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L’Italia può rivendicare un dato vero: oggi lavora più gente. A luglio 2026 gli occupati sono 24 milioni e 370 mila e il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,2 per cento. È un risultato positivo e sarebbe scorretto negarlo. Ma proprio perché il dato è buono, vale la pena guardarlo meglio. Un Paese che invecchia, perde giovani, fatica a trovare personale qualificato e dovrà sostituire milioni di lavoratori nei prossimi anni non può più permettersi di fermarsi al numero delle persone occupate. Deve chiedersi dove sono finite le competenze, quanto valore producono e quanta esperienza sta lasciando inutilizzata.
È da qui che nasce questa indagine. Non per dimostrare che il record occupazionale è falso, ma per capire se racconta abbastanza. Perché una persona può risultare occupata e produrre meno valore di quanto potrebbe; un’altra può restare fuori dal mercato pur possedendo trent’anni di esperienza utile a un’azienda; una terza può essere ricollocata in una mansione che la rende statisticamente “occupata” ma economicamente e professionalmente declassata. Il numero resta corretto. È la fotografia a essere incompleta.
Il dato positivo che apre un problema
Per osservare il fenomeno abbiamo lasciato fuori dalla lente principale i 15-24 anni. Non perché il lavoro giovanile sia secondario, ma perché in quella fascia pesano ancora scuola, università, formazione e persone che non cercano ancora un’occupazione stabile. Il confronto diventa più pulito quando si entra nell’età adulta del lavoro.
Tra il 2022 e il 2026 l’occupazione è cresciuta nelle fasce adulte considerate. In particolare, i 50-64 anni mostrano un miglioramento consistente. Ed è un bene: più persone che lavorano significano più reddito, più contributi, più consumi e maggiore continuità economica. Ma il punto interessante comincia proprio qui. Un cinquantenne o un sessantenne non è necessariamente una persona vicina alla pensione e libera da responsabilità. Può avere ancora figli economicamente dipendenti, mutuo o affitto, automobile, genitori anziani, investimenti da proteggere e più di dieci anni di vita lavorativa davanti.
La serie dell’Istituto nazionale di statistica (Istat) rende visibile la crescita nella fascia su cui questa indagine concentra la propria attenzione: il tasso di occupazione dei 50-64enni passa dal 62,0 per cento di luglio 2022 al 67,9 per cento di luglio 2026. È un aumento di 5,9 punti percentuali. Descrive quante persone lavorano, non che cosa accade al reddito e alle competenze di chi, in quella stessa fase della vita, perde il posto.
Quando quella persona perde il lavoro, non perde soltanto uno stipendio. Può iniziare a consumare la stabilità costruita in decenni. Una casa di proprietà non paga le bollette. Un investimento non sostituisce un reddito mensile se deve essere progressivamente liquidato per sostenere la famiglia. Un’auto troppo costosa può dover essere venduta. Un immobile può diventare un peso. Il tenore di vita può essere ridimensionato molto prima che il nucleo compaia nelle statistiche della povertà.
Il costo di quella perdita non è soltanto teorico. Nei Paesi per i quali sono disponibili dati, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) rileva che tra il 2010 e il 2020 i lavoratori di 55-64 anni costretti a cambiare impiego hanno subito in media una riduzione salariale di poco superiore al 13 per cento. Non è una stima riferita alla sola Italia e non dice che ogni senior perda quella quota; mostra però perché tornare statisticamente occupati non equivale necessariamente a recuperare la sicurezza economica precedente.
A fine 2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane valeva 11.732 miliardi di euro; le abitazioni, da sole, 5.662 miliardi. Quella ricchezza privata è una delle grandi riserve di stabilità del Paese. Per questo la fragilità di una famiglia senior può essere paradossalmente invisibile: possiede patrimonio, quindi non appare povera; perde reddito, quindi inizia a erodere proprio il patrimonio che la rendeva stabile.
La povertà non comincia quando hai venduto tutto. Può cominciare quando inizi a vendere ciò che avevi costruito per non diventare povero.
