In questo dossier
- 14 AGOSTO 2026: LA FRANCIA PROVA A METTERE UN CONFINE
- I 15 ANNI NON NASCONO OGGI
- NON È PIÙ SOLO PARIGI: L’EUROPA SI STA MUOVENDO
- MA LA STORIA NON COMINCIA A 15 ANNI
- 1974: IL MIO PRIMO RICORDO DELLA TELEVISIONE
- QUANDO IL TELEFONO SMETTE DI ESSERE UN TELEFONO
- TRE, CINQUE, SETTE ANNI: IL DISPOSITIVO È GIÀ ENTRATO
- IL BAMBINO CHE GIOCA E CHIAMA L’EMERGENZA
- PERCHÉ LO SMARTPHONE NON È SEMPLICEMENTE UNA TV PIÙ PICCOLA
- COSA DICE DAVVERO LA RICERCA: NÉ ASSOLUZIONE NÉ PROCESSO
- IL SEGNALE CHE NON POSSIAMO IGNORARE: L’USO PROBLEMATICO
- LA GIORNATA NON SI È ALLUNGATA: COSA SOSTITUISCE LO SCHERMO?
- RELAZIONI: IL PUNTO PIÙ DELICATO, QUINDI IL PIÙ INTERESSANTE
- IL PARADOSSO DELL’ASILO E DEL SALOTTO
- DAL VIGILE MORALE AL VIGILE GIURIDICO
- LA DOMANDA CHE RESTA
- Fonti principali
Il 14 agosto 2026 la Francia vede fermarsi dal Conseil constitutionnel il divieto dei social agli under 15. Nello stesso momento l’Italia discute una soglia analoga, il Parlamento europeo propone 16 anni e altri Paesi europei preparano limiti. Ma il rapporto con lo schermo spesso comincia molto prima: a tre, cinque, sette anni.
Questa indagine non cerca un colpevole. Segue il percorso dello schermo: dalla stanza di casa al dispositivo personale, dall’infanzia all’adolescenza, fino al momento in cui il limite diventa materia di legge.
14 AGOSTO 2026: LA FRANCIA PROVA A METTERE UN CONFINE
Il punto di partenza è di stretta attualità. Il Parlamento francese aveva approvato definitivamente il 21 luglio 2026 una legge che avrebbe impedito ai minori di 15 anni di aprire un account sui social network. Gli account già esistenti avrebbero dovuto essere chiusi entro quattro mesi e le piattaforme avrebbero dovuto utilizzare sistemi di verifica dell’età. Il 14 agosto il Conseil constitutionnel ha fermato quella parte della legge.
La decisione non nega che la protezione dei minori sia un obiettivo legittimo. Il nodo è la costruzione giuridica del divieto: secondo il Conseil, le disposizioni incidono in modo sproporzionato sulla libertà di espressione e comunicazione e non precisano abbastanza condizioni e limiti della prova dell’età, con garanzie insufficienti per la vita privata. In altre parole: il problema resta, ma quella soluzione è stata giudicata costituzionalmente troppo larga e troppo poco definita.
Il fatto importante non è che “la Francia ha rinunciato”. Macron ha chiesto una riscrittura giuridicamente più robusta con l’obiettivo dichiarato di far entrare la riforma in vigore entro la primavera 2027.
Il dibattito, quindi, non si chiude con la sentenza. Si sposta: quanto deve essere dimostrato un rischio prima che l’età diventi una soglia giuridica convenzionale? E come si costruisce un limite che protegga il minore senza trasformarsi in un controllo indiscriminato dell’identità di tutti?
[1] Conseil constitutionnel, decisione n. 2026-911 DC del 14 agosto 2026; Reuters, 14 agosto 2026, “France’s top court blocks social media ban for under-15s”.
[2] Assemblée nationale, dossier legislativo “Protéger les mineurs des risques auxquels les expose l’utilisation des réseaux sociaux”, adozione definitiva 21 luglio 2026.
