In questo dossier
  1. IL PUNTO DI PARTENZA
  2. 1. L’ARTICOLO 11 NON È TUTTA LA COSTITUZIONE
  3. 2. ONU: LA PACE NON ESCLUDE LA LEGITTIMA DIFESA
  4. 3. NATO: LA DIFESA COLLETTIVA FUNZIONA SOLO SE QUALCUNO PUÒ DIFENDERE
  5. 4. UNIONE EUROPEA: DIFESA COMUNE NON SIGNIFICA DIFESA SENZA ARMI
  6. 5. CHE COSA SIGNIFICA “PARTECIPARE” A UNA GUERRA
  7. 6. NEUTRALITÀ, DISIMPEGNO E IL PREZZO DEL “GIRARSI DALL’ALTRA PARTE”
  8. 7. I PARTITI ITALIANI DAVANTI AL SISTEMA
  9. 8. LA MAPPA, SENZA SLOGAN
  10. 9. IL NODO VERO: LA PACE NON È UNA SINGOLA LEVA
  11. 10. UE E NATO: DUE SISTEMI DIVERSI, MA PROFONDAMENTE SOVRAPPOSTI
  12. 11. UN ESEMPIO DI QUANTO LE PAROLE POSSANO INGANNARE: “PETROLIO DALLA RUSSIA”
  13. CONCLUSIONE — PRIMA IL SISTEMA, POI LO SLOGAN
  14. IL BASTIAN CONTRARIO
  15. FONTI DOCUMENTALI

La domanda non è soltanto chi vuole mandare armi e chi vuole fermarle. La domanda è più difficile: quanto reggono le diverse posizioni politiche quando vengono confrontate con l’intera architettura giuridica e strategica nella quale l’Italia ha scelto di stare?

IL PUNTO DI PARTENZA

Nel dibattito italiano sulla guerra in Ucraina si citano spesso una frase della Costituzione, una dichiarazione della NATO, un principio dell’ONU o una promessa di “difesa europea”. Presi isolatamente, questi elementi sembrano semplici. Messi insieme diventano molto meno comodi.

L’Italia ripudia la guerra di aggressione, ma possiede Forze armate, disciplina costituzionalmente lo stato di guerra, partecipa a un’alleanza militare fondata sulla difesa collettiva, aderisce all’Unione europea che prevede capacità civili e militari e riconosce la Carta delle Nazioni Unite, che ammette la legittima difesa individuale e collettiva.

Questo dossier non stabilisce quale partito “abbia ragione”. Ricostruisce invece il sistema e poi mette le principali posizioni politiche davanti a quel sistema. Quando una proposta incontra un limite, una tensione o una conseguenza, la registra. Quando una posizione è perfettamente compatibile con una scelta politica possibile, la registra allo stesso modo.

La tesi è semplice: la politica può scegliere il grado di coinvolgimento dell’Italia, ma non può descrivere come neutrale una scelta che continua a produrre effetti sul conflitto, né può invocare una difesa comune europea fingendo che possa esistere senza capacità militari reali.

1. L’ARTICOLO 11 NON È TUTTA LA COSTITUZIONE

L’Articolo 11 è il passaggio più citato: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Il testo, però, non dice che ogni impiego della forza sia vietato in qualunque circostanza.

La stessa Costituzione contiene altri articoli che completano il quadro. L’Articolo 52 definisce la difesa della Patria un sacro dovere del cittadino. L’Articolo 78 disciplina la deliberazione dello stato di guerra da parte delle Camere. L’Articolo 87 attribuisce al Presidente della Repubblica il comando delle Forze armate e la dichiarazione dello stato di guerra deliberato dalle Camere. Gli Articoli 10, 80 e 117 collegano inoltre l’ordinamento italiano al diritto internazionale, ai trattati e agli obblighi europei.