Quando il curriculum non racconta il valore
Qui entra una distinzione che nel linguaggio del lavoro viene spesso confusa. Una risorsa umana copre una funzione. Il capitale umano è il valore che entra nell’azienda insieme alla persona: esperienza, capacità decisionale, memoria degli errori, conoscenza dei processi, gestione di clienti e fornitori, negoziazione, organizzazione, capacità di leggere rapidamente una situazione e di trasferire sapere agli altri.
Quel capitale non rimane proprietà astratta del lavoratore mentre l’impresa compra soltanto otto ore. Nel momento in cui l’azienda assume la persona, acquisisce l’uso produttivo di tutto ciò che quella persona ha imparato prima di arrivare. È questo il punto che rende debole il confronto puramente salariale tra junior e senior.
Con un senior non compri otto ore di lavoro. Compri otto ore al giorno di trent’anni di esperienza.
Il confronto più facile dice: junior da 30 mila euro di retribuzione annua lorda (RAL), senior da 45 mila. Quindici mila euro di differenza, conclusione immediata: costa meno il giovane. Ma il conto economico di un’azienda non finisce nella busta paga. Lo junior deve essere selezionato, inserito, affiancato, formato. Deve conoscere clienti, processi, errori tipici, dinamiche interne. Una parte della sua esperienza futura verrà costruita a spese dell’impresa. E proprio quando quella esperienza comincia a valere di più, può diventare appetibile per un concorrente.
L’OCSE rileva che la mobilità lavorativa è molto più elevata tra gli under 30: circa il 17 per cento cambia lavoro in un anno, contro circa il 6 per cento dei 45-64enni. La stessa OCSE osserva che un turnover elevato può impedire alle imprese di recuperare pienamente l’investimento nella formazione. In parole semplici: puoi spendere per trasformare uno junior in un qualificato e scoprire che il qualificato lo hai formato per un’altra azienda.
Il senior non è automaticamente migliore. Può avere bisogno di aggiornamento, può essere meno flessibile in alcuni contesti, può portare abitudini da disimparare. Ma il suo costo non può essere letto soltanto dalla RAL. In molti ruoli può richiedere meno affiancamento, commettere meno errori, decidere più rapidamente, ridurre tempi morti, trasferire competenze e avere una probabilità inferiore di lasciare l’impresa dopo pochi mesi.
Il senior può costare di più a libro paga e costare meno nel conto economico.
Questo vale soprattutto per le competenze difficili da certificare. Un camionista ha una patente; un mulettista ha un’abilitazione; un macellaio possiede un mestiere immediatamente leggibile. Più difficile è leggere trent’anni di esperienza commerciale, gestionale, organizzativa o strategica. Lì il mercato tende a usare scorciatoie: laurea sì o no, età, parole chiave, carriera lineare, denominazione del ruolo. E una competenza reale può diventare invisibile perché non entra bene in una casella.
È proprio per questo che gli approcci “skills-first” promossi dall’OCSE hanno un significato che va oltre la moda delle risorse umane: spostare l’attenzione dai soli titoli formali alle capacità dimostrate, comprese quelle acquisite attraverso esperienza e lavoro. Una competenza non smette di esistere perché non ha un certificato appeso al muro.
L’intelligenza artificiale: filtro o lente?
L’IA potrebbe essere lo strumento migliore per correggere questo difetto. Potrebbe leggere responsabilità svolte, persone gestite, problemi risolti, settori attraversati, risultati ottenuti e trasformare un curriculum irregolare in una mappa di competenze. Potrebbe confrontare quella mappa con il bisogno reale dell’impresa e segnalare che un candidato privo di un requisito formale possiede comunque quasi tutto ciò che serve per il ruolo.
Ma può anche fare l’opposto. Se il sistema automatico viene costruito su filtri poveri — titolo di studio, età, linearità del percorso, parole chiave — rende soltanto più veloce l’esclusione. Il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale (AI Act) considera infatti ad alto rischio i sistemi usati per analizzare e filtrare candidature proprio perché possono incidere sull’accesso al lavoro e perpetuare discriminazioni, comprese quelle legate all’età.
