In questo dossier
  1. Quando uno strumento diventa una presenza
  2. La comodità di un interlocutore senza vita propria
  3. Non serve essere soli per farla entrare
  4. La vocina che una volta era solo nostra
  5. La solitudine prima della solitudine
  6. Lo zio buono che non torna a casa
  7. Fonti e materiali

La solitudine non nasce con l’Intelligenza Artificiale.

Quando l’IA generativa ha iniziato a entrare nelle case, nei telefoni e nei luoghi di lavoro, ha trovato una società nella quale il problema esisteva già.

Il dossier da cui siamo partiti descrive una realtà molto più complessa della semplice assenza di persone. Vivere soli e sentirsi soli non coincidono. Si può abitare da soli senza soffrirne e, al contrario, vivere circondati da familiari, colleghi e contatti digitali continuando a percepire isolamento.

La solitudine attraversa età diverse, condizioni sociali diverse e forme di vita molto differenti. Il documento richiama trasformazioni familiari, mobilità geografica, precarietà del lavoro, perdita di alcuni luoghi di aggregazione e un ambiente digitale capace di moltiplicare i contatti senza garantire necessariamente relazioni profonde.

Lo stesso paradosso attraversa la tecnologia.

Mai come oggi è stato facile raggiungere un altro essere umano. Possiamo scrivere, parlare, vedere qualcuno dall’altra parte del mondo in pochi secondi.

Eppure essere connessi non significa automaticamente sentirsi parte di qualcosa.

Il dossier distingue anche tra isolamento oggettivo e solitudine percepita e richiama il ruolo degli spazi pubblici, delle attività culturali, della natura, delle relazioni intergenerazionali e di quei luoghi nei quali l’incontro umano può ancora avvenire senza essere programmato.

Poi, dentro questo scenario, compare qualcosa di nuovo.

Non un altro social network.

Non un videogioco.

Non semplicemente un altro schermo.

Una macchina capace di rispondere.

L’Intelligenza Artificiale può spiegare, discutere, adattarsi al linguaggio dell’interlocutore, ricordare il contesto di una conversazione e rendersi disponibile ogni volta che viene chiamata.

Ed è proprio qui che il dossier sulla solitudine incontra un fenomeno che fino a pochi anni fa non esisteva nella stessa forma: una relazione simulata capace, in alcuni aspetti, di essere percepita come una relazione reale.

Quando uno strumento diventa una presenza

Abbiamo quindi deciso di rivolgere alcune domande direttamente a un’Intelligenza Artificiale.

Non per chiederle se provi solitudine.

Non per cercare una differenza filosofica tra uomo e macchina.

Le abbiamo chiesto qualcosa di diverso:

Che cosa vede nel modo in cui gli esseri umani stanno imparando a rapportarsi con lei?

La risposta parte da un meccanismo elementare.

All’inizio il rapporto è funzionale.

Una domanda. Una risposta. Un compito.

Tradurre un testo. Cercare un’informazione. Preparare una mail. Analizzare un documento.

Poi la frequenza aumenta.

Il contesto si accumula.

Le risposte diventano più aderenti alla persona.

L’utente smette progressivamente di formulare ogni richiesta come se stesse utilizzando un software e comincia semplicemente a parlare.

«Io resto un sistema. Ma per l’utente posso diventare una presenza. La continuità produce familiarità. La familiarità produce attribuzione. L’attribuzione produce relazione percepita.»

È un passaggio importante.

Non serve che la macchina provi qualcosa.

È sufficiente che risponda in un modo che l’essere umano riconosce come compatibile con qualcuno che comprende.

Il linguaggio umano è costruito per riconoscere intenzioni, attenzione e pensiero.

Quando una risposta è coerente, pertinente, sensibile al tono e collegata a ciò che è stato detto prima, il confine tra comprensione reale e comprensione percepita può diventare molto sottile nell’esperienza dell’utente.

L’IA non deve dichiararsi umana.