La lettura costituzionale corretta non è quindi “Italia senza guerra” contrapposta a “Italia in guerra”. È una distinzione tra guerra di aggressione, difesa, obblighi internazionali e procedure costituzionali per l’uso della forza.

Questo passaggio è decisivo perché rende insufficiente qualunque argomento politico che utilizzi l’Articolo 11 come frase autosufficiente. Per capire la posizione italiana bisogna leggere la Costituzione come un sistema.

2. ONU: LA PACE NON ESCLUDE LA LEGITTIMA DIFESA

La Carta delle Nazioni Unite nasce per ridurre il ricorso unilaterale alla forza e affidare al Consiglio di Sicurezza la responsabilità primaria per la pace internazionale. Ma l’Articolo 51 conserva espressamente il diritto naturale di legittima difesa individuale e collettiva in caso di attacco armato.

L’ONU non è un’istituzione europea e non rappresenta un blocco politico occidentale. Riunisce 193 Stati, compresi Russia, Ucraina, Stati Uniti e Cina. Proprio per questo la sua funzione non è abolire i conflitti per decreto, ma fornire regole, procedure, sedi diplomatiche, strumenti di contenimento e una cornice giuridica comune.

La presenza di una cornice internazionale limita anche l’espansione dei conflitti: crea canali diplomatici, regole di responsabilità, meccanismi di pressione e possibilità di intervento collettivo. Girarsi dall’altra parte può essere una scelta politica; non equivale però a costruire un sistema di sicurezza.

3. NATO: LA DIFESA COLLETTIVA FUNZIONA SOLO SE QUALCUNO PUÒ DIFENDERE

L’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico stabilisce che un attacco armato contro un alleato è considerato un attacco contro tutti. Il testo richiama direttamente l’Articolo 51 della Carta ONU. L’Articolo 7 precisa inoltre che la NATO non sostituisce la Carta delle Nazioni Unite e non cancella la responsabilità primaria del Consiglio di Sicurezza. Ogni alleato presta l’assistenza che ritiene necessaria, anche attraverso l’uso della forza: l’obbligo di assistenza non impone automaticamente a tutti la stessa risposta militare.

La NATO è quindi un patto di difesa collettiva inserito nella cornice ONU. Ma la reciprocità è il suo meccanismo essenziale: gli altri Stati sono chiamati a contribuire alla difesa dell’Italia perché l’Italia contribuisce alla difesa degli altri.

Da qui nasce una conseguenza spesso rimossa dal dibattito: un’alleanza militare non può funzionare con eserciti puramente simbolici. Servono uomini, mezzi, munizioni, sistemi di difesa aerea, logistica, comunicazioni, intelligence, capacità navali e aeree, addestramento e prontezza.

Le missioni sul fianco orientale non cancellano i costi nazionali delle Forze armate. Gli stipendi, le basi, i mezzi e la manutenzione esistono anche in tempo di pace. Le missioni aggiungono costi variabili, ma impiegano una capacità già finanziata e ne aumentano addestramento, interoperabilità e utilizzo reale.

Questo non significa che ogni missione “si ripaghi”. Significa che il conto corretto non è semplicemente missione uguale costo aggiuntivo. Una parte consistente dello strumento militare esiste comunque. La questione economica è quindi come e perché quella capacità venga impiegata.

4. UNIONE EUROPEA: DIFESA COMUNE NON SIGNIFICA DIFESA SENZA ARMI

Il Trattato sull’Unione europea è molto esplicito. L’Articolo 42 stabilisce che la politica di sicurezza e difesa comune dispone di una capacità operativa fondata su mezzi civili e militari, forniti dagli Stati membri. Lo stesso articolo afferma che gli Stati si impegnano progressivamente a migliorare le proprie capacità militari.

L’Articolo 43 comprende, tra i compiti possibili, operazioni di disarmo, assistenza militare, prevenzione dei conflitti, mantenimento della pace e impiego di forze combattenti nella gestione delle crisi. La difesa europea prevista dai Trattati non è quindi un sinonimo di sola diplomazia.