Il Ministero del Lavoro ha approvato linee guida sull’uso dell’IA e nel 2026 ha avviato un Osservatorio dedicato. È un passo reale. Ma la sfida non può fermarsi a evitare che l’algoritmo discrimini. In un Paese che avrà sempre meno lavoratori disponibili, l’algoritmo dovrebbe aiutare a trovare valore dove il sistema tradizionale non lo vede.
Il governo vede gli occupati. Ma vede il capitale umano?
Il contraddittorio, qui, è necessario. Il governo Meloni può rivendicare una crescita dell’occupazione e il programma Garanzia occupabilità dei lavoratori (GOL) ha raggiunto milioni di persone. Al 30 giugno 2026 il Ministero dichiarava 4,3 milioni di persone prese in carico e oltre un milione formate. Sono risultati misurabili e non vanno cancellati soltanto perché non coincidono con la critica che stiamo costruendo.
Le persone prese in carico e quelle formate sono due risultati del programma, non due misure della qualità del nuovo impiego. Il comunicato ministeriale del luglio 2026 quantifica questi passaggi, ma non permette di stabilire da solo se un lavoratore senior ricollocato abbia mantenuto retribuzione, responsabilità e utilizzo delle competenze accumulate.
La domanda, però, è ciò che quei numeri raccontano meno. Dopo una ricollocazione, quanta RAL è stata persa? Il nuovo ruolo utilizza davvero le competenze precedenti? Quanto tempo è servito per tornare al lavoro? Quante persone sono state riportate in una posizione coerente con il valore accumulato e quante sono diventate semplicemente un’altra unità statistica dentro il totale degli occupati?
A oggi, nei principali indicatori pubblicamente comunicati, emerge con molta più forza il numero delle persone prese in carico, formate o ricollocate che non la quantità di capitale umano effettivamente preservato. La politica del lavoro appare quindi attrezzata soprattutto per contare l’ingresso nel mercato, meno per misurare la qualità economica e professionale di quell’ingresso.
È qui che il record occupazionale comincia a perdere parte della sua forza narrativa. Non perché sia falso, ma perché in un Paese avanzato la quantità del lavoro è soltanto metà della storia. L’altra metà è il valore del lavoro che viene messo in produzione.
Il tempo demografico corre più veloce
Il problema sarebbe già serio in un Paese giovane. In Italia diventa strategico. L’OCSE, sulla base delle proiezioni demografiche Istat, stima circa 5 milioni di persone in età lavorativa in meno entro il 2040 rispetto al 2025 e oltre un terzo in meno entro il 2060. Non significa che nel 2040 l’Italia “collasserà”. Significa che da qui ad allora la base da cui attingere forza lavoro si restringerà mentre milioni di persone usciranno dal mercato.
Unioncamere stima che tra il 2024 e il 2028 serviranno tra 3,4 e 3,9 milioni di lavoratori e che tra il 78 e l’88 per cento di quel fabbisogno dipenderà soprattutto dalla sostituzione di chi esce. Nel primo semestre 2026 il 44,8 per cento delle assunzioni programmate dalle imprese risultava già difficile da coprire.
Nello stesso tempo i giovani italiani continuano a partire. Nel 2025 oltre un terzo degli espatriati aveva tra 25 e 34 anni. Tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150 mila laureati italiani di 25-34 anni tra trasferimenti verso il Centro-Nord e verso l’estero. A questo si aggiunge il fabbisogno crescente di lavoratori stranieri.
La tenaglia è evidente: meno giovani, più uscite per pensionamento, competenze difficili da reperire, emigrazione qualificata e immigrazione necessaria per colmare parte dei vuoti. In questo scenario, ogni competenza senior sprecata pesa più di prima. Non perché i giovani siano meno importanti, ma perché il sistema non può permettersi di contrapporre generazioni. Deve farle lavorare insieme.