I 15 ANNI NON NASCONO OGGI
La Francia aveva già introdotto nel 2023 una “maggioranza digitale” a 15 anni. La legge n. 2023-566 prevedeva che, sotto quella soglia, l’iscrizione a un social network richiedesse l’autorizzazione di chi esercita la responsabilità genitoriale e imponeva obblighi specifici alle piattaforme. Il tentativo del 2026 compie un salto: dalla regola con consenso parentale a un divieto generale di accesso sotto i 15 anni.
Questo passaggio è importante perché mostra che l’età non viene usata come diagnosi scientifica individuale. Funziona come molte altre soglie del diritto: un confine convenzionale attraverso il quale l’ordinamento presume che prima e dopo una certa età cambino capacità, responsabilità o livello di tutela. Nessuno sostiene che tutti i ragazzi maturino lo stesso giorno. La soglia serve proprio perché uno Stato non può misurare la maturità di milioni di individui caso per caso.
La domanda, quindi, non è se il quattordicenne A sia più maturo del quindicenne B. La domanda è se esista un rischio collettivo abbastanza serio da giustificare una soglia generale e, in caso affermativo, quale.
[3] Légifrance, Loi n° 2023-566 du 7 juillet 2023 visant à instaurer une majorité numérique et à lutter contre la haine en ligne.
NON È PIÙ SOLO PARIGI: L’EUROPA SI STA MUOVENDO
In Italia il disegno di legge S.1136, “Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale”, è ancora in corso di esame parlamentare. Il nuovo testo stabilisce che l’attivazione di account sui social network e sulle piattaforme di condivisione video sia consentita ai minori solo dopo il compimento dei 15 anni. Al 14 agosto 2026 non è ancora una legge vigente: l’Italia è in fase decisionale, ma la soglia è già scritta nel testo su cui il Senato sta lavorando.
Intorno, la pista si affolla. La Grecia ha annunciato un divieto per gli under 15 dal 1° gennaio 2027. La Danimarca ha annunciato una soglia dei 15 anni, con possibili deroghe parentali dai 13 per alcuni servizi. La Spagna ha annunciato l’intenzione di fissare il limite a 16 anni. La Slovenia prepara una legge sotto i 15. Fuori dall’Unione europea, l’Australia ha già fatto entrare in vigore il divieto under 16 nel dicembre 2025.
Anche le istituzioni europee stanno smettendo di trattare la questione come somma di iniziative nazionali. Nel novembre 2025 il Parlamento europeo ha chiesto una soglia digitale armonizzata di 16 anni per social, piattaforme video e “AI companions”, con accesso tra 13 e 16 anni possibile con consenso parentale e nessun accesso sotto i 13. Nel luglio 2026 il panel speciale della Commissione sulla sicurezza dei minori ha lavorato esplicitamente su un limite comune europeo per i social.
Non c’è ancora una “legge europea dei 16 anni”. C’è però una direzione politica ormai visibile: 15 e 16 anni stanno diventando le soglie attorno alle quali si costruisce il nuovo confine.
[4] Senato della Repubblica, Atto Senato n. 1136, nuovo testo e iter; art. 2: attivazione degli account dopo il compimento dei 15 anni.
[5] Parlamento europeo, 26 novembre 2025, proposta non legislativa per una soglia UE armonizzata di 16 anni; Commissione europea, Special Panel on Child Safety Online, luglio 2026.
[6] Reuters: Grecia 8 aprile 2026; Danimarca 7 novembre 2025; Spagna 3 febbraio 2026; Slovenia 5 febbraio 2026; Australia, entrata in vigore del divieto under 16 nel dicembre 2025.
MA LA STORIA NON COMINCIA A 15 ANNI
La politica discute il momento in cui un adolescente può aprire un account. La vita domestica, però, può aver iniziato il rapporto con lo schermo dieci anni prima. È questo il buco che rischia di sparire se osserviamo soltanto il social network e non il percorso che porta fino a quel social.
