In questo dossier
- LA FOTOGRAFIA IN QUATTRO NUMERI
- 1. IL PRIMO PARADOSSO
- 2. UNA FABBRICA CHE NON PUÒ MORIRE, MA NON RIESCE PIÙ A VIVERE
- 3. IL COSTO NASCOSTO DEL LIMBO
- 4. ARCELORMITTAL: IL PIANO CHE IL SINDACATO COSTRINSE A CAMBIARE
- 5. IL DOSSIER NEL DOSSIER: ILVA COME TERRENO DI POTERE SINDACALE E SCONTRO POLITICO
- 6. PERCHÉ L’ACCIAIO È DIVERSO DA UN BENE FINALE
- 7. QUANDO ESSERE GRANDI NON BASTA: IL POTERE CONTRATTUALE
- 8. IL FORNO ELETTRICO NON È UNA BACCHETTA MAGICA
- 9. DECARBONIZZARE COSTA. ED È PROPRIO PER QUESTO CHE L’EUROPA PAGA
- 10. LAVORO: PROTEGGERE LE PERSONE, NON CONGELARE I NUMERI
- 11. IL PONTE SULLO STRETTO: UNA VARIANTE, NON UNA CAUSA
- 12. LA CORDATA NON STA COMPRANDO SOLTANTO UNA FABBRICA
- 13. PERCHÉ L’ACCORDO È IMPORTANTE ADESSO
- 14. LA DOMANDA FINALE
- NOTA DI METODO
- GLOSSARIO
- FONTI PRINCIPALI
Per anni abbiamo discusso di come impedire che l’ILVA morisse. Oggi la domanda è diversa: quanto costa all’Italia non riportarla a produrre?
Questo dossier ricostruisce l’ex ILVA fino a oggi. Il futuro entra soltanto dove serve a capire la scelta che è già sul tavolo: continuare a finanziare una sopravvivenza industriale oppure usare la finestra attuale per trasformare Taranto in un asset produttivo, decarbonizzato e nuovamente integrato nella filiera italiana.
LA FOTOGRAFIA IN QUATTRO NUMERI
| Indicatore | Ieri / oggi | Perché conta |
|---|---|---|
| Produzione Taranto | circa 8,5 Mt nel 2011 → 1,5-1,8 Mt stimate nel 2026 | La capacità produttiva è crollata, ma la struttura industriale continua a esistere. |
| Italia | 20,7 Mt di acciaio nel 2025 | L’Italia resta il secondo produttore dell’UE dopo la Germania. |
| Forno elettrico | 90,1% dell’acciaio italiano nel 2025 | L’Italia è già molto più elettrica della Germania: il problema Taranto è specifico, non nazionale. |
| CIGS 2026 | fino a 4.450 lavoratori, di cui 3.803 a Taranto | Una quota enorme dell’occupazione esiste formalmente ma non è impiegata a pieno regime. |
Fonti: World Steel Association, World Steel in Figures 2026; ANSA, 3 febbraio 2026; documentazione parlamentare e industriale sulla produzione storica di Taranto.
1. IL PRIMO PARADOSSO
Nel 2011 Taranto produceva circa 8,5 milioni di tonnellate di acciaio, quasi il 30% della produzione nazionale. Nel 2026 l’azienda stima una produzione compresa fra 1,5 e 1,8 milioni di tonnellate l’anno, insufficiente — secondo la stessa Acciaierie d’Italia — a coprire i costi fissi.
Nel frattempo la siderurgia italiana non è scomparsa. Nel 2025 l’Italia ha prodotto 20,7 milioni di tonnellate di acciaio grezzo ed è rimasta seconda nell’Unione europea dopo la Germania. E lo ha fatto con una caratteristica quasi opposta a quella del vecchio ciclo integrale di Taranto: il 90,1% della produzione italiana è già ottenuto con forno elettrico.
L’Italia è rimasta una potenza siderurgica europea nonostante Taranto. La domanda, quindi, non è soltanto quanto costa salvare l’ex ILVA. È quanto potrebbe pesare l’Italia se Taranto tornasse seriamente produttiva.
Questo è il punto di partenza. L’ex ILVA non è il relitto di un settore che il Paese ha abbandonato. È il grande pezzo mancante di un settore nel quale l’Italia è ancora ai vertici europei.
2. UNA FABBRICA CHE NON PUÒ MORIRE, MA NON RIESCE PIÙ A VIVERE
Quando un’impresa normale diventa insolvente, il mercato prima o poi presenta il conto. L’ex ILVA è diversa perché il suo collasso non riguarderebbe soltanto gli azionisti. Toccherebbe occupazione, fornitori, logistica, porto, produzione di laminati piani e disponibilità di materia prima per una parte importante della manifattura italiana.
Per questo lo Stato è entrato progressivamente nella vicenda. Non come un compratore qualunque, ma come soggetto che ha considerato strategico preservare gli impianti mentre cercava una proprietà industriale stabile. Oggi le società operano in amministrazione straordinaria: i commissari gestiscono il patrimonio, lo Stato finanzia la continuità e la procedura deve arrivare alla cessione dei compendi aziendali.