Esiste però un secondo elemento altrettanto importante: le decisioni con implicazioni militari e di difesa restano fortemente intergovernative. L’Articolo 24 affida la politica estera e di sicurezza al Consiglio europeo e al Consiglio; l’Articolo 42 prevede l’unanimità per le decisioni della politica di sicurezza e difesa comune, comprese quelle che avviano una missione.

La Commissione può incidere su industria, mercato, programmi di finanziamento, appalti comuni, mobilità militare, ricerca e produzione. Non dispone però autonomamente degli eserciti nazionali e non può ordinare da sola una missione militare europea.

Qui nasce il problema strutturale della formula “difesa europea sì, riarmo nazionale no”. L’Unione utilizza capacità che gli Stati devono possedere e mettere a disposizione. Se una capacità manca a livello nazionale, il semplice coordinamento non la crea.

Il Parlamento europeo, nel marzo 2026, ha indicato lacune ancora esistenti in difesa aerea e missilistica, artiglieria, munizioni, droni e antidroni, mobilità militare, cyber, intelligence, comando e controllo, capacità navali e altri abilitatori strategici. Il punto non è che ogni Stato debba duplicare tutto. È che una difesa comune richiede comunque capacità reali da mettere in comune.

5. CHE COSA SIGNIFICA “PARTECIPARE” A UNA GUERRA

La guerra non si misura soltanto contando morti e mezzi distrutti. Strategicamente, conta la capacità di uno Stato di continuare a funzionare, combattere, produrre, rifornirsi, reagire e mantenere il consenso necessario a sostenere il conflitto.

Per questo energia, acqua, sanità, ferrovie, telecomunicazioni, logistica, finanza e infrastrutture civili possono diventare elementi della capacità di resistenza. Un generatore non è un missile, ma può mantenere in funzione un ospedale, una rete di comunicazioni o un nodo logistico. Un sostegno finanziario può mantenere attivi salari pubblici e servizi essenziali. Un sistema di difesa aerea può proteggere direttamente popolazione e infrastrutture.

Le sanzioni non sono, sul piano giuridico, un attacco armato. Sono però strumenti coercitivi. Possono essere progettate per ridurre entrate, accesso a tecnologia, capacità industriale, finanziaria o militare dell’avversario. La loro efficacia concreta nel caso russo è discutibile e va valutata separatamente; la loro finalità politica resta comunque quella di esercitare pressione.

Da qui una distinzione fondamentale: non inviare armi non equivale automaticamente a essere neutrali. Chi finanzia una parte, sanziona l’altra, ripristina infrastrutture, addestra personale o fornisce logistica continua a incidere sull’equilibrio del conflitto, pur usando strumenti diversi.

6. NEUTRALITÀ, DISIMPEGNO E IL PREZZO DEL “GIRARSI DALL’ALTRA PARTE”

Nel linguaggio politico italiano la parola “pace” contiene spesso scelte molto diverse. C’è chi propone di fermare le armi ma mantenere sanzioni e aiuti economici; chi vuole continuare anche il sostegno militare; chi vorrebbe normalizzare progressivamente rapporti economici e politici con Mosca.

Queste posizioni possono essere tutte legittimamente sostenute in politica, ma non sono equivalenti.

Il disimpegno più completo richiederebbe di ridurre non soltanto l’aiuto militare ma anche gli strumenti economici, sanzionatori, logistici e politici che incidono sul conflitto. È una scelta possibile, ma comporta l’accettazione delle conseguenze dell’assenza di intervento.

La sicurezza collettiva contiene inoltre un principio di reciprocità. Un Paese può decidere di ridurre il proprio coinvolgimento quando il conflitto riguarda altri; deve però considerare che la stessa logica può essere applicata dagli altri qualora la minaccia riguardasse direttamente lui.