Da qui nasce l’idea di una “nazione scuola”. Il senior non come lavoratore da tenere artificialmente al suo posto, ma come ponte tra ciò che il Paese sa già fare e ciò che dovrà continuare a saper fare domani. Può produrre e contemporaneamente formare, trasformare conoscenza tacita in patrimonio aziendale, accelerare l’autonomia degli junior, ridurre errori, aumentare controllo della qualità.
La Cina, con modelli di integrazione tra impresa, formazione professionale e rapporto maestro-apprendista, offre almeno una logica da osservare: il sapere produttivo viene trattato come un asset da trasferire prima che esca dall’organizzazione. L’Italia avrebbe perfino un vantaggio naturale, perché manifattura specializzata, artigianato, costruzioni, agroalimentare, design, reti commerciali e piccole e medie imprese custodiscono competenze che spesso non stanno in nessun manuale.

Non basta trattenere i giovani. Bisogna dare loro un Paese in cui valga la pena imparare. E, se l’Italia diventasse capace di trasformare l’esperienza in formazione produttiva, potrebbe non solo trattenere una parte dei propri giovani, ma diventare attrattiva anche per quelli che arrivano da fuori.
Una politica del lavoro diversa
Una strategia di questo tipo non richiede necessariamente un nuovo sussidio. Prima dell’età pensionabile, lo Stato potrebbe rendere più conveniente alle imprese acquisire capitale umano senior quando il costo iniziale è ciò che impedisce l’assunzione: decontribuzione mirata, detassazione temporanea, welfare aziendale, formazione di aggiornamento, incentivi legati alla ricollocazione qualificata e non soltanto all’età anagrafica.
Il principio sarebbe diverso dal bonus generico. Non premiare l’azienda perché assume un cinquantenne, ma ridurre il differenziale di costo quando l’esperienza del cinquantenne produce valore e rischia di essere esclusa solo per ragioni economiche o formali. L’incentivo potrebbe diminuire nel tempo, mentre anzianità, premi, produttività e risultati ricostruiscono progressivamente la posizione del lavoratore.
Dopo l’età pensionabile il ragionamento cambia. Nessuno deve essere obbligato a lavorare. Ma chi vuole e può continuare dovrebbe poterlo fare senza essere considerato un’anomalia. In molti casi pensione e reddito da lavoro sono già cumulabili. La pensione diventa allora una base di sicurezza, il lavoro una seconda entrata, e il capitale umano continua a produrre. Un pensionato che lavora resta percettore, ma è anche contribuente, consumatore, risparmiatore e produttore.
Una possibile scelta di policy, sviluppata in questa indagine, sarebbe distinguere due situazioni. Chi prende la pensione e continua a lavorare ha già il vantaggio del doppio reddito e non avrebbe bisogno di un ulteriore premio previdenziale. Diverso è chi rinuncia volontariamente alla pensione per restare al lavoro altri anni: in quel caso il rinvio di una prestazione già maturata potrebbe giustificare un beneficio aggiuntivo. È una proposta da valutare tecnicamente, non una descrizione della normativa vigente.
Il rischio vero
Parlare di “collasso” come di una data certa sarebbe propaganda. Ma ignorare la convergenza dei fenomeni sarebbe altrettanto irresponsabile. La finestra critica è davanti a noi: da oggi al 2040 l’Italia dovrà gestire meno persone in età lavorativa, milioni di sostituzioni per pensionamento, difficoltà di reperimento già elevate, emigrazione giovanile e crescente necessità di lavoratori stranieri.
Il rischio non è restare senza lavoro. È restare senza abbastanza lavoratori capaci di produrre il valore necessario a sostenere pensioni, sanità, servizi, investimenti e competitività. Se ciò accadesse, il problema non sarebbe soltanto occupazionale. Sarebbe produttivo, fiscale, previdenziale e sociale insieme.
Per questo la domanda al Ministero del Lavoro non può più essere soltanto quanti posti sono stati creati. Deve diventare: quanto capitale umano stiamo usando, quanto ne stiamo perdendo e quanto ne stiamo trasferendo alle generazioni successive?
L’Italia misura l’occupazione. Non misura ancora abbastanza il valore dell’occupazione.
