In questo dossier
  1. La figuraccia non nasce dal 3,1%. Nasce da quello che avevamo già cominciato a raccontare.
  2. I conti sono conti, non Conte
  3. Il numero che cambia tutto: +10,7 contro +11,3
  4. Da dove arrivano le maggiori entrate
  5. Il vero muro: gli interessi
  6. Il 2025 non è il capro espiatorio
  7. Spendere di più non significa automaticamente spendere meglio
  8. Il bollo non ha causato il 3,1%. Ma il messaggio conta.
  9. La responsabilità di Giorgetti
  10. Conclusione — Il pallottoliere non mente
  11. Fonti documentali

La figuraccia non nasce dal 3,1%. Nasce da quello che avevamo già cominciato a raccontare.

Il 22 settembre 2026 l’Istituto nazionale di statistica (Istat), nella revisione dei Conti economici nazionali, ha confermato il deficit italiano del 2025 al 3,1% del prodotto interno lordo (PIL). Il numero, preso da solo, non descrive un crollo. Al contrario: il disavanzo è sceso rispetto agli anni peggiori, il saldo primario è tornato positivo e il percorso di risanamento esiste. Ma proprio per questo il caso è più sottile. Il problema non è che l’Italia sia precipitata fuori strada. Il problema è che, pochi giorni prima della revisione, il governo aveva lasciato intravedere la possibilità di un’uscita anticipata dalla procedura europea per disavanzo eccessivo.

Giancarlo Giorgetti non aveva promesso formalmente il risultato. Aveva scelto una formula più prudente: si era detto «speranzoso», rimettendo il primo verdetto all’Istat. La revisione statistica non avrebbe chiuso da sola la procedura: il passaggio formale sarebbe spettato alle istituzioni europee. Sul piano letterale, quindi, la sua era una frase cauta. Sul piano politico, però, una speranza dichiarata dal ministro dell’Economia a quattro giorni da una revisione dei conti che vale miliardi non è una frase neutra. È un’aspettativa pubblica.

Il 3,1% non è diventato una sconfitta perché sia un dato catastrofico. È diventato una sconfitta perché il traguardo era stato presentato come possibile, vicino, quasi maturo.

Se il governo avesse detto: «Siamo al 3,07%, non ci siamo ancora; manca poco e il 2027 resta l’orizzonte», oggi lo stesso dato avrebbe avuto un peso completamente diverso. Avrebbe raccontato un ultimo miglio. Un risultato incompleto, ma coerente con una traiettoria. Invece si è scelto di alzare la posta. E quando la posta viene alzata, la delusione non la crea l’Istat: la crea l’aspettativa costruita prima.

Elaborazione simbolica della soglia tra un deficit del 3,1 e del 3,0 per cento
Tra il 3,1% e il 3,0% c’è una distanza minima sulla carta e decisiva nei conti. Elaborazione editoriale generata con intelligenza artificiale.

I conti sono conti, non Conte

Qui bisogna separare due piani. Il primo riguarda le responsabilità storiche. Il secondo riguarda la responsabilità attuale di chi quei numeri li comunica.

Una parte importante del macigno che grava sui conti italiani non nasce con questo governo. Il debito accumulato negli anni, il costo degli interessi, gli effetti residui dei bonus edilizi e del Superbonus, le rigidità strutturali della spesa pubblica e il peso di scelte precedenti hanno costruito il terreno su cui oggi Giorgetti deve muoversi. Negarlo significherebbe falsare la storia.

Ma proprio perché il terreno è fragile, la comunicazione dovrebbe essere più prudente, non meno. Un ministro dell’Economia può ereditare un problema. Non eredita però il modo in cui decide di presentarlo al Paese.

I problemi possono essere ereditati. L’imprudenza con cui li racconti no.

Il cittadino può incrociare le dita per arrivare alla fine del mese. Il ministro dell’Economia, quando parla di una soglia europea che dipende da pochi centesimi di PIL, deve invece ragionare per scenari, margini e probabilità. Perché in questo caso una virgola non è un dettaglio grafico: è denaro pubblico, spazio fiscale, vincoli e credibilità.

