla più ampia partnership atlantica.
In Italia l’intervento politico fu ancora più diretto. La documentazione oggi desecretata mostra che nel 1948 l’ambasciata statunitense a Roma costituì un proprio “political action committee” per sostenere e rendere più efficace la campagna dei partiti democratici non comunisti. Documenti successivi descrivono programmi di sostegno politico clandestino a partiti e organizzazioni sindacali italiane protratti, con diverse intensità, dal 1948 al 1968. Nel 1976 vennero inoltre autorizzate operazioni coperte di propaganda e disinformazione in vista delle elezioni italiane.
Questi fatti non dimostrano che ogni governo europeo sia stato un’esecuzione automatica della volontà statunitense. Dimostrano però che Washington non si limitò a osservare la politica dei Paesi alleati: in alcuni periodi intervenne direttamente per orientarne l’equilibrio politico quando riteneva in gioco i propri interessi strategici.
Dopo il 1989 il metodo cambiò forma nell’Europa orientale. Nei Paesi appena usciti dal blocco sovietico arrivarono fondi, consulenza tecnica, programmi di privatizzazione, riforma bancaria, sviluppo dei mercati finanziari, sostegno alle autorità regolatorie e integrazione nelle istituzioni euro-atlantiche. Il Dipartimento di Stato statunitense ha riconosciuto apertamente che il programma Support for East European Democracy (SEED) ebbe un ruolo sostanziale nella trasformazione economica e istituzionale di questi Paesi.
In Romania, per esempio, gli Stati Uniti avevano fornito circa 410 milioni di dollari di sostegno SEED dal 1990 ai primi anni Duemila. I programmi riguardavano privatizzazioni, settore finanziario, mercati dei capitali, corporate governance, energia, agricoltura, amministrazione pubblica e autorità indipendenti. La cifra, da sola, non esaurisce il problema: in un Paese appena uscito da un’economia pianificata, chi fornisce capitale, consulenza, accesso ai mercati e sicurezza partecipa inevitabilmente alla costruzione del nuovo potere economico.
La potenza statunitense, quindi, non fu mai solo capacità di imporre. Fu capacità di costruire un sistema nel quale stare con gli Stati Uniti appariva conveniente.
3. IL POTERE PIÙ EFFICACE È QUELLO CHE NON SEMBRA POTERE
L’influenza statunitense non si fermava ai governi. Gli archivi della United States Information Agency mostrano un uso sistematico di radio, televisione, cinema, fotografia, stampa e altri strumenti per promuovere gli interessi statunitensi e costruire all’estero un’immagine favorevole degli Stati Uniti.
La Guerra fredda rese questa competizione permanente. Gli Stati Uniti non dovevano soltanto essere più forti dell’Unione Sovietica: dovevano apparire più moderni, più ricchi, più liberi e più desiderabili in ogni campo. Il consumismo divenne così uno strumento geopolitico. Non chiedeva agli europei di obbedire; li abituava a desiderare lo stesso mondo che Washington rappresentava.
Hollywood, musica, jeans, automobili, carte di credito, fast food, università, tecnologia e lingua inglese trasformarono gli Stati Uniti in un immaginario. Il consumatore europeo non doveva essere convinto ogni giorno che quel modello fosse il centro della modernità: ci cresceva dentro.
Il meccanismo è visibile anche nel cinema italiano. Cinecittà nacque guardando al modello industriale degli studios statunitensi, ma negli anni della Hollywood sul Tevere furono le maestranze, i teatri di posa e i paesaggi italiani a costruire una parte dell’immaginario mondiale. Hollywood utilizzò quella capacità e la ricondusse dentro la propria potenza distributiva. Persino gli spaghetti western produssero americanizzazione: l’Europa ricostruì il West in Italia e in Spagna e finì per insegnare agli europei come immaginare i cowboy, fino ai fagioli e alle salsicce diventati quasi una memoria collettiva.
Lo stesso vale per il cibo. In Italia non mangiavamo hamburger: mangiavamo la svizzera. La carne macinata esisteva già; ciò che arrivò dagli Stati Uniti fu il racconto che la circondava. Il fast food vendeva velocità, informalità, premi per i bambini e appartenenza a un immaginario internazionale. Il prodotto poteva essere simile, ma il rito del consumo cambiava nome, tempo e significato.