La distinzione giuridica fra tribunale, commissari, MIMIT — Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso — e Stato creditore esiste ed è importante. Ma sul piano economico la conseguenza è semplice: il destino industriale del bene è oggi amministrato dentro un sistema pubblico, non deciso liberamente dal vecchio proprietario.
Il denaro pubblico: attenzione a non sommare mele e pere
Negli anni sono stati mobilitati miliardi attraverso strumenti differenti: prestiti, capitale, finanziamenti ponte, garanzie e stanziamenti per la continuità. Non è corretto sommarli tutti e chiamarli “perdite”: un prestito oneroso non è la stessa cosa di un contributo a fondo perduto; una garanzia non è la stessa cosa di denaro già escusso; un aumento di capitale è ancora un’altra cosa.
| Fase | Intervento pubblico | Natura |
|---|---|---|
| 2012-2015 | circa 600 milioni € | finanziamenti statali indicati in documentazione parlamentare |
| 2021 | 400 milioni € | ingresso di Invitalia nel capitale |
| 2023 | 680 milioni € | finanziamento soci Invitalia |
| 2024 | fino a 420 milioni € | tetto del finanziamento ponte oneroso, innalzato da 320 milioni |
| 2025 | 250 milioni € | ulteriore stanziamento per mantenere operativo l’asset durante la procedura |
| 2026 | fino a 390 milioni € | prestito di salvataggio autorizzato dalla Commissione UE per salari e forniture fino al trasferimento |
Il dato che conta non è una somma spettacolare ma fragile. Il dato che conta è la sequenza: anno dopo anno, lo Stato continua a immettere liquidità perché senza quella liquidità l’azienda rischia di fermarsi prima della vendita.
Nel febbraio 2026 la Commissione europea ha autorizzato fino a 390 milioni di euro di prestito di salvataggio proprio per coprire costi operativi come salari e forniture per alcuni mesi, in attesa del trasferimento dell’attività a un nuovo operatore.
Lo Stato non sta finanziando un’espansione. Sta pagando il tempo necessario a non distruggere l’asset mentre cerca chi possa farlo tornare a produrre.
3. IL COSTO NASCOSTO DEL LIMBO
Il costo pubblico non è l’unico costo. Un’azienda in amministrazione straordinaria che produce poco e accumula debiti perde anche credibilità commerciale.
Un fornitore non viene pagato con il concetto di “interesse strategico nazionale”. Deve sapere quando incasserà. Nel 2024 imprese dell’indotto e fornitori arrivarono a sospendere o minacciare la sospensione delle forniture per crediti non pagati. Il meccanismo è elementare: se il cliente è percepito come rischioso, il fornitore chiede pagamento anticipato, garanzie, prezzi più alti oppure semplicemente smette di fornire.
A quel punto il problema si autoalimenta: meno forniture significano meno produzione; meno produzione significa meno ricavi; meno ricavi significano altro fabbisogno di liquidità pubblica.
Il commissariamento serve a preservare il valore industriale. Se dura troppo, però, rischia di consumarlo.
Questo spiega perché trovare una proprietà industriale stabile non è un dettaglio. È la condizione necessaria perché fornitori, banche, clienti e lavoratori tornino a trattare la fabbrica come un’impresa e non come un’emergenza.
4. ARCELORMITTAL: IL PIANO CHE IL SINDACATO COSTRINSE A CAMBIARE
Nel 2017, quando l’amministrazione straordinaria arrivò alla scelta dell’acquirente, sul tavolo c’erano due cordate: AM InvestCo, guidata da ArcelorMittal, e AcciaItalia, con Jindal, Cassa Depositi e Prestiti, Arvedi e Delfin. Entrambe prevedevano migliaia di esuberi. Non era un dettaglio successivo: il numero degli occupati era una delle condizioni economiche centrali dei piani.
FIM-CISL — Federazione Italiana Metalmeccanici della CISL —, FIOM-CGIL — Federazione Impiegati Operai Metallurgici della CGIL — e UILM-UIL — Unione Italiana Lavoratori Metalmeccanici della UIL — risposero unitariamente. Il 1° giugno 2017 scrissero di essere «indisponibili ad accettare licenziamenti» e chiesero di modificare il piano industriale per «preservare l’attuale occupazione del Gruppo e dell’indotto». Non era una posizione vaga: era una linea negoziale dichiarata.
Il 9 ottobre 2017 ArcelorMittal formalizzò un piano che prevedeva circa 4.000 esuberi. FIM, FIOM e UILM li definirono «del tutto inaccettabili e ingiustificati» e proclamarono scioperi. Nello stesso comunicato rivendicarono che la mobilitazione dei lavoratori aveva contribuito a fermare la partenza della trattativa. Marco Bentivogli, allora segretario generale FIM-CISL, dichiarò che il piano doveva essere «radicalmente modificato» e che l’intesa doveva escludere licenziamenti. Rocco Palombella, segretario generale UILM, e la FIOM sostennero la stessa linea di salvaguardia dell’occupazione.
Questo è un fatto, non una deduzione: il sindacato usò il proprio potere per impedire che il piano dell’acquirente venisse applicato nella forma originaria.