Il numero che cambia tutto: +10,7 contro +11,3

Il punto più importante emerso dai documenti non è il 3,1% in sé. È ciò che è successo dietro quel numero.

Nel 2025 le entrate pubbliche sono risultate circa 10,7 miliardi di euro superiori alle previsioni. È un dato enorme. In un bilancio ordinario, una sorpresa positiva di quasi undici miliardi dovrebbe allargare il margine disponibile. E infatti, se tutto il resto fosse rimasto fermo, avrebbe migliorato sensibilmente il saldo.

Ma nello stesso anno le uscite sono risultate circa 11,3 miliardi superiori alle previsioni. Quindi il vantaggio prodotto dalle maggiori entrate è stato interamente assorbito, anzi leggermente superato, dalla maggiore spesa.

Come fai a incassare quasi 11 miliardi più del previsto e arrivare comunque a dire che ti mancano pochi miliardi per centrare il traguardo? Perché hai speso ancora di più.

Questo passaggio va capito bene perché evita due errori opposti. Il primo sarebbe dire che quei 10,7 miliardi erano un tesoretto libero e che bastava prenderne tre per scendere sotto il 3%. Non è così: quelle entrate sono già dentro il saldo finale. Il secondo errore sarebbe trattarle come se non contassero. Contano eccome, perché ci mostrano quanto fragile fosse l’equilibrio.

Se si prende il solo scostamento delle entrate e si lascia fermo tutto il resto — un esercizio aritmetico, non una ricostruzione economica — il deficit sarebbe stato nell’ordine del 3,6% del PIL. Il calcolo non dice che quello sarebbe stato lo scenario reale: alcune entrate erano legate a poste contabili accompagnate da spese corrispondenti. Dice però quanto le entrate superiori alle previsioni abbiano contribuito a sostenere il saldo.

Da dove arrivano le maggiori entrate

Il punto non è ridurre tutto all’imposta sul valore aggiunto (IVA) sulla benzina. Sarebbe troppo piccolo. La vera questione è macroeconomica.

Negli anni più recenti l’economia italiana ha vissuto una fase in cui i prezzi nominali sono rimasti sotto pressione per effetto degli assetti internazionali, dell’energia, dei carburanti e delle tensioni geopolitiche. Quando i prezzi salgono, lo Stato non tassa più la stessa massa nominale di prima. Cambiano gli imponibili. L’IVA cresce in valore assoluto, i redditi nominali possono salire, gli utili nominali possono aumentare, i contributi seguono i salari, la pressione fiscale agisce su una base più grande.

Questo non significa che ogni euro di maggiore gettito sia «regalato dall’inflazione». Sarebbe falso. Dentro l’aumento delle entrate ci sono occupazione, salari, profitti, modifiche fiscali, contributi e crescita reale. Ma sarebbe altrettanto falso raccontare il miglioramento delle entrate come se fosse indipendente dall’aumento dei valori nominali che famiglie e imprese hanno pagato sulla propria pelle.

Una parte del risanamento può essere stata favorita proprio dall’aumento nominale delle entrate in un periodo in cui il potere d’acquisto delle famiglie era sotto pressione.

Ed è qui che il paradosso diventa politico. Quando il prezzo alla pompa sale, quando l’energia costa di più, quando il carrello cresce, il cittadino perde potere d’acquisto. Lo Stato, invece, può vedere crescere parte delle proprie entrate nominali. Non è un guadagno «dalla guerra» in senso semplicistico. È l’effetto fiscale delle conseguenze economiche della guerra e delle tensioni mondiali.

Il vero muro: gli interessi

Il risanamento, però, non si esaurisce nel rapporto tra entrate e spese correnti. Il vero macigno strutturale resta il debito.

Nel 2025 lo Stato ha chiuso con un avanzo primario positivo, circa lo 0,8% del PIL. Significa che, prima degli interessi, le entrate superavano le spese. Ma gli interessi sul debito hanno assorbito circa il 3,9% del PIL. Il risultato finale è tornato così in deficit.