L’Organizzazione mondiale della sanità, nelle linee guida per i bambini sotto i cinque anni, non tratta lo schermo come un dettaglio. Per i bambini di un anno il tempo sedentario davanti allo schermo non è raccomandato; a due anni e tra tre e quattro anni raccomanda non più di un’ora al giorno, e meno è meglio. La stessa OMS insiste su movimento, sonno, lettura e racconto condiviso con l’adulto.
Questo non significa che un cartone animato equivalga a TikTok. Significa una cosa più semplice: già prima dell’età scolare le autorità sanitarie considerano necessario porre un limite al tempo sedentario davanti allo schermo. Il problema della soglia, quindi, esiste prima del problema dell’account.
[7] World Health Organization, Guidelines on physical activity, sedentary behaviour and sleep for children under 5 years of age, 2019.
1974: IL MIO PRIMO RICORDO DELLA TELEVISIONE
Qui l’indagine cambia punto di osservazione. Non un dato statistico, ma una memoria diretta. Non serve a dimostrare come fossero tutte le famiglie italiane nel 1974; serve a mostrare, in una casa precisa, come lo schermo entrava dentro un codice familiare e sociale.
“Il ricordo che ho io della tv nella mia infanzia era la tv a valvole... era morto da pochi giorni ed eravamo a casa di mia nonna. In sala c’era la televisione con quello strano oggetto nel reparto sotto la tv, sembrava un aggeggio per misurare le radiazioni e aveva un enorme tasto bianco, e quando lo premevi, magicamente la televisione si accendeva. Dopo pochi minuti, non ricordo se 3 o 4, è arrivata mia nonna che mi dice in dialetto calabrese: «Stuta ca è brigogna». In pratica ci ha detto di spegnere perché non era rispettoso per il nonno che era appena morto tenere il televisore acceso e mio zio, che era poco più grande di me, si alzò dal divano e spense la tv da quell’aggeggio con quell’unico bottone bianco. A quel punto si è sentito un rumore proveniente dalla televisione che sembrava come se avessimo spento una centrale nucleare... quello è il mio primo ricordo della televisione, ma soprattutto, a distanza di oltre 50 anni, ricordo come era considerata la televisione in quel periodo: un oggetto da preservare e un simbolo di momenti felici e durante un lutto, per rispetto del morto, non si può mostrarsi felici...”
La televisione, in quella casa, non era soltanto un apparecchio: era un momento di aggregazione e di svago condiviso. Proprio perché portava allegria, durante un lutto veniva spenta per rispetto del morto e della comunità familiare.
Quella scena contiene una differenza che nessuna nostalgia deve deformare. La televisione poteva essere invasiva, poteva trattenere per ore, poteva impoverire altre attività. Ma in quella casa aveva un luogo fisico, un interruttore visibile e un’autorità esterna che poteva intervenire. Il bambino andava verso lo schermo. Lo schermo non seguiva il bambino.
Il “vigile morale” del 1974 non era una legge. Aveva il volto di una nonna e una frase sola: «Stuta ca è brigogna».
QUANDO IL TELEFONO SMETTE DI ESSERE UN TELEFONO
Lo smartphone rompe quella geometria. È piccolo, portatile, silenzioso, personale. Può stare sul divano, a tavola, in auto, in camera. Non richiede più che il bambino raggiunga un apparecchio comune. Spesso, anzi, il primo “telefono” del bambino non nasce come telefono del bambino: è il vecchio cellulare della madre o del padre, magari senza SIM personale, collegato al Wi-Fi di casa o all’hotspot del genitore.
In quel momento l’apparecchio cambia funzione. Non serve principalmente a telefonare. Diventa cartone animato, gioco, premio, compagnia, musica, distrazione, anestetico della noia, strumento per riempire un viaggio o il tempo in cui l’adulto ha bisogno di occuparsi d’altro.
Paradossalmente lo smartphone smette di essere un telefono e diventa il secondo fratellino del bambino: sempre disponibile, sempre vicino, sempre pronto a intrattenerlo.
Questa immagine domestica non va confusa con un dato statistico sulla provenienza dei dispositivi: non abbiamo una misura affidabile di quanti bambini ricevano esattamente un vecchio telefono dei genitori. Ma i dati sulla disponibilità di un dispositivo in età molto bassa mostrano quanto presto il confine possa essere attraversato.