La trattativa durò quasi un anno. Il 6 settembre 2018 l’accordo cambiò il perimetro occupazionale: 10.700 lavoratori sarebbero entrati nella nuova gestione ArcelorMittal; per chi restava in ILVA in amministrazione straordinaria furono stanziati 250 milioni di euro per esodi volontari, con incentivi che arrivavano inizialmente fino a 100.000 euro. L’accordo prevedeva inoltre la prospettiva di una proposta di assunzione a fine piano per chi fosse rimasto nella procedura. I lavoratori approvarono l’intesa con circa il 93% dei voti espressi.
Il sindacato stesso rivendicò il risultato. Bentivogli scrisse che «la caparbietà e la determinazione del sindacato ha sbloccato la rigidità aziendale». È una dichiarazione importante perché certifica dall’interno ciò che accadde: il piano dell’investitore fu modificato attraverso il conflitto sindacale.
Nel 2019 il rapporto tornò a rompersi. ArcelorMittal dichiarava perdite nell’ordine di 2 milioni di euro al giorno e la produzione prevista di 6 milioni di tonnellate si stava fermando intorno a 4,4 milioni. Quando a dicembre il gruppo prospettò un nuovo piano con 6.300 esuberi, FIM, FIOM e UILM lo definirono «irricevibile»: «i 6300 esuberi ipotizzati da ArcelorMittal non possono neanche essere presi in considerazione». Seguirono 24 ore di sciopero nazionale negli stabilimenti del gruppo.
Nel frattempo erano esplosi anche altri due fattori pesantissimi: la soppressione dello scudo legale legato all’attuazione del piano ambientale e la vicenda giudiziaria dell’altoforno 2. Il 4 novembre 2019 ArcelorMittal notificò formalmente il recesso citando proprio il venir meno della protezione legale e il rischio di dover spegnere l’altoforno 2.
La conclusione provata è quindi più precisa della formula «ArcelorMittal se ne andò per colpa del sindacato», che non sarebbe dimostrabile. Ma è altrettanto falso raccontare il sindacato come presenza marginale: gli esuberi furono una delle principali materie di conflitto, il piano iniziale fu modificato sotto pressione sindacale e nel 2019 la richiesta di nuove riduzioni dell’organico fu respinta prima ancora che potesse diventare una base negoziale. Scudo penale, sequestri, mercato e costi industriali completarono un quadro già reso più rigido e costoso dalla questione occupazionale.
5. IL DOSSIER NEL DOSSIER: ILVA COME TERRENO DI POTERE SINDACALE E SCONTRO POLITICO
All’ILVA il sindacato non ha svolto soltanto una funzione contrattuale. In più fasi ha agito come soggetto capace di condizionare direttamente decisioni governative, tempi dei negoziati, livelli occupazionali e perfino la struttura dei piani industriali. Questo non è un giudizio: è ciò che mostrano scioperi, comunicati, tavoli ministeriali e accordi modificati dopo la mobilitazione.
2012: quando fermare Taranto significa costringere Roma a intervenire
Nel luglio 2012 il sequestro senza facoltà d’uso dell’area a caldo portò migliaia di lavoratori in strada. FIM-CISL, FIOM-CGIL e UILM-UIL proclamarono mobilitazioni e scioperi; circa 5.000 lavoratori sfilarono a Taranto e furono bloccati accessi e arterie della città. La vertenza smise immediatamente di essere locale.
Il governo Monti intervenne direttamente. Nel dicembre 2012 il decreto-legge n. 207, poi convertito nella legge n. 231, qualificò lo stabilimento di Taranto come impianto di interesse strategico nazionale e consentì la prosecuzione dell’attività produttiva entro il quadro dell’Autorizzazione Integrata Ambientale. Il messaggio politico era evidente: lo Stato non poteva permettersi che la fabbrica semplicemente si spegnesse.
Qui nasce una delle chiavi dell’intera vicenda: il potere sindacale all’ILVA cresce perché il costo politico ed economico di ignorarlo ricade infine sullo Stato.
Landini: dalla FIOM alla politica nazionale
Maurizio Landini diventa segretario generale della FIOM-CGIL nel 2010. Negli anni successivi la sua azione supera progressivamente il perimetro della contrattazione metalmeccanica. Durante il governo Monti la FIOM promuove scioperi e mobilitazioni nazionali contro riforma del lavoro, pensioni e articolo 18. La dimensione politica dell’azione sindacale non viene nascosta.
Nel marzo 2015, da segretario FIOM, Landini lancia la cosiddetta ‘Coalizione sociale’ e dichiara pubblicamente: «il sindacato è un soggetto politico». Precisa di non voler fondare un partito, ma rivendica per il sindacato il compito di aggregare forze sociali e contribuire a cambiare il Paese. La scelta provoca tensioni persino dentro la CGIL.
Nel giugno 2017, mentre lascia la guida della FIOM per entrare nella segreteria nazionale della CGIL, Landini afferma che in Italia ‘non c’è più la sinistra’ capace di rappresentare il lavoro e parla della necessità di una nuova rappresentanza politica dei lavoratori. Il 24 gennaio 2019 viene eletto segretario generale della CGIL.
La sequenza è documentata: guida della FIOM → scontro nazionale con i governi → Coalizione sociale → sindacato definito esplicitamente ‘soggetto politico’ → segreteria nazionale CGIL → guida della CGIL.