Apple mostra lo stesso processo nella tecnologia. Prima dell’iPhone, Nokia ed Ericsson avevano reso europea una parte decisiva della telefonia mobile mondiale. Apple non impose soltanto un apparecchio migliore: spostò il valore dal telefono all’ecosistema di software, servizi, applicazioni e dati. Nokia perse la centralità nei dispositivi ed Ericsson uscì dalla produzione diretta dei telefoni. La sconfitta europea non fu soltanto industriale: il telefono smise di essere un prodotto e divenne l’accesso quotidiano a una piattaforma statunitense.
Questa è la differenza tra una potenza che occupa e una potenza che seduce. Se milioni di persone fuori dai tuoi confini desiderano spontaneamente i tuoi prodotti, i tuoi stili di vita e i tuoi simboli, la tua popolazione geopolitica diventa molto più grande della popolazione anagrafica.
4. IL MONOPOLIO CULTURALE È FINITO
Quella centralità culturale esiste ancora, ma non è più esclusiva. Oggi l’influenza è mondiale e multidirezionale.
Il Giappone ha costruito un enorme capitale culturale attraverso anime, manga, videogiochi, cucina e design. Intere generazioni europee sono cresciute con Dragon Ball, Pokémon, Naruto, One Piece e con un’estetica che non arriva dagli Stati Uniti. La Corea del Sud esporta musica, serie televisive, beauty e tecnologia. Le fiction turche hanno conquistato una parte consistente del pubblico mediterraneo proprio perché utilizzano codici familiari, relazioni sociali e conflitti più vicini alla sensibilità di molti spettatori europei. La cucina italiana è diventata essa stessa uno degli strumenti di soft power più riconoscibili al mondo.
Questo non cancella Hollywood, Netflix, Disney, Apple o la musica statunitense. Significa però che il pubblico non vive più dentro un immaginario a direzione quasi unica.
La conseguenza geopolitica è importante: gli Stati Uniti continuano a influenzare il mondo, ma il mondo influenza sempre più se stesso attraverso una molteplicità di centri culturali. La familiarità automatica con il modello statunitense, che per decenni ha funzionato come moltiplicatore politico, non è più monopolistica.
5. DALLA CONVENIENZA AL CONTROLLO
Il consumismo non è stato soltanto una conseguenza della ricchezza statunitense. Durante la Guerra fredda ha funzionato come una dimostrazione quotidiana di superiorità: il sistema capace di offrire più prodotti, più scelta e più accesso al denaro appariva anche il sistema capace di offrire più libertà.
American Express rende visibile questo passaggio. La carta non serviva soltanto a pagare. La versione Gold trasformò l’accesso al credito in appartenenza e prestigio; il colore dichiarava lo status prima ancora dell’acquisto. Nel 1987 la carta Optima portò American Express nel credito revolving: il saldo poteva essere rinviato, gli interessi prolungavano il rapporto e il denaro futuro entrava stabilmente nel consumo presente.
In Italia esisteva già la cambiale, ma apparteneva a un’altra cultura del debito. Era visibile, aveva una scadenza e conservava un peso personale e sociale. Nell’immaginario comune non si saltava una cambiale per trasformare l’insolvenza in un metodo di consumo, ma perché l’indigenza impediva di onorarla. La carta separa invece il gesto dell’acquisto dalla percezione immediata del debito e rende la dilazione parte ordinaria della vita quotidiana.
Il credito non impoverisce per natura. Dovrebbe misurare la capacità di dilazionare un debito e permettere di distribuire nel tempo una spesa sostenibile. Diventa un meccanismo di impoverimento quando finanzia consumi che il reddito non può assorbire e quando la paura di non riuscire a restituire viene dopo il piacere di avere già acquistato.

Anche il rating personale nasce dentro questa trasformazione. Negli Stati Uniti Fair Isaac sviluppò i primi sistemi di credit scoring e il punteggio FICO divenne una misura standardizzata del rischio individuale. Quel principio è ormai assimilato anche in Europa: banche dati pubbliche e private registrano finanziamenti, regolarità dei pagamenti e inadempienze. La Banca d’Italia spiega che una buona storia creditizia facilita l’accesso a nuovo credito e può migliorarne le condizioni. Il paradosso è evidente: per essere considerati affidabili non basta non avere debiti; spesso bisogna dimostrare di averne già avuti e di averli restituiti. Il debito diventa curriculum.