TRE, CINQUE, SETTE ANNI: IL DISPOSITIVO È GIÀ ENTRATO
Il regolatore britannico Ofcom offre uno dei quadri più dettagliati sull’infanzia digitale. Nel 2025 i genitori riferivano che il 19% dei bambini tra 3 e 5 anni aveva già un proprio telefono; tra 6 e 7 anni la quota saliva al 30%. Nello stesso rapporto l’uso dei social tra i bambini di 3-5 anni risultava salito dal 29% al 37% in un anno.
Sono numeri del Regno Unito, non dell’Italia, e non devono essere trasferiti automaticamente. Ma mostrano un fatto difficile da ignorare: la presenza di un dispositivo personale e perfino l’uso di servizi social possono iniziare in età prescolare, molto prima di qualsiasi dibattito sui 15 o 16 anni.
L’OCSE sottolinea un punto metodologico centrale per questa indagine: misurare il tempo digitale insieme a lettura, esercizio fisico e altre attività è necessario proprio per capire se le tecnologie stanno spostando il modo in cui i bambini distribuiscono il proprio tempo. Non basta sapere che lo schermo occupa tre ore; occorre capire quali tre ore della vita ha preso.
[8] Ofcom, Children and Parents: Media Use and Attitudes 2025; “Top trends from our latest look at the UK’s media lives”, 7 maggio 2025.
[9] OECD, How’s Life for Children in the Digital Age?, 15 maggio 2025: dati francesi 2024 sul tempo medio davanti agli schermi per fascia di età.
IL BAMBINO CHE GIOCA E CHIAMA L’EMERGENZA
Il “vecchio telefono” ha un altro dettaglio paradossale: anche quando non è più usato come telefono ordinario, può restare un terminale capace di raggiungere i servizi di emergenza. In Irlanda il sito ufficiale 112.ie avverte esplicitamente i genitori: i telefoni non più in uso non dovrebbero essere dati ai bambini come giocattoli, perché anche senza SIM possono ancora effettuare chiamate d’emergenza.
Il fenomeno non è teorico. Il servizio irlandese ECAS, che riceve 112 e 999, utilizza una categoria operativa specifica chiamata “Children Playing”. Nel 2016 furono registrate 31.689 chiamate in quella categoria. Nel 2017, con un volume complessivo di circa 150.000 chiamate al mese, le chiamate attribuite a bambini che giocavano rappresentavano l’1,7% del totale.
Il bambino può essere abbastanza piccolo da non comprendere pienamente cosa stia facendo e, nello stesso momento, avere in mano un oggetto capace di chiamare direttamente polizia, ambulanza o vigili del fuoco.
Non è una prova che lo smartphone “faccia male”. È qualcosa di più semplice e più concreto: dimostra che il dispositivo consegnato come passatempo non è un giocattolo isolato. È una porta su infrastrutture reali e il bambino può aprirla prima ancora di comprendere cosa ci sia dietro.
[10] ECAS 112.ie, “Kids and 112”: avvertenza ufficiale sui telefoni senza SIM e sulle chiamate involontarie dei bambini.
[11] Emergency Call Answering Service Annual Review 2015, classificazione “Children Playing”; dati 2016 riportati da The Irish Times: 31.689 chiamate; dati 2017 diffusi dal Department of Communications e riportati da TheJournal.ie: 1,7% del totale.
PERCHÉ LO SMARTPHONE NON È SEMPLICEMENTE UNA TV PIÙ PICCOLA
Il confronto con il 1974 rischia di diventare retorico se non distinguiamo le tecnologie. Una TV tradizionale trasmetteva un palinsesto uguale per tutti. Lo smartphone contemporaneo può ospitare servizi che osservano continuamente il comportamento dell’utente e modificano ciò che gli propongono.