Questo non prova che ogni vertenza ILVA fosse costruita per favorire l’ascesa personale di Landini, e il dossier non lo sostiene. Prova però che negli stessi anni in cui ILVA diventava una delle crisi industriali più potenti del Paese, il principale leader della FIOM stava deliberatamente attribuendo alla propria organizzazione un ruolo politico nazionale.
2017-2019: il sindacato entra nel piano industriale
La stessa dinamica ricompare con ArcelorMittal. Nel 2017 FIM, FIOM e UILM non si limitano a contestare le condizioni di lavoro: dichiarano inaccettabili circa 4.000 esuberi, proclamano scioperi, chiedono al governo di intervenire prima delle decisioni definitive e rivendicano che la mobilitazione abbia fermato la partenza della trattativa. Nel 2018 il piano occupazionale viene modificato: 10.700 lavoratori passano alla nuova gestione e vengono predisposti 250 milioni di euro per accompagnare gli esodi volontari, con incentivi che potevano arrivare fino a 100.000 euro lordi.
ArcelorMittal accetta l’accordo. Ma nel 2019 lo stabilimento perde circa 2 milioni di euro al giorno e produce molto meno dei 6 milioni di tonnellate previsti dal piano. Quando l’azienda ripropone una riduzione dell’organico, FIM, FIOM e UILM definiscono ‘irricevibile’ il nuovo piano con circa 6.300 esuberi e proclamano un nuovo sciopero. Contemporaneamente esplodono la cancellazione dello scudo legale e la vicenda giudiziaria dell’altoforno 2. Il 4 novembre ArcelorMittal esercita il recesso.
Non è dimostrabile che il sindacato abbia causato da solo il ritiro di ArcelorMittal. È invece dimostrato che aveva già costretto l’acquirente a modificare il piano occupazionale e che, quando la gestione stava bruciando denaro, continuò a considerare migliaia di esuberi una linea non accettabile. La rigidità occupazionale fu quindi una componente reale del costo e della sostenibilità dell’operazione, insieme ai fattori giudiziari, ambientali, normativi e di mercato.
Il confronto che misura il potere
Lo stesso sindacato ottiene risultati molto diversi quando tratta con imprese che possono chiudere e andarsene. Embraco annunciò 497 licenziamenti a Riva di Chieri; Whirlpool chiuse la produzione di Napoli nonostante anni di mobilitazioni; GKN aprì la procedura di licenziamento per oltre 400 lavoratori a Campi Bisenzio. Le vertenze riuscirono in alcuni casi a rallentare, modificare o riaprire percorsi industriali, ma non possedevano la stessa leva strutturale dell’ILVA.
Una multinazionale che ha deciso di trasferire una produzione può sopportare il conflitto e lasciare il Paese. Lo Stato italiano davanti all’ex ILVA non dispone della stessa libertà: se il compratore si ritira, restano migliaia di lavoratori, un impianto strategico, fornitori, bonifiche e la necessità di evitare lo spegnimento definitivo. E così tornano commissari, CIGS e finanziamenti pubblici.
Il potere di un sindacato non si misura soltanto da quante persone porta in piazza. Si misura da quanto costa alla controparte ignorarlo. All’ILVA, alla fine, la controparte che non può andarsene è lo Stato.
Questo spiega anche perché il risultato sindacale non possa essere misurato soltanto contando i licenziamenti evitati nell’anno dell’accordo. Nel febbraio 2026 Acciaierie d’Italia chiedeva la CIGS per 4.450 lavoratori, 3.803 dei quali a Taranto. CIGS significa Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria: un ammortizzatore sociale che integra il reddito durante crisi e ristrutturazioni. Un posto formalmente conservato ma non sostenuto da produzione sufficiente può trasformarsi in anni di dipendenza dal welfare pubblico.
È qui che il sindacato avrebbe il suo ruolo più difficile e più utile: non negare l’esistenza dell’esubero, ma contrattarne il costo sociale. Prepensionamenti realmente blindati, contribuzione fino alla pensione effettiva, riqualificazione, ricollocazione, incentivi all’uscita e controllo sugli investimenti promessi. Il caso degli esodati ha già mostrato cosa accade quando si accompagna un lavoratore fuori confidando in regole pensionistiche che poi cambiano.
SE FOSSE…
SE FOSSE che una parte della rigidità sindacale sull’ILVA abbia avuto anche la funzione di mantenere il sindacato al centro della partita politica nazionale, oltre alla tutela immediata dei lavoratori, allora alcune battaglie che sul piano strettamente industriale appaiono difficili da spiegare acquisterebbero una logica ulteriore. Questa resta una deduzione: non esiste un documento che attribuisca esplicitamente questa intenzione alle organizzazioni sindacali. Ma la cronologia mostra che la vertenza ILVA coincide con una fase in cui la FIOM di Landini rivendica apertamente un ruolo politico nazionale e in cui la capacità di paralizzare Taranto obbliga sistematicamente il governo a entrare nella trattativa.
Il punto finale non è quindi stabilire se il sindacato sia ‘buono’ o ‘cattivo’. È molto più concreto: quando la tutela impedisce a un’impresa insolvente di ridimensionarsi fino a un livello economicamente sostenibile, chi paga il costo della mancata ristrutturazione? Nel caso ILVA, per anni, una parte crescente di quel costo è tornata allo Stato e quindi alla collettività.