Gli stessi strumenti diventano anche mezzi di osservazione e controllo. American Express definisce il proprio circuito chiuso come una visione completa della transazione, dal titolare al commerciante e ritorno. Non serve violare formalmente il segreto bancario: il circuito costruisce un proprio archivio di importi, luoghi, frequenza e categorie di spesa. La relazione finanziaria produce una conoscenza del cliente che va oltre il semplice saldo.
Le tessere fedeltà applicano lo stesso principio alla spesa quotidiana. Le piattaforme digitali lo estendono a ricerche, spostamenti, contatti, fotografie e comportamenti. Google dichiara che, secondo i servizi e le impostazioni scelte, può trattare attività, posizione, immagini e modelli numerici dei volti presenti nelle fotografie. L’impronta digitale usata per sbloccare il telefono resta normalmente protetta nel dispositivo; ma l’ecosistema che circonda quel gesto conosce una parte crescente della nostra vita. Non è una microspia nascosta in un oggetto: è una sorveglianza resa normale dalla convenienza.
Il consumismo che abbiamo assimilato ci vende i prodotti, ci presta il denaro necessario per acquistarli, attribuisce un valore al modo in cui restituiamo quel denaro e trasforma le nostre scelte in dati con cui prevedere e orientare quelle successive. La convenienza produce dipendenza; la dipendenza rende possibile il controllo.
È la stessa logica che Trump applica oggi ai rapporti tra gli Stati. Ciò che per decenni era stato offerto come vantaggio condiviso viene utilizzato come leva di pressione. Dazi, restrizioni commerciali, minacce sull’accesso al mercato e incertezza sulle garanzie militari rendono visibile ciò che prima rimaneva sullo sfondo: una dipendenza è un vantaggio finché il soggetto da cui dipendi non decide di usarla contro di te.
Il caso canadese è emblematico. Ottawa prova a diversificare; Bruxelles propone di approfondire il rapporto; Washington reagisce minacciando conseguenze economiche. Ogni volta che una dipendenza viene utilizzata come arma, l’altra parte riceve un incentivo a ridurla.
Anche sul piano economico la coercizione tariffaria produce un paradosso. Il Congressional Budget Office statunitense stima che la gran parte del costo dei nuovi dazi venga sostenuta all’interno degli Stati Uniti: imprese e soprattutto consumatori. Nelle sue proiezioni, il 95 per cento del costo complessivo finisce per riflettersi sui prezzi domestici. Il dazio può colpire l’esportatore straniero, ma può contemporaneamente rendere più costoso per il consumatore statunitense acquistare ciò che continua a desiderare.
Un sistema nato per attirare commercio rischia così di trasformarsi in un sistema che rende il commercio più costoso. Se l’esportatore dispone di altri mercati o il consumatore statunitense continua a volere quel prodotto, la minaccia perde parte della sua efficacia.
6. POTENZA ESTERNA E FRAGILITÀ INTERNE
Il ridimensionamento della centralità statunitense non riguarda soltanto gli alleati. Riguarda anche il rapporto tra l’immagine di potenza proiettata all’esterno e le criticità interne degli Stati Uniti.
Nel 2025 il 10,2 per cento della popolazione statunitense, 34,5 milioni di persone, viveva sotto la soglia ufficiale di povertà. La misura supplementare, che tiene conto in modo più ampio di trasferimenti e costi reali, portava la quota al 13,1 per cento. Questo non descrive un Paese povero. Descrive una delle economie più ricche del mondo che convive con una fascia di povertà strutturale molto ampia.
Nello stesso tempo gli Stati Uniti continuano a sostenere un apparato militare globale e più teatri di crisi. La guerra contro l’Iran ha mostrato un problema diverso dalla capacità di colpire: la capacità di sostenere nel tempo il ritmo di un conflitto ad alta intensità senza compromettere stock, prontezza e altri impegni strategici. Secondo stime del Congressional Budget Office riportate nel settembre 2026, sei mesi di guerra avevano già comportato circa 38 miliardi di dollari di costi, con ulteriori miliardi al mese e tempi potenzialmente pluriennali per ricostituire alcune munizioni.