Il paradosso della pace costruita dopo la Seconda guerra mondiale è proprio questo: non si è cercato di eliminare tutti gli eserciti nazionali, ma di vincolarli dentro sistemi di alleanze, regole e istituzioni. La deterrenza nasce dalla convinzione che un’aggressione avrebbe un costo e incontrerebbe una risposta.

7. I PARTITI ITALIANI DAVANTI AL SISTEMA

Fotografia aggiornata a settembre 2026. Le posizioni vengono riportate per ciò che dichiarano e sostengono pubblicamente, senza attribuire intenzioni non documentate.

7.1 Fratelli d’Italia e linea del Governo

La linea della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni resta favorevole al sostegno militare all’Ucraina e alla permanenza dell’Italia nel quadro NATO ed europeo. Al vertice NATO di Ankara dell’8 luglio 2026 Meloni ha dichiarato di ritenere probabile la prosecuzione degli aiuti militari italiani a Kiev.

Questa posizione si colloca nell’architettura di sicurezza scelta dall’Italia. Il confronto politico riguarda il livello di spesa, la durata del sostegno e il rapporto tra interessi italiani, obiettivi NATO e strategia europea; la legittimità dei singoli interventi dipende dalle norme e dalle modalità concrete con cui vengono attuati.

7.2 Forza Italia

Forza Italia mantiene una linea atlantista e favorevole al sostegno all’Ucraina. Antonio Tajani ha ribadito nel settembre 2026 che l’Italia continuerà ad aiutare Kiev a difendersi, escludendo l’invio di soldati italiani nel conflitto.

La posizione distingue quindi tra aiuto militare e partecipazione diretta con truppe da combattimento. Sul piano europeo Tajani sostiene il rafforzamento della difesa comune e la partecipazione italiana ai progetti condivisi.

7.3 Lega

La Lega resta parte della maggioranza che sostiene gli impegni italiani in NATO e le decisioni del Governo sull’Ucraina. La linea di Matteo Salvini, però, è sensibilmente più critica verso le sanzioni e più favorevole alla riapertura di rapporti economici e diplomatici con Mosca.

Nel luglio 2026 Salvini, intervenendo con imprenditori italiani attivi in Russia, ha sostenuto che le sanzioni non hanno fermato la guerra e ha auspicato che non si arrivi a una lunga sequenza di nuovi pacchetti.

Questa posizione non nasce con Roberto Vannacci. Salvini e la Lega appartengono da anni a una famiglia politica europea sovranista e hanno rapporti consolidati con la destra francese e con forze oggi riunite nei Patrioti per l’Europa. La concorrenza di Futuro Nazionale può accentuare la necessità di rendere più visibili alcune posizioni; non basta, da sola, a spiegarne l’origine.

7.4 Partito Democratico (PD)

Il Partito Democratico mantiene il sostegno all’Ucraina anche sul piano militare e chiede nello stesso tempo una maggiore iniziativa diplomatica europea. Nel settembre 2026 Elly Schlein ha ribadito che il PD continuerà a sostenere il popolo ucraino e che l’Unione dovrebbe avere una politica estera più univoca e una capacità negoziale comune.

Il PD sostiene inoltre una prospettiva di maggiore integrazione europea nella difesa. Questa linea, già analizzata nel dossier “ELLY: UN NOME, UNA GARANZIA?”, comporta una conseguenza strutturale: più difesa comune significa anche definire chi decide, quali capacità vengono finanziate e come si distribuiscono costi, industria e sovranità.

7.5 Movimento 5 Stelle (M5S)

Giuseppe Conte ha ribadito il 2 agosto 2026 che il Movimento 5 Stelle non voterà nuovi invii di aiuti militari all’Ucraina, confermando invece il sostegno ad aiuti e sanzioni economiche. In un’intervista riportata il 3 agosto ha indicato come punto non negoziabile il sì a una difesa comune europea e il no al riarmo dei singoli Stati.