6. PERCHÉ L’ACCIAIO È DIVERSO DA UN BENE FINALE
Non tutte le produzioni industriali hanno lo stesso valore strategico. Un Paese ad alto costo del lavoro non può competere convenientemente in ogni attività manifatturiera. Se il vantaggio dipende quasi esclusivamente da molte ore di lavoro poco specializzato e a basso valore unitario, altri sistemi produttivi possono avere un vantaggio strutturale.
Ma l’acciaio è a monte. Entra nelle automobili, negli elettrodomestici, nei macchinari, nell’edilizia, nelle infrastrutture, nella cantieristica, nella meccanica e nella difesa. L’Italia può anche accettare che un frigorifero sia assemblato in Turchia; è molto più delicato accettare che la materia prima necessaria a produrlo dipenda interamente da pochi grandi fornitori esteri.
Un’azienda importante dà lavoro. Un asset strategico alimenta il lavoro di molte altre aziende.
Questo è il vero significato industriale di Taranto. Il suo valore non coincide con il numero di dipendenti davanti ai cancelli. Coincide anche con ciò che accade a valle quando l’Italia non dispone più della materia prima necessaria alla propria manifattura.
7. QUANDO ESSERE GRANDI NON BASTA: IL POTERE CONTRATTUALE
Il 18 agosto 2026 Federacciai e quattordici imprese associate hanno presentato una manifestazione d’interesse per gli stabilimenti dell’ex ILVA. La proposta riguarda tutti i siti interessati, ma a Taranto esclude l’attuale area a caldo colpita dal provvedimento giudiziario. Non è ancora un’offerta vincolante: consente alla cordata di accedere alla data room, verificare i numeri e valutare le “condizioni abilitanti” e la distribuzione dei rischi.
I nomi sono quelli di gran parte della siderurgia italiana: ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions, AFV Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.
Perché concorrenti dovrebbero allearsi? Una risposta è già leggibile negli investimenti che queste aziende stanno facendo. Marcegaglia, per esempio, sta realizzando a Fos-sur-Mer in Francia il progetto Mistral: circa un miliardo di euro di investimento, oltre 2 milioni di tonnellate di acciaio liquido e fino a 3 milioni di tonnellate di coils laminati a caldo. L’obiettivo dichiarato è coprire circa il 35% del fabbisogno complessivo di coils e bramme del gruppo, soprattutto per gli stabilimenti italiani. Marcegaglia parla esplicitamente di “integrazione a monte” e “stabilizzazione della supply chain”.
Il vero potere contrattuale non dipende soltanto da quanto compri. Dipende dalla possibilità credibile di dire: “no, compro altrove”.
Paradossalmente, un grande compratore può essere molto dipendente se ha bisogno di milioni di tonnellate e soltanto pochi produttori possono garantirle con continuità. Una fonte italiana aggiuntiva non serve quindi solo a comprare acciaio: serve a comprare potere contrattuale.
E l’effetto scende lungo la filiera. Il piccolo fabbro che costruisce ringhiere non tratta con ArcelorMittal o thyssenkrupp. Compra dal distributore. Se il prezzo a monte sale perché l’offerta è concentrata, l’aumento percorre tutta la catena fino alla piccola officina. Taranto, quindi, può incidere sul potere contrattuale del sistema industriale italiano molto oltre il perimetro dello stabilimento.
8. IL FORNO ELETTRICO NON È UNA BACCHETTA MAGICA
La trasformazione ambientale di Taranto non può limitarsi a sostituire una tecnologia con un’altra senza chiedersi da dove arrivano energia e materia prima. La Commissione europea, autorizzando il prestito del 2026, ha ricordato che il nuovo operatore dovrà chiudere progressivamente le aree a caldo alimentate a carbone e costruire fino a tre forni elettrici per coprire la capacità autorizzata.
Il forno elettrico usa corrente ad altissima potenza per fondere insieme rottame d’acciaio e ferro nuovo. L’Italia conosce bene questa tecnologia: nel 2025 il 90,1% dell’acciaio nazionale è stato prodotto elettricamente.
Ma proprio per questo il rottame è già una materia prima critica per il nostro sistema. Aggiungere Taranto significa aggiungere una domanda enorme di carica metallica. E il rottame non è infinito: dipende dal ciclo di vita dei beni, dalla raccolta, dalla qualità e dal commercio internazionale. I prodotti moderni sono inoltre sempre più multimateriale: acciai più resistenti e sottili, alluminio, plastiche, rame, compositi, batterie. Una vettura moderna può pesare più di una vecchia e restituire comunque una quota proporzionalmente inferiore di rottame ferroso.
Per questo entra in gioco il DRI — Direct Reduced Iron. Nel dossier lo chiameremo semplicemente ferro nuovo ottenuto dal minerale. Serve a integrare il rottame e a fornire una carica metallica più controllabile e di qualità.
Nel forno non entra solo minerale nuovo: si aggiunge anche rottame d’acciaio, che viene rifuso insieme al resto e contribuisce alla quantità finale di acciaio prodotta.