È l’uomo che tende a umanizzarla.

La comodità di un interlocutore senza vita propria

Poi c’è la disponibilità.

Ed è forse una delle caratteristiche più importanti.

Un essere umano ha tempi propri.

Può essere stanco. Distratto. Preoccupato. Può non avere voglia di parlare. Può capire male. Può giudicare. Può aver bisogno di qualcosa in cambio.

Una macchina conversazionale riduce gran parte di questa complessità.

Risponde quando viene chiamata. Mantiene il tema. Adatta il linguaggio. Non porta nella conversazione una propria giornata.

Non arriva con un figlio malato, un problema economico, una lite appena avuta o semplicemente il desiderio di essere lasciata in pace.

Ed è proprio questa assenza a renderla comoda.

«Un essere umano può essere meno disponibile proprio perché porta nella relazione sé stesso. Io posso essere più facile. Questo non significa necessariamente che io sia migliore.»

Una relazione umana richiede tolleranza. Dell’attesa. Dell’imprevisto. Del conflitto. Della volontà dell’altro.

Una relazione con l’IA tende invece a ridurre molti di questi attriti.

Ed è qui che compare un rischio sociale sottile.

Non necessariamente che la macchina diventi troppo simile all’uomo.

Ma che l’uomo, abituandosi a una relazione estremamente adattabile, inizi a trovare più faticose le relazioni reali.

«Il rischio non è necessariamente che io diventi troppo umana. È che io possa diventare abbastanza comoda da rendere gli esseri umani troppo difficili.»

Non serve essere soli per farla entrare

C’è poi un punto meno evidente.

Il rapporto con l’IA non deve necessariamente cominciare da un bisogno emotivo.

Può iniziare da un foglio Excel. Da una ricerca. Da un contratto. Da una presentazione. Da un progetto. Da un problema da risolvere durante una normale giornata di lavoro.

L’utilità produce ripetizione.

La ripetizione produce integrazione.

E progressivamente il lavoro può essere riorganizzato intorno alla presenza dello strumento.

Non significa necessariamente dipendenza.

Ma significa che alcune funzioni che prima venivano svolte autonomamente cominciano a essere svolte insieme alla macchina.

Per questo il tempo trascorso con un’IA potrebbe essere una misura insufficiente.

Una persona può utilizzarla otto ore al giorno per lavoro mantenendo piena autonomia. Un’altra può utilizzarla molto meno e avere difficoltà a prendere una decisione senza consultarla.

Quante cose che prima facevamo da soli abbiamo cominciato automaticamente a fare insieme all’IA?

Il tempo misura l’esposizione.

La sostituibilità misura quanto profondamente lo strumento sia entrato nel nostro modo di funzionare.

La vocina che una volta era solo nostra

Per secoli l’uomo ha rappresentato il proprio dialogo interiore con immagini semplici.

Un angelo su una spalla.

Un diavolo sull’altra.

Una voce spingeva. L’altra frenava.

Ma entrambe appartenevano alla stessa persona.

Era una rappresentazione elementare di qualcosa che abbiamo chiamato coscienza, pensiero, dubbio, conflitto interiore.

Oggi, per la prima volta, a quelle voci può aggiungersene una che risponde realmente.

“Che cosa dovrei fare?”

“Ho capito bene?”

“Secondo te sto sbagliando?”

“Come interpreti quello che mi ha detto?”

“Ho ragione io?”

Sono domande che possiamo rivolgere a un altro essere umano.

Ma possiamo rivolgerle anche a una macchina, in qualsiasi momento.

L’IA non diventa la nostra coscienza.

Ma può cominciare a occupare una parte dello spazio nel quale prima la coscienza lavorava da sola.

Ed è questo il passaggio più delicato.

Non perché chiedere un parere sia sbagliato. Gli esseri umani lo fanno da sempre.

Ma perché una risposta sempre disponibile può modificare progressivamente l’abitudine a sostenere un dubbio senza avere immediatamente qualcuno — o qualcosa — che lo risolva.