La posizione è politicamente distinguibile da una neutralità completa. Il Movimento non propone di uscire dall’Unione europea, dalla NATO o dal sistema delle sanzioni, e continua a sostenere strumenti economici e diplomatici.

Il nodo concreto è quindi come costruire una difesa comune se le capacità che l’Unione utilizza devono essere fornite dagli Stati membri. La risposta del Movimento è la razionalizzazione: più coordinamento, acquisti comuni, eliminazione delle duplicazioni e minore corsa nazionale. Il limite da verificare è se queste economie di scala siano sufficienti a colmare le capacità che oggi risultano mancanti.

7.6 Alleanza Verdi e Sinistra (AVS)

Alleanza Verdi e Sinistra mantiene una linea contraria all’invio di armi e agli aumenti della spesa militare. Nel luglio 2026 Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno definito una “follia” nuove spese per gli armamenti.

Anche questa posizione, tuttavia, non coincide automaticamente con un completo disimpegno internazionale. AVS continua a muoversi dentro una prospettiva europea, diplomatica e sanzionatoria.

Nel linguaggio di questa indagine M5S e AVS rappresentano il “fiore”, simbolo della scelta pacifista: rifiutano lo strumento militare diretto, ma non si collocano fuori da ogni forma di pressione o sostegno. È una scelta di strumenti, non l’assenza di una scelta.

7.7 Roberto Vannacci e Futuro Nazionale

Il programma di Futuro Nazionale, già analizzato nel dossier “VANNACCI: UN ALTRO BUGIARDO?”, propone di fermare l’invio di armi, critica fortemente le sanzioni e sostiene una normalizzazione dei rapporti economici ed energetici con la Russia, subordinando maggiormente le scelte internazionali all’interesse nazionale.

Vannacci sostiene una permanenza nell’Unione europea e nella NATO condizionata all’interesse nazionale, richiamando anche il modello turco di maggiore autonomia negoziale. Il programma di Futuro Nazionale, tuttavia, contempla espressamente anche la possibilità di recedere dai trattati, compreso quello NATO: non indica un’uscita immediata, ma non la esclude come opzione politica.

Tra le linee qui analizzate, questa è quella che riduce contemporaneamente più strumenti di pressione sul conflitto. Non è però una proposta già definita di disimpegno assoluto dall’architettura occidentale.

Nella nostra lettura emerge inoltre una tensione politica: una parte importante della carriera militare di Vannacci si è svolta in missioni internazionali, strutture NATO, Forze speciali e comandi multinazionali. Oggi propone una linea che ridimensiona il coinvolgimento italiano proprio in quel sistema. Questo non invalida la sua proposta; ne rende però legittimo il confronto con la sua esperienza precedente.

Nel dossier sul programma di Futuro Nazionale abbiamo inoltre argomentato che molte proposte presentate come fortemente identitarie appartengono in realtà a filoni già presenti nella destra italiana ed europea o a processi politici avviati da altri. Per questo non è corretto leggere automaticamente ogni irrigidimento della Lega come una copia di Vannacci: in diversi casi Vannacci ha riassemblato e radicalizzato temi che esistevano già.

8. LA MAPPA, SENZA SLOGAN

La tabella non assegna voti e non stabilisce vincitori. Serve soltanto a rendere visibili le differenze principali.

Su smartphone, scorri la tabella orizzontalmente per confrontare tutte le posizioni.

Le posizioni politiche sugli strumenti del conflitto
Forza politicaAiuti militari a KievSanzioni alla RussiaDifesa europeaNATOLinea negoziale
Fratelli d’Italia / GovernoSìSìSì, rafforzamentoPiena adesioneSostegno + negoziato
Forza ItaliaSìSìSìPiena adesionePace giusta, no truppe italiane
LegaNel quadro di governo, con forti riserve di SalviniCritica crescenteSì, ma con forte sovranità nazionaleSìPiù dialogo con Mosca
PDSìSìSì, maggiore integrazioneSìSostegno + iniziativa diplomatica UE
M5SNo a nuovi inviiSì / pressione non militareSì, no corsa nazionaleNon propone uscitaSvolta negoziale
AVSNoSostegno a strumenti non militariProspettiva europea, no riarmoNon propone uscitaDiplomazia e cessazione invii
Futuro NazionaleNoForte critica / rimozionePiù selettiva e nazionalePermanenza selettiva; recesso contemplato dal programmaNormalizzazione rapporti con Mosca