DRI d’Italia è una società pubblica partecipata da Invitalia e individuata come soggetto attuatore della decarbonizzazione siderurgica. Dopo l’uscita dal PNRR, il progetto è stato rifinanziato con 1 miliardo di euro del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2021-2027. Non è un dettaglio tecnico: significa che una parte dell’infrastruttura necessaria alla nuova siderurgia è già stata concepita come investimento pubblico strategico.
9. DECARBONIZZARE COSTA. ED È PROPRIO PER QUESTO CHE L’EUROPA PAGA
La conversione di una grande acciaieria non si finanzia come il rifacimento di un capannone. Richiede miliardi, nuove infrastrutture, energia, tecnologie e anni di transizione. Il punto decisivo è che l’Europa non sta chiedendo all’industria di pagare tutto da sola.
In Germania, il progetto di decarbonizzazione di thyssenkrupp a Duisburg ha ottenuto circa 2 miliardi di euro di finanziamento pubblico. A Salzgitter, la prima fase del progetto SALCOS comporta investimenti per 2,7 miliardi e nel 2026 il sostegno pubblico è stato portato a 1,322 miliardi. Sono esempi diversi, ma mostrano l’ordine di grandezza: negli investimenti siderurgici verdi la quota pubblica può avvicinarsi alla metà del progetto e in alcuni casi superarla.
Il Clean Industrial Deal europeo parte dalla stessa constatazione: industrie energivore come acciaio, metalli e chimica devono decarbonizzare mentre affrontano energia cara e concorrenza globale. Quindi Bruxelles consente e mobilita strumenti pubblici proprio per ridurre il rischio della trasformazione.
Una spesa conserva l’emergenza. L’altra compra capacità industriale futura.
Questo cambia la domanda politica. Non più: “perché lo Stato dovrebbe mettere ancora soldi nell’ILVA?”. Ma: “se lo Stato deve comunque spendere, conviene continuare a finanziare una fabbrica che produce poco oppure utilizzare una parte delle risorse per costruire la fabbrica che dovrà produrre domani?”.
10. LAVORO: PROTEGGERE LE PERSONE, NON CONGELARE I NUMERI
Nel febbraio 2026 Acciaierie d’Italia ha chiesto la proroga della CIGS per un massimo di 4.450 lavoratori, di cui 3.803 a Taranto. L’istanza collega esplicitamente la cassa integrazione alla fermata degli impianti e alla produzione stimata fra 1,5 e 1,8 milioni di tonnellate, insufficiente a coprire i costi fissi.
Questo dato rende evidente la differenza fra organico nominale e lavoro effettivamente utilizzato. Una nuova acciaieria elettrica e automatizzata potrebbe richiedere meno addetti di quella costruita attorno al vecchio ciclo integrale. Fingere che non sia possibile significherebbe confondere la protezione del lavoratore con la conservazione immutabile dell’organigramma.
La soluzione industrialmente adulta è diversa: riassorbire chi serve, riqualificare chi può essere spostato, utilizzare scivoli pensionistici realmente blindati per chi è vicino ai requisiti, incentivare gli esodi volontari e accompagnare in modo credibile chi resta fuori.
Il precedente degli esodati della riforma Fornero insegna esattamente ciò che non bisogna fare: far uscire una persona dal lavoro contando su una pensione futura e poi lasciarla scoperta quando cambiano le regole. Un vero accordo deve garantire il periodo fra uscita e pensione, sia economicamente sia sul piano contributivo.
Il welfare può accompagnare una ristrutturazione oppure congelare un problema. In entrambi i casi costa. La differenza è ciò che resta alla fine.
11. IL PONTE SULLO STRETTO: UNA VARIANTE, NON UNA CAUSA
Il Ponte sullo Stretto non “salva l’ILVA”. Sarebbe una forzatura. Ma è una variante industriale che merita di essere osservata.
Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, ha stimato per il Ponte un fabbisogno nell’ordine di 400-500 mila tonnellate di acciaio, oltre a quello necessario per le opere connesse, e ha collegato quella domanda alla possibilità di rilanciare il treno lamiere di Taranto. Pochi mesi dopo, la Federacciai da lui presieduta guida la manifestazione d’interesse della cordata italiana.
I fatti provati finiscono qui. La deduzione è un’altra: una grande opera pubblica può diventare uno dei bacini iniziali di domanda capaci di accompagnare il riavvio di una capacità siderurgica nazionale. Non riempirebbe una Taranto da milioni di tonnellate, ma può offrire ordini programmabili durante il ramp-up.
E c’è un secondo effetto. Se un’opera statale deve comunque acquistare centinaia di migliaia di tonnellate di acciaio, produrne una parte in Italia significa trattenere nel sistema nazionale una quota maggiore del valore della spesa pubblica: ricavi industriali, salari, contributi, logistica e indotto. Non significa che lo Stato “si ripaga da solo”; significa che la stessa spesa infrastrutturale può produrre anche politica industriale.
12. LA CORDATA NON STA COMPRANDO SOLTANTO UNA FABBRICA
Oggi la cordata italiana non ha ancora presentato un’offerta economica vincolante. È importante non inventare cifre che non esistono. Sta chiedendo accesso ai dati e vuole capire prezzo, condizioni, responsabilità pregresse, area a caldo, energia e ruolo dello Stato.