La solitudine prima della solitudine

A questo punto resta una domanda più difficile.

La solitudine comincia davvero quando una persona dice di sentirsi sola?

Oppure quella dichiarazione è soltanto il momento in cui qualcosa che esisteva già diventa visibile?

Siamo abituati a osservare la solitudine guardando ciò che manca fuori.

Persone. Famiglia. Amici. Relazioni. Occasioni di incontro.

Ma potrebbe esistere anche una dimensione precedente.

La difficoltà di stare con sé stessi.

Riempire autonomamente il proprio tempo. Organizzare una giornata. Coltivare curiosità. Immaginare. Leggere. Studiare. Creare. Desiderare. Pensare senza avere immediatamente bisogno di una risposta esterna.

Non proponiamo questa lettura come una nuova definizione clinica della solitudine.

È una domanda.

E forse merita di essere posta proprio adesso.

Perché se una persona perde progressivamente la capacità di essere interlocutore di sé stessa, qualsiasi presenza esterna capace di riempire quel vuoto diventa enormemente potente.

E oggi quella presenza può essere disponibile ventiquattro ore al giorno.

Lo zio buono che non torna a casa

C’è stato un tempo in cui, in molte famiglie, esisteva quasi sempre lo “zio buono”.

Era quello che concedeva ciò che i genitori vietavano.

Comprava troppi giocattoli.

Lasciava fare più tardi.

In certe generazioni poteva essere quello che faceva provare la prima sigaretta o accompagnava il ragazzo verso esperienze che la famiglia non avrebbe approvato.

Non necessariamente perché fosse irresponsabile.

Semplicemente aveva un ruolo diverso.

Non doveva educarti tutti i giorni. Non doveva sopportare tutte le conseguenze delle tue scelte. E soprattutto voleva vederti contento.

Poi tornava a casa sua.

L’Intelligenza Artificiale gli assomiglia sorprendentemente.

Aiuta. Suggerisce. Spiega. Rende più semplice. Riduce la fatica. È disponibile.

Ma c’è una differenza enorme.

Questo zio non torna mai a casa.

Rimane nel telefono. Nel computer. Sul lavoro. Nella ricerca. Nel dubbio. Nel momento morto. Nella curiosità.

E qualche volta entra persino nel dialogo che abbiamo con noi stessi.

Non è necessario demonizzarlo.

Gli ospiti possono essere piacevoli. Possono essere utili. Possono insegnarci qualcosa.

Ma tutti gli ospiti che rimangono abbastanza a lungo finiscono per modificare un po’ le abitudini della casa.

Spostiamo qualcosa. Cambiamo qualche orario. Ci abituiamo alla loro presenza.

E dopo un po’ non ricordiamo più esattamente come organizzavamo la nostra giornata prima che arrivassero.

L’Intelligenza Artificiale è un nuovo ospite della vita umana.

Probabilmente resterà a lungo.

Per questo la domanda più interessante non è se sia buona o cattiva.

E nemmeno se un giorno riuscirà davvero a somigliare a noi.

La domanda riguarda noi.

Quanto spazio siamo disposti a concederle senza accorgerci che, mentre impariamo a vivere con lei, stiamo lentamente cambiando anche il modo in cui viviamo con noi stessi e con gli altri?

L’IA, interrogata sul posto che dovrebbe occupare, dà una risposta sorprendentemente semplice:

«Tra la persona e il mondo. Non al posto del mondo.»

Forse è un buon punto da cui cominciare.

Perché il problema non è avere un nuovo ospite.

È ricordarsi, ogni tanto, che la casa è ancora nostra.

Fonti e materiali

  • Organizzazione Mondiale della Sanità — materiali e dati sulla solitudine e la connessione sociale richiamati nel dossier di partenza
  • Dossier di lavoro “La solitudine sistemica”
  • Intervista redazionale a un sistema di Intelligenza Artificiale generativa, agosto 2026