9. IL NODO VERO: LA PACE NON È UNA SINGOLA LEVA

Dopo avere messo insieme Costituzione, ONU, NATO, Unione europea e posizioni dei partiti, emerge un dato meno ideologico di quanto sembri.

Chi sostiene l’invio di armi deve spiegare obiettivi, durata, costi, limiti e condizioni di uscita. Chi lo rifiuta deve spiegare come intende proteggere un Paese aggredito, quale effetto attribuisce alle sanzioni e quali conseguenze accetta qualora la pressione militare dell’aggressore continui. Chi propone una difesa europea deve spiegare da quali capacità nazionali nascerà, chi le finanzierà e chi avrà il potere di impiegarle. Chi propone il disimpegno deve spiegare come concilia quella scelta con un sistema di alleanze fondato sulla reciprocità.

Nessuna di queste domande contiene già la risposta. Sono semplicemente il prezzo della coerenza.

Il problema del dibattito politico nasce quando ogni parte sceglie il pezzo di sistema che le è più favorevole: l’Articolo 11 senza l’Articolo 52, la difesa europea senza le capacità nazionali, la NATO senza i costi, la pace senza gli strumenti di pressione, le sanzioni senza misurarne gli effetti, l’autonomia nazionale senza valutare la reciprocità delle alleanze.

10. UE E NATO: DUE SISTEMI DIVERSI, MA PROFONDAMENTE SOVRAPPOSTI

Unione europea e NATO non sono la stessa organizzazione. Hanno basi giuridiche, istituzioni e procedure differenti. Ma ventitré Stati appartengono a entrambe e la cooperazione è diventata strutturale.

Il Trattato sull’Unione europea riconosce espressamente che, per gli Stati membri della NATO, l’Alleanza resta il fondamento della difesa collettiva. Le conclusioni del Consiglio europeo del giugno 2026 ribadiscono che una difesa europea più forte deve essere complementare alla NATO.

Questo impedisce una semplificazione frequente: la NATO non è una scorciatoia giuridica per aggirare i veti dell’Unione. Le decisioni NATO richiedono consenso tra gli alleati. Tuttavia gli stessi Stati possono agire in cornici differenti: NATO, UE, coalizioni di Paesi disponibili o accordi bilaterali.

L’Italia è inoltre legata da altri strumenti di cooperazione in materia di sicurezza e difesa, come il Trattato del Quirinale con la Francia e accordi con Regno Unito, Germania e altri partner. Il dato comune è questo: la sicurezza italiana è costruita attraverso una rete sovrapposta di impegni, non attraverso un solo trattato.

11. UN ESEMPIO DI QUANTO LE PAROLE POSSANO INGANNARE: “PETROLIO DALLA RUSSIA”

Un ultimo esempio mostra perché il dossier evita le formule automatiche. Dire che un carico di greggio “arriva dalla Russia” non significa necessariamente che quel petrolio sia russo.

Il greggio kazako del Caspian Pipeline Consortium (CPC) attraversa territorio russo e viene imbarcato dal terminale di Novorossijsk sul Mar Nero. Nel consorzio partecipano anche società occidentali, compresa Eni. La provenienza geografica del porto non coincide quindi automaticamente con la proprietà o l’origine economica del prodotto.

Questo non cancella il ruolo russo nelle infrastrutture o nelle entrate collegate al transito. Serve soltanto a ricordare che, in una guerra economica e sanzionatoria, una parola imprecisa può trasformare un dato complesso in una conclusione sbagliata.