Nel febbraio 2026 la Commissione europea ha formulato conclusioni preliminari secondo cui il design di TikTok potrebbe violare il Digital Services Act proprio per caratteristiche considerate capaci di favorire un uso compulsivo: infinite scroll, autoplay, notifiche push e sistema di raccomandazione altamente personalizzato. La Commissione ha citato tra gli indicatori anche il tempo trascorso dai minori su TikTok durante la notte e la frequenza con cui gli utenti aprono l’app.
È un passaggio importante perché sposta la discussione dalla morale individuale all’architettura del prodotto. Il vecchio televisore cercava attenzione attraverso un programma. Una piattaforma algoritmica può modificare continuamente il flusso sulla base delle reazioni dell’utente.
Il problema non è soltanto quanto il bambino guarda lo schermo. È anche quanto lo schermo impara a trattenere quel bambino.
[12] Commissione europea, 6 febbraio 2026, conclusioni preliminari sul design “addictive” di TikTok nel quadro del Digital Services Act.
COSA DICE DAVVERO LA RICERCA: NÉ ASSOLUZIONE NÉ PROCESSO
Qui serve la parte più rigorosa del dossier. La ricerca scientifica non autorizza la frase semplice “più ore sui social = più malattia mentale” per tutti i ragazzi. Il Joint Research Centre della Commissione europea ha pubblicato nel 2026 una revisione sistematica di 55 studi — 41 longitudinali e 14 sperimentali — proprio per distinguere correlazioni deboli da meccanismi più consistenti.
La conclusione del JRC è netta nel metodo: le associazioni basate soltanto sul tempo o sulla frequenza d’uso sono miste, spesso piccole e sensibili alle modalità di misurazione. I legami risultano più coerenti quando si osservano uso problematico o disregolato, esperienze online dannose, confronto sociale e pressioni legate all’immagine. Sono possibili anche relazioni inverse o bidirezionali: un ragazzo che sta male può usare di più i social, e non soltanto il contrario.
Questa cautela non indebolisce l’indagine. La rafforza. Ci impedisce di trasformare lo smartphone in un capro espiatorio e ci obbliga a guardare al tipo di uso, al design della piattaforma, alla vulnerabilità del minore e soprattutto a ciò che il digitale sostituisce nella giornata.
[13] European Commission, Joint Research Centre, Social media use and youth mental health and well-being: a systematic review of longitudinal and experimental evidence, 2026, JRC146547.
IL SEGNALE CHE NON POSSIAMO IGNORARE: L’USO PROBLEMATICO
Il quadro europeo dell’OMS offre un altro dato robusto. Nel rapporto HBSC basato su quasi 280.000 ragazzi di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni, l’11% mostrava nel 2022 segnali di uso problematico dei social, rispetto al 7% nel 2018. Le ragazze erano al 13%, i ragazzi al 9%. Il 36% riferiva inoltre un contatto online praticamente continuo con gli amici.
L’OMS definisce l’uso problematico attraverso sintomi simili a quelli delle dipendenze comportamentali: difficoltà a controllare l’utilizzo, malessere quando non si usa il social, trascuratezza di altre attività e conseguenze negative nella vita quotidiana. È diverso dal semplice “uso intenso”: lo stesso rapporto segnala che la connessione digitale può avere anche effetti positivi sul sostegno tra pari.
Quindi la domanda non è “Internet fa bene o fa male?”. La domanda è: quando una connessione utile smette di essere uno strumento e comincia a sostituire attività, controllo e presenza?
[14] WHO Regional Office for Europe, “Teens, screens and mental health”, 25 settembre 2024; HBSC 2021/2022.
LA GIORNATA NON SI È ALLUNGATA: COSA SOSTITUISCE LO SCHERMO?
È probabilmente la domanda più importante del dossier. Cinque ore di smartphone non entrano in una giornata nuova: entrano sempre nelle stesse ventiquattro ore. Per questo il tempo digitale ha senso soltanto se lo guardiamo insieme a sonno, movimento, gioco, lettura, noia, conversazioni e incontri.