Non si tratta di confrontare la spesa militare con la povertà come se un dollaro destinato alla difesa potesse essere semplicemente trasferito altrove. La questione è politica: una superpotenza viene giudicata anche sulla capacità di mantenere contemporaneamente benessere interno, superiorità militare e rete di alleanze. Quando uno di questi tre pilastri mostra crepe, il peso simbolico degli altri due diminuisce.
La superiorità tecnologica statunitense resta enorme. Ma la sostenibilità è una misura diversa dalla spettacolarità. Un sistema militare può possedere armi estremamente avanzate e contemporaneamente scoprire che produrle, sostituirle e impiegarle in più teatri costa più tempo e più risorse di quanto l’immagine di onnipotenza lasci immaginare.
7. L’EUROPA SCOPRE CHE LA DIPENDENZA PUÒ ESSERE UN RISCHIO
La trasformazione più importante non è che l’Europa voglia diventare ostile agli Stati Uniti. È che sta iniziando a organizzarsi come se non potesse più permettersi di dipendere totalmente da Washington.
La pressione di Trump sulla NATO ha accelerato questa percezione. Reuters ha documentato come Canada, Germania, Polonia e altri alleati abbiano iniziato a diversificare fornitori e capacità militari, mentre cresce la domanda di strumenti europei autonomi.
L’Unione europea non parte da zero. Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia, Paesi Bassi e altri Paesi possiedono capacità avanzate in aeronautica, missilistica, radar, elettronica, cantieristica, sottomarini, mezzi terrestri, spazio e cybersicurezza. Il problema europeo è stato soprattutto la frammentazione: molti sistemi nazionali, volumi produttivi limitati, procurement separati e alcune dipendenze tecnologiche dagli Stati Uniti.
La Readiness Roadmap 2030 prova a trasformare questa massa industriale in capacità comune. L’obiettivo europeo è chiudere le principali lacune entro il 2030, portare una quota crescente degli acquisti alla modalità congiunta e arrivare ad almeno il 55 per cento degli investimenti della difesa acquistati dalla base industriale europea.
Questa è una differenza fondamentale rispetto al passato. L’Europa non sta semplicemente aumentando la spesa: sta cercando di trattenere una parte maggiore di quella spesa dentro la propria capacità industriale.
8. SPAZIO, SATELLITI E IL PARADOSSO MUSK
Lo spazio mostra con chiarezza sia il ritardo europeo sia la rapidità della risposta.
Starlink ha dimostrato durante la guerra in Ucraina quanto una costellazione privata possa diventare un’infrastruttura militare e civile essenziale. Ma SpaceX non è il governo degli Stati Uniti. È un’impresa privata statunitense con propri interessi, propri contratti e una capacità decisionale autonoma. Questo rende la dipendenza ancora più complessa: affidarsi a una tecnologia statunitense non significa necessariamente dipendere da uno strumento direttamente controllabile dalla Casa Bianca.
L’Europa sta cercando di ridurre questa vulnerabilità. Il programma di comunicazioni satellitari governative dell’Unione europea (GOVSATCOM) mette in comune capacità satellitari governative europee. Infrastructure for Resilience, Interconnectivity and Security by Satellite (IRIS²), dopo l’accordo di attuazione del 2026, prevede una costellazione principale di 348 satelliti, con primi lanci nel 2029 e una progressiva attivazione dei servizi dallo stesso anno. I tempi di realizzazione si estendono quindi oltre la scadenza del mandato presidenziale di Trump, prevista per gennaio 2029. La rete è pensata anche per difesa, sicurezza e servizi di emergenza.
IRIS² non sostituirà Starlink in pochi anni. La sua costruzione mostra però che una dipendenza considerata fino a ieri efficiente è diventata abbastanza problematica da giustificare miliardi di investimenti per creare una capacità europea autonoma.
Quando un servizio strategico è così importante da non poterne accettare l’interruzione, l’efficienza economica non basta più. Entra in gioco la sovranità.
9. L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: IL VANTAGGIO STATUNITENSE PIÙ DIFFICILE DA RECUPERARE
Se nella difesa convenzionale e nello spazio l’Europa possiede già una base industriale capace di colmare parte del divario, l’intelligenza artificiale resta probabilmente il vantaggio statunitense più difficile da sostituire nel breve periodo.