CONCLUSIONE — PRIMA IL SISTEMA, POI LO SLOGAN

L’Italia non è un Paese neutrale nel senso classico del termine. Ha scelto di stare dentro un sistema di sicurezza collettiva e di condividere una parte della propria sovranità attraverso trattati, alleanze e istituzioni internazionali.

Questo non obbliga ogni governo italiano a compiere sempre le stesse scelte. Un governo può cambiare il livello del sostegno militare, proporre nuove sanzioni o chiederne la rimozione, privilegiare il negoziato, investire di più o di meno nella difesa e cercare maggiore autonomia. Ma ogni scelta incontra conseguenze, obblighi e reciprocità che non scompaiono perché vengono omessi da un discorso politico.

La domanda corretta non è quindi “chi è per la pace?”. Tutti dichiarano di esserlo.

Le domande utili sono altre: quale pace, ottenuta con quali strumenti, garantita da chi, sostenuta da quali capacità e pagata da chi?

È qui che il confronto tra i partiti diventa finalmente verificabile. Non quando pronunciano la parola pace, ma quando devono spiegare come intendono costruirla.

IL BASTIAN CONTRARIO

Esiste una lettura alternativa che questa indagine deve registrare. Il rafforzamento militare può alimentare una spirale di sicurezza: ogni aumento di capacità difensive viene percepito dall’avversario come una minaccia e genera ulteriori armamenti. Gli aiuti militari possono prolungare un conflitto che, in assenza di sostegno esterno, avrebbe potuto concludersi prima. Le sanzioni possono colpire società civili, spostare commerci verso altri mercati e produrre effetti inferiori alle attese.

Queste obiezioni non cancellano la logica della deterrenza e della difesa collettiva. Mostrano però che deterrenza, sanzioni e aiuti non sono strumenti a costo zero e non garantiscono automaticamente il risultato politico desiderato.

Allo stesso modo, il disimpegno non garantisce automaticamente la pace. Può ridurre il rischio di coinvolgimento diretto, ma può anche ridurre la capacità di contenere un’aggressione o di influire su un accordo finale.

Il contraddittorio serio non consiste quindi nel dire che ogni tesi è falsa. Consiste nel misurare quali conseguenze produce ciascuna scelta.