Questa è la fotografia più onesta della situazione: il Paese non è immobile, ma continua a correre con un peso enorme legato alla caviglia. Il saldo primario migliora, ma una massa di debito accumulata in decenni rende costosissimo ogni passo.

Per questo sarebbe sbagliato attribuire a Giorgetti la responsabilità di aver creato il buco. Ma sarebbe altrettanto sbagliato usare il passato come scudo per qualsiasi scelta o qualsiasi comunicazione del presente.

Il 2025 non è il capro espiatorio

Un altro rischio sarebbe raccontare tutto come se il problema fosse semplicemente «il 2025 è andato male». Non è così.

Il 2025 è il punto di misurazione che rende visibile una fragilità più lunga. Il problema vero è che, dopo due anni di procedura europea, l’Italia continua a muoversi senza un vero margine di sicurezza. Le previsioni per il 2026 e il 2027 restano vicine alla soglia del 3%. Basta poco - una crescita più debole, interessi più alti, qualche miliardo di spesa inattesa - per rimettere tutto in discussione.

Il problema non è il 2025. Il problema è che, dopo due anni di procedura, il risanamento italiano continua a vivere senza margine d’errore.

Per questo anche il 2027 non può essere trattato oggi come una certezza. È una previsione. Può essere credibile, può essere ragionevole, può essere la direzione più probabile. Ma dopo ciò che è appena successo sarebbe un errore trasformare la previsione successiva nel prossimo risultato già acquisito.

Spendere di più non significa automaticamente spendere meglio

Il dato delle maggiori uscite apre poi un’altra questione che il dibattito politico tende spesso a semplificare.

Nel linguaggio pubblico si parla continuamente di «tagli» o di «più risorse». Ma sapere che un capitolo riceve più denaro non ci dice ancora se il servizio migliora. La sanità è l’esempio più evidente. Negli ultimi anni gli stanziamenti nominali sono aumentati, eppure il cittadino continua a sperimentare liste d’attesa, difficoltà di accesso, reparti ridimensionati e una crescente distanza tra finanziamento teorico e servizio percepito.

Questo non dimostra automaticamente spreco. Dimostra però che il bilancio pubblico non può essere giudicato soltanto dal lato dell’input. Ogni miliardo in più dovrebbe essere accompagnato da una domanda elementare: che cosa ha prodotto?

Il cittadino non vive lo stanziamento. Vive quanto aspetta per una visita, se il presidio vicino funziona, se deve pagare un privato per avere ciò che il sistema pubblico non riesce a dargli in tempo.

Per questo gli 11,3 miliardi di maggiori uscite rispetto alle previsioni non vanno liquidati come «spreco», ma nemmeno trattati come un numero neutro. Bisogna guardare dove sono andati e quale risultato hanno generato. Solo così si può distinguere tra investimento, emergenza, rigidità di bilancio e inefficienza.

Il bollo non ha causato il 3,1%. Ma il messaggio conta.

Durante questa indagine è emersa una tentazione naturale: mettere accanto i 2,2935 miliardi destinati dal decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162, alla compensazione dell’esenzione del bollo auto per il 2027 e i pochi miliardi che separavano l’Italia dalla soglia utile, e concludere che bastava spostare quei soldi.

È una semplificazione sbagliata. Le coperture del bollo riguardano esercizi diversi e risorse con natura contabile diversa. Non erano miliardi seduti in una cassaforte del 2025 pronti a essere lasciati lì per migliorare retroattivamente il deficit.

Questo chiarimento, però, serve soltanto a non dare al lettore una falsa speranza o un falso colpevole. Non è un premio al governo.

Resta infatti una domanda politica distinta: mentre il margine fiscale futuro non era ancora acquisito, il governo ha scelto misure molto visibili e immediatamente percepibili. In un momento di tensione dentro la maggioranza, con concorrenza a destra e pressioni interne, è legittimo chiedersi se una parte di queste decisioni abbia avuto anche un rendimento politico immediato.