La presidente della Banca centrale europea (BCE), Christine Lagarde, ha avvertito nel settembre 2026 che l’Europa rischia una dipendenza eccessiva dall’AI straniera, in particolare statunitense, e che servono infrastrutture di calcolo, data center e modelli sviluppati su capacità europee.
L’AI è particolarmente importante perché non è soltanto un prodotto commerciale. Integrata con cloud, dati, intelligence, satelliti, droni e sistemi di comando può diventare un moltiplicatore militare e di sicurezza enorme. Il divario reale tra Stati Uniti ed Europa, quindi, potrebbe essere più grande di quello che appare guardando semplicemente ai servizi aperti al pubblico.
Ma proprio per questo l’Europa sta accelerando. La presenza di imprese come Mistral AI, Thales e di programmi europei per cloud, calcolo e sovranità dei dati mostra che il divario viene ormai considerato un problema strategico e non una semplice questione di competitività commerciale.
La conclusione, per ora, è netta: l’Europa non è ancora autonoma nell’intelligenza artificiale di frontiera. Ma ha identificato la dipendenza e ha iniziato a trattarla come una vulnerabilità.
10. L’UNIONE COME MOLTIPLICATORE DI SOVRANITÀ
Questo processo produce un paradosso politico. Per molto tempo il dibattito europeo ha presentato l’Unione come una cessione di sovranità da parte degli Stati nazionali. Nello scenario attuale, in molti settori la sovranità reale può essere esercitata solo condividendone una parte.
Un singolo Stato europeo può decidere formalmente di essere completamente autonomo. Ma poi deve finanziare da solo satelliti, lanciatori, reti militari, difesa aerea, cybersicurezza, intelligenza artificiale, infrastrutture energetiche, ricerca e catene di approvvigionamento strategiche.
Dentro l’Unione, questi costi possono essere condivisi e la scala del mercato consente di sostenere investimenti che singoli Paesi avrebbero difficoltà a replicare. Questo vale per i grandi e ancora di più per gli Stati più piccoli.
L’esempio del Regno Unito dopo Brexit mostra la differenza tra autonomia formale e potere negoziale concreto. Londra resta una grande economia e una potenza militare, ma l’uscita dal mercato unico ha prodotto nuove frizioni, costi e la necessità di negoziare accesso e regole dall’esterno.
L’Unione, quindi, non elimina le sovranità nazionali. In alcuni settori le rende economicamente esercitabili. È questa trasformazione a rendere oggi molto più difficile immaginare una separazione individuale dei Paesi membri proprio mentre aumenta la competizione tra grandi blocchi.
11. IL SISTEMA FINANZIARIO: IL LEGAME CHE NON SI SPEZZA RAPIDAMENTE
Il settore nel quale il ridimensionamento statunitense sarà più lento resta probabilmente la finanza.
La crisi del 2008 mostrò quanto un problema nato nel mercato statunitense dei mutui subprime potesse trasformarsi in una crisi mondiale. Non si trattò soltanto di normali perdite di Borsa. Le indagini successive accertarono in più casi vendita di prodotti finanziari con rappresentazioni ingannevoli della qualità dei mutui sottostanti e del rischio effettivo.
Dopo quella crisi, Europa e Stati Uniti hanno rafforzato vigilanza, requisiti patrimoniali, sistemi di risoluzione e protezioni dei depositi. In Europa l’Unione bancaria e la vigilanza della BCE hanno aumentato la capacità di evitare che il fallimento di una singola banca diventi automaticamente una crisi incontrollabile per l’intero sistema.
Ma Wall Street, il dollaro, i Treasury, i grandi fondi statunitensi e la profondità dei mercati dei capitali USA restano infrastrutture centrali dell’economia mondiale. Questo significa che l’autonomia politica e industriale può crescere più rapidamente dell’autonomia finanziaria.
Il mondo può iniziare a considerare gli Stati Uniti meno indispensabili come guida politica molto prima di poter fare a meno del sistema finanziario costruito intorno agli Stati Uniti. È probabilmente la componente più resistente della centralità statunitense.