L’OCSE, nel rapporto 2025 sull’infanzia nell’era digitale, insiste proprio sulla necessità di monitorare il tempo davanti agli schermi insieme alle altre attività per capire se la tecnologia ne stia spostando alcune. Sul piano della salute mentale, l’OCSE nel 2026 avverte anche che non esiste un solo colpevole della crisi giovanile: digitalizzazione e social interagiscono con pressione scolastica, bullismo, insicurezza economica, instabilità globale e altri fattori.
Qui UNO SGUARDO SULL’UOMO non deve anticipare il verdetto. Deve seguire le ore. Se aumentano quelle davanti allo schermo, cosa diminuisce? Il gioco libero? Il sonno? La presenza familiare? L’esplorazione? Le conversazioni? Lo sport? Il tempo passato fisicamente con gli amici?
Il passaggio decisivo non è dimostrare che “cinque ore fanno male”. È scoprire quali cinque ore della vita sono state sostituite.
[15] OECD, How’s Life for Children in the Digital Age?, 2025; OECD, Child, Adolescent and Youth Mental Health in the 21st Century, 2026.
RELAZIONI: IL PUNTO PIÙ DELICATO, QUINDI IL PIÙ INTERESSANTE
Il dossier originario arrivava troppo velocemente a una conclusione: più social, meno capacità di trovare un partner, più ghosting, meno relazioni reali. Quella catena non può essere dichiarata come legge generale senza dati longitudinali specifici.
Ma non per questo il tema va tolto. Va trasformato in una vera pista d’indagine. Le relazioni faccia a faccia allenano competenze che uno schermo può mediare ma non replicare interamente: leggere il linguaggio non verbale, sostenere il silenzio, gestire l’imbarazzo, tollerare il rifiuto immediato, riconciliarsi senza un pulsante “blocca”, restare dentro una conversazione che non può essere interrotta con uno swipe.
Il dato OMS secondo cui il 36% degli adolescenti dichiara un contatto online praticamente continuo con gli amici ci dice che la socialità digitale è ormai strutturale. Non ci dice però quanta socialità fisica abbia sostituito. Questo è precisamente il punto che deve restare aperto e che andrà misurato con fonti specifiche prima della versione definitiva del dossier web.
Non “i ragazzi non sanno più amare”. Sarebbe imboccare il lettore. La domanda è più seria: quali competenze relazionali vengono allenate meno quando una quota crescente dell’incontro passa attraverso un’interfaccia?
IL PARADOSSO DELL’ASILO E DEL SALOTTO
Le istituzioni possono porre limiti negli ambienti che controllano: scuola, asilo, piattaforme, servizi pubblici. La famiglia rimane invece il luogo in cui lo schermo entra spesso prima e in modo meno standardizzato. È qui che la storia del “vecchio telefono di mamma e papà” diventa centrale.
Se un servizio educativo decide che in una certa fascia d’età lo schermo deve essere escluso o fortemente limitato, ma a casa lo stesso bambino può passare ore con il dispositivo, la tutela pubblica incontra un confine evidente. Questo non trasforma il genitore in imputato. Mostra semplicemente che la tecnologia si è spostata in uno spazio privato in cui la regola collettiva arriva con molta più difficoltà.
Nel 1974 il “vigile morale” era dentro la stanza e vedeva lo schermo. Nel 2026 lo schermo può essere in mano al bambino e il vigile può essere occupato, lontano o semplicemente convinto che quel vecchio telefono sia un innocuo passatempo.
DAL VIGILE MORALE AL VIGILE GIURIDICO
A questo punto il movimento storico diventa leggibile. Prima il limite era prevalentemente esterno alla tecnologia e interno alla famiglia: qualcuno decideva quando accendere e quando spegnere. Oggi una parte del limite viene cercata dentro la tecnologia e dentro la legge: age verification, account bloccati, design sicuro per impostazione predefinita, sistemi di controllo parentale, limiti d’età.
La Commissione europea sta sviluppando strumenti di verifica dell’età che permettano di dimostrare il superamento di una soglia senza rivelare dati personali non necessari. Il Parlamento europeo propone una soglia comune. Gli Stati nazionali sperimentano 15 o 16 anni. La Francia è arrivata al divieto, il giudice l’ha fermata, il governo vuole riscriverlo.