Il governo vede il problema dell’occupazione, vede la formazione e vede perfino l’intelligenza artificiale. Quello che ancora non emerge con la stessa chiarezza è una visione organica che unisca capitale umano, demografia, produttività, ricambio generazionale e immigrazione. In un Paese che invecchia e avrà meno lavoratori disponibili, questa non è una rifinitura. È politica industriale, sociale e previdenziale insieme.
Per un Paese avanzato non è sufficiente mettere un lavoratore al posto giusto per coprire un turno. Bisogna mettere il capitale umano nel posto in cui produce più valore. Perché quando la popolazione attiva diminuisce, ogni competenza dispersa costa due volte: a chi la possiede e al Paese che non la usa.
Conclusione
L’occupazione record è un risultato reale. Ma se la politica si ferma a quel numero, rischia di trasformarlo in uno specchio che riflette soltanto ciò che vuole vedere. Il vero banco di prova non è soltanto creare posti: è conservare, trasferire e aumentare capitale umano.
Significa ricollocare meglio i senior, formare gli junior senza perdere l’investimento, usare l’IA per vedere competenze e non per cancellarle, integrare l’immigrazione dentro percorsi qualificati, mantenere produttive le persone che vogliono continuare a esserlo e costruire un sistema in cui esperienza e innovazione non siano generazioni concorrenti, ma la stessa catena produttiva.
Se l’Italia riuscisse a farlo, potrebbe trasformare uno dei suoi problemi più grandi — l’invecchiamento — in una parte della soluzione. Se non ci riesce, continuerà a celebrare il numero degli occupati mentre una parte del capitale che dovrebbe sostenere il Paese va progressivamente perduta.
FONTI DOCUMENTALI
- Istat, “Occupati e disoccupati - Luglio 2022”, 1 settembre 2022.
- Istat, “Occupati e disoccupati - Aprile 2026”, maggio 2026.
- Istat, “Occupati e disoccupati - Luglio 2026”, 1 settembre 2026.
- Istat, “Il mercato del lavoro - II trimestre 2026”, 11 settembre 2026.
- Istat, “Gli italiani residenti all’estero - Anno 2025”, 3 settembre 2026.
- Istat, “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente - Anni 2024/2025”, 3 agosto 2026.
- Istat e Banca d’Italia, “La ricchezza dei settori istituzionali in Italia - Anni 2005-2024”, 28 gennaio 2026.
- OCSE, “OECD Employment Outlook 2025”, capitoli su lavoratori anziani, mobilità, produttività e ricollocazione.
- OCSE, “OECD Economic Surveys: Italy 2026”, capitolo su giovani e invecchiamento della forza lavoro.
- OCSE, “Retaining Talent at All Ages”, su turnover, formazione e capitale umano.
- OCSE, materiali “Adult learning / Skills-first approaches”, sul riconoscimento delle competenze acquisite anche attraverso esperienza e apprendimento informale.
- Unioncamere - Sistema Informativo Excelsior, “Nel quinquennio 2024-2028 saranno necessari tra 3,4 e 3,9 milioni di lavoratori”.
- Unioncamere/CNEL, “Lavoro, quasi un’assunzione su due è difficile da coprire”, 30 luglio 2026.
- Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, “Programma GOL, raggiunti oltre 4,3 milioni di persone”, 23 luglio 2026.
- Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, DM n. 180 del 17 dicembre 2025, linee guida per l’implementazione dell’IA nel mondo del lavoro.
- Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Osservatorio sull’adozione di sistemi di Intelligenza Artificiale nel mondo del lavoro, 2026.
- Unione europea, Regolamento (UE) 2024/1689 - AI Act, considerando 57 e Allegato III, sistemi di IA per selezione e reclutamento.
- INPS, “Cumulo pensione e reddito da lavoro”, aggiornamento 6 giugno 2025.
- OCSE, “Promoting Better Career Choices for Longer Working Lives”, capitolo “Moving to better jobs”, 2024.
- Organizzazione internazionale del lavoro, “Powering more advanced apprenticeship systems in China”.