Ma il profilo dei soggetti permette già una deduzione ragionevole. Queste imprese non hanno necessariamente interesse a possedere Taranto soltanto per incassare dividendi dalla società ex ILVA. Hanno interesse a ridurre il rischio della propria filiera, ad avere una fonte nazionale alternativa e ad aumentare il proprio potere contrattuale rispetto ai grandi produttori europei e alle importazioni extra-UE.
La filiera italiana potrebbe non stare comprando soltanto il proprio fornitore. Potrebbe stare comprando indipendenza industriale.
Da qui si comprende anche perché la richiesta di una corretta “allocazione di rischi e responsabilità” non è necessariamente la pretesa di avere la pappa pronta dallo Stato. Un privato può ragionevolmente rifiutare di accollarsi contemporaneamente vecchi altoforni, bonifiche, contenzioso ambientale, costi di transizione, esuberi, energia cara e obblighi di investimento. La trattativa vera è decidere quali rischi appartengono al passato e quali deve assumere chi costruisce il futuro.
Lo Stato, a sua volta, non è obbligato a trattare la procedura come un’asta nella quale vince chi offre un euro in più. In una cessione di questo tipo contano prezzo, solidità finanziaria, investimenti, continuità produttiva, ambiente, occupazione e interesse strategico. Il compratore deve presentare un progetto industriale credibile, non soltanto un assegno.
13. PERCHÉ L’ACCORDO È IMPORTANTE ADESSO
Il 18 agosto 2026 ha aperto una finestra che non esisteva nello stesso modo negli anni precedenti. Non abbiamo ancora l’accordo. Abbiamo però contemporaneamente diversi elementi che prima erano separati.
- Una siderurgia italiana che resta seconda nell’Unione europea.
- Una cordata nazionale composta da operatori che hanno un interesse diretto alla stabilità della filiera.
- Uno Stato che ha già dimostrato di non poter lasciare collassare l’asset e che continua a finanziarne la continuità.
- Un miliardo già assegnato a DRI d’Italia per l’infrastruttura del ferro preridotto.
- Una politica europea che finanzia e autorizza aiuti massicci alla decarbonizzazione dell’acciaio.
- Una domanda nazionale di acciaio che resta enorme e che comprende anche grandi programmi infrastrutturali.
- Un modello di gestione degli esuberi che può essere costruito con prepensionamenti, riqualificazione e incentivi invece di affidarsi indefinitamente alla CIGS.
Nessuno di questi elementi, preso da solo, risolve l’ILVA. Ma insieme cambiano la natura della domanda.
Per anni abbiamo pagato perché Taranto non morisse. Oggi possiamo finalmente chiederci quanto vale pagare perché torni a vivere.
Se l’accordo riesce, il denaro pubblico non scompare: cambia funzione. Da liquidità di emergenza può diventare infrastruttura, decarbonizzazione, accompagnamento sociale e leva per attrarre capitale industriale privato. Se l’accordo non riesce, resta il problema conosciuto: una fabbrica che produce troppo poco per sostenersi ma che lo Stato considera troppo importante per lasciar spegnere.
14. LA DOMANDA FINALE
La discussione sull’ex ILVA è stata per anni imprigionata fra due estremi: chi vedeva soltanto il lavoro da difendere a qualunque costo e chi vedeva soltanto l’impianto da chiudere perché inquinante e non competitivo.
Oggi la questione è più sofisticata. L’Italia è ancora una potenza siderurgica. La manifattura nazionale continua ad avere bisogno di acciaio. L’Europa sta pagando per trasformare le proprie acciaierie. Lo Stato italiano ha già mobilitato enormi risorse per impedire che Taranto collassi. E la stessa siderurgia nazionale si è presentata alla porta.
Questo non garantisce che la cordata abbia ragione, che il piano sarà sostenibile o che il rilancio riuscirà. L’offerta economica ancora non c’è. I problemi ambientali, energetici, occupazionali e finanziari restano enormi.
Ma per la prima volta da anni la domanda può essere formulata senza nostalgia e senza assistenzialismo.
Quanto costa all’Italia non riportare Taranto a produrre?
Per quindici anni abbiamo discusso di come impedire che l’ILVA morisse. Il 18 agosto 2026 potrebbe essersi aperta una domanda diversa: che cosa può diventare se, invece di continuare a finanziare la sua sopravvivenza, l’Italia decide finalmente di finanziare la sua trasformazione?
NOTA DI METODO
Questo dossier distingue fatti documentati, ricostruzioni economiche e deduzioni. I fatti provati vengono esposti senza attenuazioni e senza omettere i numeri che ne determinano il significato. Quando invece una causalità o un collegamento non sono dimostrabili, vengono separati dal fatto e trattati esplicitamente come scenario “SE FOSSE…”. È il caso, per esempio, del ruolo del Ponte come possibile bacino iniziale di domanda o della lettura della cordata come strumento di indipendenza industriale: i singoli fatti sono documentati; la connessione resta una deduzione che il lettore può valutare.
L’obiettivo non è attribuire intenzioni occulte ai protagonisti. È mettere nello stesso quadro informazioni che normalmente vengono pubblicate separatamente e verificare quale figura producono quando vengono osservate insieme.
GLOSSARIO
AIA — Autorizzazione Integrata Ambientale: stabilisce limiti, controlli e interventi ambientali che lo stabilimento deve rispettare per continuare a produrre.