12. IL RIDIMENSIONAMENTO NON È IL CROLLO
Il confronto con l’Unione Sovietica degli ultimi anni della Guerra fredda aiuta a capire il meccanismo, ma non deve essere confuso con una previsione di collasso degli Stati Uniti.
Negli ultimi anni sovietici si sommarono stagnazione economica, costi crescenti della competizione militare, sovraestensione imperiale, difficoltà nel sostenere alleati e clienti, perdita di presa ideologica e minore capacità del centro di controllare il sistema. Quando l’Europa orientale smise di funzionare come moltiplicatore di potenza, l’URSS apparve improvvisamente molto più piccola di quanto la sua sfera geopolitica avesse fatto credere.
Gli Stati Uniti sono profondamente diversi. Dispongono di un’economia più flessibile, imprese private globali, università, tecnologia, energia, mercati finanziari e una posizione geografica eccezionalmente favorevole. Non c’è alcun motivo per confondere un possibile ridimensionamento con la dissoluzione dello Stato.
La somiglianza riguarda un altro aspetto: una superpotenza può confondere per molto tempo la forza del sistema che la circonda con la propria forza intrinseca.
Se alleati e partner smettono di considerare automaticamente coincidenti i propri interessi con quelli di Washington, gli Stati Uniti non perdono soltanto qualche contratto o qualche base. Perdono una parte del moltiplicatore esterno che per decenni ha trasformato il peso statunitense in qualcosa di molto superiore alla semplice somma di popolazione, territorio e PIL.
13. TRUMP PUÒ PASSARE. LE ALTERNATIVE RESTANO
La domanda finale è se questo processo possa sopravvivere a Trump.
Gli elementi disponibili indicano di sì, perché molte delle risposte sviluppate da Canada ed Europa non sono subordinate al presidente statunitense. Sono accordi, infrastrutture, programmi industriali e investimenti con orizzonti che arrivano al 2030 e oltre.
SAFE non scompare con un cambio alla Casa Bianca. IRIS² non viene smantellato perché un futuro presidente statunitense offre condizioni migliori. Un sottomarino acquistato in Europa, una filiera delle materie prime, una rete satellitare o una capacità industriale comune hanno cicli di vita di decenni.
Trump può aver accelerato la presa di coscienza. Ma, una volta costruita, l’alternativa modifica permanentemente il rapporto di forza. Anche una futura amministrazione statunitense più amichevole dovrà confrontarsi con alleati che hanno imparato a mantenere un piano B.
Canada ed Europa non stanno preparando una rottura con Washington. Al contrario, stanno cercando di rendere l’alleanza meno dipendente dall’irripetibilità di una singola presidenza statunitense.
Una relazione tra alleati è più stabile quando nessuno dei due può trasformare la dipendenza dell’altro in uno strumento di coercizione.
CONCLUSIONE — QUANTO PESANO DAVVERO GLI STATI UNITI?
Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse economiche, militari, tecnologiche e finanziarie immense. Ma la potenza non coincide con l’inventario delle risorse: dipende dall’influenza che quelle risorse producono. Quando un alleato può scegliere un’altra strada senza essere ricondotto all’ordine, quella potenza si riduce anche se portaerei, capitali e piattaforme restano al loro posto.
Per questo bisogna distinguere la forza propria degli Stati Uniti da quella del sistema internazionale che per decenni ha accettato di ruotare intorno a Washington.
Quel sistema ha funzionato perché milioni di persone, imprese e governi fuori dagli Stati Uniti hanno considerato conveniente farne parte. Ha offerto sicurezza, accesso ai mercati, capitale, tecnologia e un immaginario culturale potentissimo. Per questo la potenza statunitense è stata molto più grande dei suoi confini.
Oggi quel meccanismo non è scomparso. Ma è meno esclusivo. La cultura è multidirezionale. L’Europa costruisce difesa e spazio comuni. Il Canada diversifica. Le imprese europee provano a ridurre la dipendenza tecnologica. E l’uso crescente di dazi e minacce commerciali rende visibile il rischio incorporato nelle dipendenze storiche.
Il caso canadese è importante proprio per questo. Il Canada non sta diventando nemico degli Stati Uniti. Sta dimostrando che un alleato può rimanere occidentale, democratico e militarmente integrato con Washington mentre costruisce contemporaneamente alternative sufficienti a non dipendere da una sola capitale.