Non è un fatto provato. È una deduzione possibile. Ed è proprio questo il metodo di UNO SGUARDO SULL’UOMO: partire dai fatti, seguire l’intuizione, cercare ciò che può smentirla, e solo dopo stabilire quanto regge.

La responsabilità di Giorgetti

Alla fine, la critica più solida non è quella più rumorosa.

Non abbiamo elementi per dire che Giorgetti abbia creato il problema che tiene l’Italia dentro la procedura. Il quadro che emerge è, anzi, quello di un ministro che sta lavorando dentro una situazione in gran parte ereditata e che ha effettivamente seguito una linea di risanamento.

Ma proprio per questo la sua responsabilità comunicativa pesa di più.

Quando sai che il margine è minimo, che pochi centesimi di PIL valgono miliardi, che il Paese è stanco e che l’uscita dalla procedura viene percepita come una porta verso maggiore libertà economica, non puoi confondere speranza e risultato. Non puoi usare il tono della vittoria quando l’arbitro non ha ancora fischiato.

In mezzo a tanta merda, se spunta un fiore un sorriso almeno ti viene. Proprio per questo quel fiore non va mostrato prima che sia davvero sbocciato.

Questa non è una questione di stile. È una questione di fiducia.

Il cittadino sopporta sacrifici molto più facilmente quando vede una via d’uscita credibile. Se gli dici che la cima è dietro la prossima curva e poi la curva apre su un’altra salita, la delusione non nasce soltanto dal numero. Nasce dal fatto che la speranza era stata resa pubblica prima che fosse diventata certezza.

Conclusione — Il pallottoliere non mente

Il governo può rivendicare un percorso di risanamento reale. Sarebbe scorretto negarlo. Il deficit è sceso, il saldo primario è tornato positivo e l’Italia non è più nella situazione eccezionale degli anni peggiori.

Ma i numeri raccontano anche altro. Nel 2025 sono entrati circa 10,7 miliardi più del previsto e ne sono usciti circa 11,3 in più. Il margine favorevole è stato assorbito. Senza quelle maggiori entrate il deficit sarebbe stato sensibilmente peggiore. Il peso degli interessi resta enorme. Le previsioni future continuano a viaggiare vicino alla soglia. E il 2027 è ancora una previsione, non un certificato.

Per questo il vero problema non è stabilire se Giorgetti abbia sbagliato a fare i conti. Il problema è ricordare che, quando il Paese cammina sul bordo, chi tiene il pallottoliere ha un obbligo in più: non vendere la speranza come se fosse già un risultato.

Quando una virgola vale miliardi, la prudenza non è pessimismo. È responsabilità.

FONTI DOCUMENTALI

  • Istituto nazionale di statistica (Istat) — Conti economici nazionali, anni 2010-2025, 22 settembre 2026.
  • Istat — Notifica dell’indebitamento netto e del debito delle Amministrazioni pubbliche secondo il Trattato di Maastricht, anni 2022-2025, 22 aprile 2026.
  • Istat — PIL e indebitamento delle Amministrazioni pubbliche, anni 2023-2025, 2 marzo 2026.
  • Ufficio parlamentare di bilancio — Audizione sul Documento di finanza pubblica 2026, 28 aprile 2026.
  • Ufficio parlamentare di bilancio — Rapporto sulla politica di bilancio 2026, 10 giugno 2026.
  • Consiglio dell’Unione europea (UE) — Patto di stabilità e crescita: raccomandazioni ai paesi sottoposti a procedura per disavanzo eccessivo, 21 gennaio 2025.
  • Commissione europea — European Economic Forecast, Spring 2026, 21 maggio 2026.
  • Banca d’Italia — Relazione annuale sul 2025, 29 maggio 2026.
  • Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana — Decreto-legge 17 settembre 2026, n. 162, Serie Generale n. 216, 17 settembre 2026.
  • Agenzia Nazionale Stampa Associata (ANSA) — Giorgetti, ‘sono speranzoso sull’uscita dalla procedura UE per disavanzo’, 18 settembre 2026.
  • ANSA — Giorgetti, ‘rammarico, l’Italia non esce anticipatamente dalla procedura di deficit’, 22 settembre 2026.