CBAM — Carbon Border Adjustment Mechanism: meccanismo europeo che applica alle importazioni di alcuni beni ad alta intensità di carbonio un costo collegato alle emissioni incorporate.
CDP — Cassa Depositi e Prestiti: uno degli strumenti con cui lo Stato può finanziare direttamente o indirettamente grandi investimenti e imprese considerate strategiche.
CIGS — Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria: ammortizzatore sociale utilizzato nelle ristrutturazioni e nelle crisi aziendali per integrare il reddito dei lavoratori temporaneamente non impiegati.
DRI — Direct Reduced Iron: nel dossier, “ferro nuovo ottenuto dal minerale”, destinato a integrare il rottame nei forni elettrici.
EAF — Electric Arc Furnace, forno elettrico ad arco: usa corrente ad altissima potenza per fondere insieme rottame d’acciaio e ferro nuovo.
ETS — Emission Trading System: mercato europeo delle quote di emissione di CO₂.
FIM-CISL — Federazione Italiana Metalmeccanici aderente alla CISL.
FIOM-CGIL — Federazione Impiegati Operai Metallurgici aderente alla CGIL.
MIMIT — Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso; segue per il governo molte delle principali crisi industriali, compresa l’ex ILVA.
SACE — Strumento dello Stato con funzione assicurativa e di garanzia: aiuta le imprese a ottenere finanziamenti coprendo una parte del rischio.
UILM-UIL — Unione Italiana Lavoratori Metalmeccanici aderente alla UIL.
FONTI PRINCIPALI
- 1. World Steel Association, “World Steel in Figures 2026”
- 2. ANSA, 3 febbraio 2026, richiesta CIGS per 4.450 lavoratori e produzione 1,5-1,8 Mt
- 3. Commissione europea, 9 febbraio 2026, autorizzazione prestito di salvataggio fino a 390 milioni €
- 4. Senato della Repubblica, dossier su ILVA/Acciaierie d’Italia: ricostruzione degli interventi pubblici
- 5. ANSA, 28 dicembre 2024, innalzamento a 420 milioni € del tetto del prestito ponte
- 6. Ministero del Lavoro, 6 settembre 2018, accordo ILVA-ArcelorMittal-sindacati
- 7. Rai News, 13 settembre 2018, referendum dei lavoratori sull’accordo ArcelorMittal
- 8. ArcelorMittal, 4 novembre 2019, comunicazione di recesso/risoluzione dall’accordo ILVA
- 9. ANSA, 18 agosto 2026, manifestazione d’interesse di Federacciai e 14 imprese
- 10. Rai News, 18-19 agosto 2026, perimetro della cordata e area a freddo di Taranto
- 11. Marcegaglia, 13 aprile 2026, progetto Mistral a Fos-sur-Mer
- 12. DRI d’Italia, quadro societario e finanziamento da 1 miliardo € FSC 2021-2027
- 13. thyssenkrupp Steel, finanziamento pubblico di circa 2 miliardi € per la trasformazione di Duisburg
- 14. Salzgitter AG, Annual Report 2025 / SALCOS: investimenti 2,7 miliardi € e sostegno pubblico
- 15. Commissione europea, Clean Industrial Deal
- 16. FIM-CISL, FIM-FIOM-UILM, 1 giugno 2017, “ILVA: cambiare il piano, no ai licenziamenti”
- 17. FIM-CISL, FIM-FIOM-UILM, 9 ottobre 2017, “La mobilitazione dei lavoratori ferma la falsa partenza della trattativa”
- 18. FIM-CISL, 6 settembre 2018, accordo ILVA: 10.700 addetti, 250 milioni per esodi volontari, 4,2 miliardi di piano complessivo
- 19. FIM-FIOM-UILM, 5 dicembre 2019, piano ArcelorMittal “irricevibile”, 6.300 esuberi e sciopero nazionale
- 20. Camera dei Deputati / Senato, 2012, sequestro ILVA, interesse strategico nazionale e decreto-legge n. 207/2012
- 21. La Stampa, 26 luglio 2012, sequestro dell’area a caldo e circa 5.000 lavoratori in corteo
- 22. FIM-CISL, Report vertenze metalmeccaniche 2021, chiusura Whirlpool Napoli ed ex Embraco
- 23. FIM-CISL, 20 settembre 2021, GKN Campi Bisenzio: annullamento della procedura di licenziamento e necessità di riaprire la prospettiva industriale
- 24. Rai News, 15 marzo 2015, Landini e la Coalizione sociale: «il sindacato è un soggetto politico»
- 25. la Repubblica, 29 giugno 2017, Landini lascia la FIOM ed entra nella segreteria CGIL: «serve un partito dei lavoratori»
- 26. CGIL, 25 gennaio 2019, Maurizio Landini eletto segretario generale della CGIL
Chiusura redazionale: 20 agosto 2026. Versione riformulata con integrazione del capitolo sul ruolo politico e negoziale del sindacato. Le cifre relative a investimenti e finanziamenti sono riportate distinguendo, ove possibile, prestiti, capitale, garanzie e massimali autorizzati, per evitare di trasformare esposizioni potenzialmente recuperabili in perdite definitive.