Se questo modello funziona, può essere imitato.
Forse la questione non è dunque se gli Stati Uniti stiano perdendo il proprio potere. È capire quanto del potere che abbiamo attribuito loro per ottant’anni appartenesse davvero agli Stati Uniti e quanto appartenesse invece alla disponibilità del resto dell’Occidente a moltiplicarlo.
Trump può aver reso questa domanda inevitabile. La risposta, però, non dipende più soltanto da lui.
FONTI DOCUMENTALI
- Reuters — Trump warns EU of tariffs over Canada’s potential associate membership, 17 settembre 2026.
- Reuters — Canada, EU face limits to relationship after symbolic EU overture to Carney, 18 settembre 2026.
- Reuters Breakingviews — Mark Carney’s EU pitch has strikingly strong logic, 15 settembre 2026.
- Consiglio dell’Unione europea — SAFE: Council concludes agreement with Canada, 15 giugno 2026.
- Decisione (UE) 2026/1381 del Consiglio — partecipazione del Canada agli appalti nell’ambito dello strumento SAFE.
- Commissione europea — Readiness Roadmap 2030.
- Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale (EUSPA) — IRIS², accordo di attuazione e ampliamento della costellazione a 348 satelliti, agosto 2026.
- EU Space — IRIS²: secure connectivity e autonomia strategica europea, agosto 2026.
- Reuters — Trump’s pressure on NATO is reshaping Europe’s defenses, 17 settembre 2026.
- Reuters — Europe facing unprecedented risk of being cut off from AI, Lagarde warns, 14 settembre 2026.
- Reuters — Europe’s AI firms, playing catch-up, challenge US calls for slowdown, 18 settembre 2026.
- Congressional Budget Office — The Budget and Economic Outlook: 2026 to 2036, sezione sull’incidenza dei dazi.
- U.S. Census Bureau — Poverty in the United States: 2025.
- Congressional Budget Office e Reuters — stime sui costi e sulla ricostituzione degli stock nella guerra USA-Iran, settembre 2026.
- U.S. Department of State, Office of the Historian — Foreign Relations of the United States, documenti sull’Italia 1948 e sui programmi di azione politica coperta 1948-1968 e 1976.
- U.S. Department of State — U.S. Assistance Programs in Europe: An Assessment, 27 marzo 2003.
- U.S. Department of State — Country Assessments: Romania, Support for East European Democracy (SEED), 2003.
- U.S. Department of State — U.S. Economic Assistance to Romania, anni Novanta.
- U.S. National Archives and Records Administration — Records of the United States Information Agency e programmi informativi della Guerra fredda.
- U.S. Department of State, Office of the Historian — documentazione sul sostegno statunitense all’integrazione europea nel dopoguerra.
- Fonti istituzionali dell’Unione europea su Unione bancaria, vigilanza prudenziale e meccanismi di risoluzione post-2008.
- Documentazione pubblica della Commissione europea e del Consiglio dell’Unione europea sui rapporti strategici UE-Canada, difesa, energia, materie prime critiche e ricerca.
- Archivio Storico Istituto Luce — Cinecittà, la casa del cinema in Italia, consultato il 18 settembre 2026.
- Treccani, Enciclopedia del Cinema — Western all’italiana, 2004.
- Apple — Apple Reinvents the Phone with iPhone, 9 gennaio 2007.
- Ericsson — History of mobile internet: transformative technology and the end of Ericsson’s mobile phone production, consultato il 18 settembre 2026.
- American Express — The American Express Gold Card celebrates six decades of style, 27 aprile 2026.
- American Express — Chairman’s Letter to Shareholders, 2025 e 2026; storia della carta Optima e descrizione del circuito chiuso.
- Fair Isaac Corporation (FICO) — FICO History e documentazione sul FICO Score, consultate il 18 settembre 2026.
- Banca d’Italia — Il credito ai consumatori in parole semplici; Centrale dei rischi; Storia creditizia, documentazione consultata il 18 settembre 2026.
- Banca d’Italia — Buy Now Pay Later: caratteristiche del mercato, rischiosità e sviluppi regolamentari, marzo 2026.
- Google — Privacy Policy; How Google uses location information; Google Photos Face Groups, documentazione consultata il 18 settembre 2026.