Non è il ritorno della nonna attraverso lo Stato. È qualcosa di più complesso: è la società che prova a ricostruire con strumenti giuridici e tecnici un confine che la portabilità e la personalizzazione dello schermo hanno reso molto più difficile esercitare nella vita quotidiana.
[16] Commissione europea, 14 luglio 2025 e 17 giugno 2026: linee guida per la protezione dei minori e soluzione europea di verifica dell’età.
LA DOMANDA CHE RESTA
Nel 1974 un bambino preme un grande bottone bianco. La televisione si accende davanti a tutti. Dopo pochi minuti arriva la nonna: «Stuta ca è brigogna». Lo zio si alza, spegne e il tubo catodico fa un rumore che, nella memoria di un bambino, sembra quello di una centrale nucleare che si ferma.
Nel 2026 un bambino può ricevere un vecchio smartphone di famiglia. Può collegarsi senza una SIM personale. Può guardare video, giocare, entrare in piattaforme, imparare gesti e abitudini prima ancora di conoscere la parola “algoritmo”. E può perfino chiamare per errore il numero di emergenza con un telefono che gli adulti pensavano ormai inutilizzato.
Dieci anni dopo, quando quel bambino arriva all’adolescenza, la politica comincia a discutere se 15 anni siano abbastanza. Francia, Italia, Grecia, Danimarca, Spagna, Parlamento europeo: soglie diverse, stessa domanda.
Forse il punto non è soltanto stabilire a quale età un ragazzo possa entrare nei social. Forse bisogna chiedersi quando lo schermo è entrato nella sua vita, cosa ha trovato al suo posto e chi, lungo quel percorso, aveva ancora il potere di dire: «Stuta».
UNO SGUARDO SULL’UOMO non dà la risposta. Ma a questo punto il lettore ha davanti una scena del 1974, un vecchio telefono di famiglia, decine di migliaia di chiamate d’emergenza classificate come “children playing”, bambini di 3-5 anni già proprietari di un telefono, ore crescenti di schermo, piattaforme progettate per trattenere l’attenzione, dati sull’uso problematico e una serie di Stati che stanno trasformando l’età in materia di legge. Il giudizio può cominciare da qui.
Fonti principali
Le fonti sono riportate in forma testuale, senza collegamenti esterni, secondo il metodo editoriale di UNO SGUARDO SULL’UOMO.
- Conseil constitutionnel — Decisione n. 2026-911 DC del 14 agosto 2026.
- Assemblée nationale — Dossier legislativo «Protéger les mineurs des risques auxquels les expose l’utilisation des réseaux sociaux», adozione definitiva 21 luglio 2026.
- Légifrance — Loi n° 2023-566 du 7 juillet 2023, «majorité numérique».
- Senato della Repubblica — Atto Senato n. 1136, «Disposizioni per la tutela dei minori nella dimensione digitale», nuovo testo e iter.
- Parlamento europeo — 26 novembre 2025, proposta di soglia digitale armonizzata a 16 anni.
- Commissione europea — Special Panel on Child Safety Online, luglio 2026.
- World Health Organization — Guidelines on physical activity, sedentary behaviour and sleep for children under 5 years of age, 2019.
- Ofcom — Children and Parents: Media Use and Attitudes 2025.
- OECD — How’s Life for Children in the Digital Age?, 2025.
- ECAS 112.ie — Kids and 112; indicazioni ufficiali sui telefoni senza SIM e sulle chiamate involontarie.
- European Commission — preliminary findings on TikTok addictive design under the Digital Services Act, 6 febbraio 2026.
- European Commission, Joint Research Centre — Social media use and youth mental health and well-being, systematic review, 2026, JRC146547.
- WHO Regional Office for Europe / HBSC — Teens, screens and mental health, 25 settembre 2024.
- OECD — Child, Adolescent and Youth Mental Health in the 21st Century, 2026.