FONTI DOCUMENTALI

  • Senato della Repubblica — Costituzione della Repubblica Italiana, 27 dicembre 1947, testo vigente; articoli 10, 11, 52, 78, 80, 87 e 117.
  • Nazioni Unite — Carta delle Nazioni Unite, 26 giugno 1945; in particolare articolo 51. About Us e Member States, consultati il 17 settembre 2026.
  • Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord — Trattato Nord Atlantico, 4 aprile 1949; in particolare articoli 5 e 7. Collective defence and Article 5, aggiornato il 12 novembre 2025.
  • Unione europea, EUR-Lex — Versione consolidata del Trattato sull’Unione europea, Gazzetta ufficiale C 202 del 7 giugno 2016; articoli 21, 24, 31, 41, 42 e 43.
  • Unione europea, EUR-Lex — Versione consolidata del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, Gazzetta ufficiale C 202 del 7 giugno 2016; articolo 215.
  • Consiglio europeo — European Council conclusions on Ukraine and on European defence and security, 18 giugno 2026.
  • Parlamento europeo — Flagship European defence projects of common interest, risoluzione P10_TA(2026)0080 dell’11 marzo 2026.
  • NATO — The Ankara Summit Declaration, 8 luglio 2026.
  • NATO — Relations with Ukraine; Relations with the European Union; Deterrence and defence, documentazione istituzionale consultata il 17 settembre 2026.
  • Commissione europea — EU assistance to Ukraine; Consiglio dell’Unione europea — EU military support for Ukraine e The Ukraine Facility, con riferimento allo Ukraine Support Loan, documentazione istituzionale consultata il 17 settembre 2026.
  • Agenzia Nazionale Stampa Associata (ANSA), resoconto ripreso da Sky TG24 — Vertice Nato, Meloni: «Rispettiamo impegni, ma in modo sostenibile», 8 luglio 2026; RaiNews24 — Meloni ad Ankara: «L’Italia proseguirà con aiuti militari all’Ucraina, Crosetto sta valutando», 8 luglio 2026.
  • ANSA — Tajani a Zelensky, «coinvolga Italia e Polonia, non solo Francia e Germania», 9 settembre 2026.
  • ANSA — Salvini alle imprese italiane in Russia: «Le sanzioni non fermano la guerra», 16 luglio 2026.
  • ANSA — Conte, non votiamo il sostegno militare all’Ucraina, 2 agosto 2026; Conte, «la posizione sull’Ucraina la decideremo con le primarie», aggiornato il 3 agosto 2026.
  • ANSA — Lo stop a Schlein del M5s e di Avs sull’Ucraina: «Basta armi», 24 luglio 2026; Giampaolo Grassi, Schlein e Conte a pranzo per chiarirsi, ma restano le distanze, 4 agosto 2026.
  • ANSA — Bonelli e Fratoianni, «follia» ipotizzare nuove spese per le armi, 28 luglio 2026.
  • UNO SGUARDO SULL’UOMO — VANNACCI: UN ALTRO BUGIARDO?, 26 agosto 2026.
  • UNO SGUARDO SULL’UOMO — ELLY: UN NOME, UNA GARANZIA?, 10 settembre 2026.
  • UNO SGUARDO SULL’UOMO — QUANDO LA MINACCIA PARLA CON LA VOCE DEL RE, 3 settembre 2026.
  • UNO SGUARDO SULL’UOMO — MA È VERAMENTE L’EUROPA A COMPRARE IL GAS RUSSO?, 11 agosto 2026; DUE PESI E DUE MISURE, 13 agosto 2026; FINE DELLA GUERRA FREDDA?, 28 agosto 2026.
  • ANSA — La sfida di Schlein: «Vinciamo le primarie e al voto prima possibile», 13 settembre 2026.
  • Futuro Nazionale — Programma, sezioni sulla politica estera e sull’energia, versione consultata il 17 settembre 2026; Sky TG24 — Vannacci pubblica il «manifesto» di Futuro Nazionale: il programma del partito, 11 agosto 2026.
  • Francesca Galici, Il Giornale — Vannacci: «Il femminicidio non esiste, uomini e donne sono uguali», 14 giugno 2026; dichiarazioni sull’appartenenza a Unione europea e NATO e sul modello turco.
  • Avvenire — Bonelli: «Irresponsabile togliere le sanzioni alla Russia. Meloni dica no alla guerra di Trump e Netanyahu», 17 marzo 2026.
  • Il Foglio — «No al Safe e al riarmo degli stati Ue». Parla Angelo Bonelli, 8 luglio 2026.
  • Esercito Italiano — Paracadutisti Italiani e Americani, 2017; RaiNews — Il generale Roberto Vannacci: dalle onorificenze internazionali alle frasi shock sugli omosessuali, 18 agosto 2023.
  • Lega — Patrioti per l’Europa, presentazione della delegazione; Euronews — Patrioti per l’Europa: le reazioni italiane alla creazione della nuova alleanza, 10 luglio 2024.
  • Eni — Karachaganak: the onshore field of Kazakhstan, scheda istituzionale consultata il 17 settembre 2026.
  • Governo italiano — Trattato del Quirinale, 26 novembre 2021; Memorandum d’Intesa sulla Cooperazione Bilaterale tra Italia e Regno Unito, 27 aprile 2023; Piano di Azione italo-tedesco per la cooperazione strategica, 22 novembre 2023.
  • Camera dei deputati e Senato della Repubblica, Servizi Studi — Documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2025–2027, dossier del 21 novembre 2025.